I batteri ci aiuteranno a coltivare piante sulla Luna

Un nuovo studio riporta che sarebbe possibile un giorno coltivare piante sulla Luna. I batteri potrebbero contribuire a liberare nutrienti vitale nel suolo lunare per aiutare un gorno le fattorie a sostenere equipaggi o coloni sulla Luna.

Precedenti ricerche avevano già scoperto che il suolo lunare possiende una serie di elementi vitali per la crescita delle piante. Questo ha alimentato la speranza che le fattorie in serra sulla Luna possano ricorrere a risorse locali per aiutare le basi lunari a sostenere la vita, invece di dover trasportare enormi quantità di terreno o enormi sistemi idroponici dalla Terra.

L’autore principale dello studio, Yitong Chia, della China Agricultural University di Pechino, ha dichiarato nel corso di un’intervista a Space.com: “Il vantaggio di coltivare piante sulla Luna non si limiterebbe a fornire cibo agli astronauti che vivranno nella base lunare ma potrebbe anche aiutare a rinfrescare l’aria fornendo ossigeno, purificare l’acqua e persino fornire conforto emotivo”.

Luna: il suo suolo è davvero adatto a ospitare raccolti?

Esperimenti precedenti avevano anche dimostrato che il suolo lunare da solo non è adatto per l’agricoltura. Non solo è privo di composti di carbonio e azoto necessari per la crescita delle piante, ma gli elementi vitali di cui dispone, come il fosforo, sono per lo più bloccati all’interno di composti insolubili che le piante trovano difficili da assorbire. “Se coltivassimo le piante direttamente nella regolite lunare, la loro crescita sarebbe limitata e morirebbero presto”, ha detto Xia.

Studi sulla fertilità del suolo lunare

Nel nuovo studio, Xia e colleghi hanno esplorato i modi per rendere il suolo lunare più fertile. Hanno notato che sulla Terra sono stati i batteri a contribuire notevolmente a rendere il nostro pianeta più abitabile nel corso di miliardi di anni, alterando fisicamente e chimicamente la dura roccia, trasformandola nelterreno poroso e biologicamente attivo che conosciamo. Portare batteri sulla Luna per liberare elementi insolubili potrebbe rivelarsi molto più semplice che far volare tonnellate di elementi fertilizzanti dalla Terra, ha spiegato Xia.

Il potere dei batteri

I ricercatori hanno sperimentato la polvere vulcanica cinese la cui composizione è simile ai campioni raccolti dalla missione Apollo 14 nel 1971. Hanno studiato se cinque specie di batteri potessero convertire il fosforo insolubile presente in questo suolo lunare simulato in una forma solubile che le piante possano utilizzare. “Questi batteri sono specie comuni nei fertilizzanti microbici dell’agricoltura”, ha detto Xia.

Gli scienziati hanno mescolato campioni di terreno lunare simulato con i batteri selezionati in un brodo zuccherino per 21 giorni. Hanno scoperto che tre specie di batteri hanno più che raddoppiato la quantità di fosforo solubile in un periodo compreso tra 10 e 21 giorni. A quanto pare i batteri hanno contribuito a rendere il terreno più acido, liberando il fosforo dai composti in cui era intrappolato.

Le coltivazioni effettuate

I ricercatori hanno poi coltivato un parente del tabacco noto come benth in un terreno lunare simulato, trattato con queste tre specie di batteri per 18 giorni. Hanno scoperto che, dopo 24 giorni di crescita, i livelli di clorofilla – il pigmento che aiuta le piante a raccogliere energia dalla luce – nelle piante con questi batteri vivi erano circa il doppio di quelli delle piante coltivate in un terreno lunare simulato con batteri morti.

Inoltre, le piante coltivate nel suolo lunare simulato con i tre batteri tendevano ad avere steli e radici più lunghi dopo sei giorni di crescita. Inoltre erano tipicamente più pesanti e avevano grappoli di foglie più ampi dopo 24 giorni di crescita, rispetto alle piante coltivate in un terreno lunare simulato con batteri morti.

In futuro, gli scienziati vorrebbero mescolare questi batteri con alghe o compost per vedere come ciò potrebbe migliorare ulteriormente la crescita delle piante, ha detto Xia. Gli scienziati hanno dettagliato le loro scoperte sulla rivista Communications Biology.

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