I casi di nuova positività al tampone non dimostrerebbero una nuova infezione

Ha causato un certo allarme in Corea del Sud il fatto che diverse persone considerate guarite dal nuovo coronavirus siano risultate di nuovo positive.

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Secondo quanto riportato in un nuovo studio, le persone che sono state infettate dal nuovo coronavirus e sono guarite dalla COVID-19, non vengono nuovamente infettate anche se si dimostrano nuovamente positive al SARS-CoV-2.
E’ una delle tante anomalie che il Sars-Cov2 ha messo in mostra rispetto ad altri coronavirus studiati in passato: il fatto che pazienti giudicati guariti tornino poi successivamente positivi ai test.
Le segnalazioni giunte dalla Corea del Sud relative a persone nuovamente positive dopo la guarigione e  il loro apparente recupero hanno sollevato preoccupazioni sul fatto che sia possibile reinfettarsi con il nuovo coronavirus in tempi molto brevi nonostante la guarigione.
I test diagnostici per il coronavirus che causa COVID-19 si basano sul rilevamento del materiale genetico del virus. Un risultato positivo non indica se una persona sta diffondendo virus in grado di infettare le cellule, il che segnalerebbe un’infezione attiva.
Ora un rapporto del 19 maggio dimostra che il fatto che pazienti considerati guariti siano risultati di nuovo positivi al test per il COVID-19 potrebbe indicare che abbiano nel loro organismo ancora frammenti di virus, il quale però è inattivo. Lo hanno affermato i Centri coreani per il controllo e la prevenzioni delle malattie (KCDC).
Nonostante la positività, l’assenza di particelle virali infettive significa che queste persone non sono attualmente infette e non possono trasmettere il coronavirus ad altri, secondo quanti concludono i ricercatori.
È una buona notizia“, ha commentato Angela Rasmussen, una virologa della Columbia University. “Sembra che i pazienti guariti non vengano reinfettati e che il virus non si stia riattivando“.
Nello studio, i ricercatori hanno cercato di isolare coronavirus infettivi da campioni prelevati da 108 persone che si erano negativizzate ma sono risultate positive a test di controllo successivi. In tutti i casi la ricerca del virus è risultata negativa.
Su 23 pazienti i ricercatori hanno anche effettuato esami per individuare la presenza di anticorpi contro il coronavirus e in quasi tutti i casi sono stati trovati anticorpi neutralizzanti in grado di impedire al virus di entrare nelle cellule. Questo dimostra che, almeno a breve termine, la risposta immunitaria dell’organismo di una persona che ha superato la COVID-19 protegge da una reinfezione.
Il team ha anche rintracciato 790 contatti di 285 persone che, dopo essersi negativizzate, erano nuovamente risultate positive ad un nuovo tampone. Di questi contatti, 27 sono risultati positivi per il coronavirus. Ventiquattro di questi erano, però, casi già precedentemente confermati.
I funzionari hanno anche identificato tre nuovi casi, ognuno dei quali ha avuto contatti con il gruppo religioso Shincheonji – che è stato particolarmente colpito nei primi giorni della pandemia – o un caso confermato nella loro famiglia. Nessun nuovo caso sembra derivare da pazienti nuovamente positivi, segno che questi pazienti non sono contagiosi.
Insomma, secondo i KCDC, questi casi non segnalano il rischio che il virus nei pazienti guariti possa essersi riattivato o possa esserci stata una nuova infezione. Apparentemente – a loro dire – si tratterebbe di frammenti del virus rimasti inattivi nell’organismo, che vengono rilevati dai test diagnostici.
Questi dati ci dicono che possiamo smettere di preoccuparci di eventuali reinfezioni ed iniziare a cercare la risposta alla prossima domanda fondamentale, una domanda la cui risposta influenzerà in maniera decisiva la nostra convivenza futura con il nuovo coronavirus: quanto dura l’immunità?
Fonti: Science news; Rai news.