1964: l’anno in cui si decise l’escalation nella guerra in Vietnam

L'anno della svolta nella guerra del Vietnam è il 1964, è allora che matura definitivamente la decisione di un coinvolgimento massiccio degli Stati Uniti nel conflitto

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C’è un anno di snodo nel lungo conflitto in Vietnam, l’anno dove sostanzialmente gli Stati Uniti decideranno di spendersi totalmente nella guerra contro i vietcong ed Hanoi: quell’anno è il 1964. Lyndon Johnson subentrato all’assassinato Kennedy intende correre alle presidenziali di novembre e deve gestire la patata bollente ereditata da JfK.

Molto tempo dopo Johnson dichiarerà a proposito della scelta che aveva di fronte a se: «Sapevo fin dal principio che ero destinato a essere crocifisso comunque mi muovessi…. Ma se avessi abbandonato quella guerra lasciando che i comunisti prendessero il potere nel Vietnam del Sud, mi avrebbero ritenuto un codardo e si sarebbe avuta l’impressione che la mia nazione volesse solo calmare le acque e per me e per lei sarebbe risultato impossibile fare alcunché per chicchessia da nessuna parte del mondo intero».

Il politico texano assurto alla presidenza, per quell’anno si avvalse ancora di ben 11 ministri ed uomini di fiducia dello scomparso Kennedy obbligato, almeno formalmente, a percorrere il solco tracciato dal Presidente assassinato a Dallas. Fino al 1964 in Vietnam erano stanziati 16.000 americani: istruttori militari, consulenti, contractor, spie, giornalisti, diplomatici e persino avventurieri dispiegati negli anni precedenti dall’Amministrazione Kennedy.

Le forze militari erano gestite dal MACV, Military Assistance Command, Vietnam (Comando per l’Assistenza Militare, Vietnam, abbreviato MACV) la struttura di comando costituita dagli Stati Uniti in Vietnam del Sud nel 1962 per organizzare, coordinare e dirigere operativamente tutte le forze militari americane (terrestri, navali e aeree) schierate nel corso degli anni in Indocina. Già nel novembre del 1963 il MACV lanciò un’iniziativa per rafforzare il controllo governativo del delta del Mekong.

Si tratta di bombardamenti estesi e di zone in cui si poteva sparare a volontà nella convinzione che fossero popolate perssocchè esclusivamente da forze ostili. Questa iniziativa ebbe il vantaggio di demoralizzare i vietcong e lo svantaggio di intaccare l’appoggio dei contadini verso il governo del sud e gli americani.

Il Vietnam del Sud viveva l’ennesima stagione di grande turbolenza politica ed istituzionale. Ngô Đình Diệm era un leader molto impopolare al punto da intaccare la fiducia tra i generali dell’esercito sudvietnamita. Gli Stati Uniti nel 1963 fecero sapere a Dương Văn Minh, principale pretendente a successore di Diem, che  non avrebbero avuto nulla da obiettare se Diệm fosse stato rovesciato.



Il 1 novembre 1963 un colpo di stato destituiva Diem e lui e suo fratello,  Ngô Đình Nhu furono giustiziati dalla guardia del corpo di Minh: Nguyen Van Nhung dopo essersi arresi. Minh assunse l’incarico di governo nel quadro di una giunta militare il 6 novembre.

Nemmeno tre mesi dopo era già venuta meno la fiducia dei generali golpisti nella sua capacità di guidare il paese. Circolava voce che Minh volesse intraprendere trattative con il Nord e che fosse contrario alla politica di bombardamenti degli americani. Morale venne sostituito dal generale Nguyễn Khánh e andò in esilio.

Khanh ben presto cominciò a premere per un’invasione del Vietnam del Nord: intendeva portare morte e distruzione fuori dai confini del suo paese, come unico modo per vincere la guerra. Gli Stati Uniti rimasero freddi rispetto a questa prospettiva gelando Khanh e gli ufficiali golpisti più bellicosi.

In quei primi mesi di cambio di presidenza americana successivi al delitto di Dallas, gli Stati Uniti cercavano di chiarirsi le idee. Il bersaglio giusto della potenza americana era la compagine guerrigliera comunista che combatteva nel Vietnam del Sud? O, piuttosto, il Vietnam del Nord, in cui si individuava (in parte a torto, in parte a ragione) la sorgente da cui scaturiva la lotta?

Il dibattito tra gli alti gradi dell’esercito statunitense era infuocato, tra i falchi spiccavano il generale dell’aeronautica Curtis LeMay, colui che nel 1945 aveva orchestrato la campagna di bombardamenti contro il Giappone che aveva provocato più vittime delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki ed il generale dei Marines Wallace Greene. I due sostenevano apertamente che occorreva mettere in campo tutta la potenza di fuoco degli Stati Uniti altrimenti la guerra sarebbe stata persa.

Robert MaNamara che aveva conservato l’incarico di Segretario alla Difesa anche con Johnson si schierò a favore delle proposte più morbide dell’esercito facendo infuriare LeMay. Di fatto non furono i vertici militari a giocare un ruolo decisivo nell’escalation americana in Vietnam, tutte le decisioni vanno ascritte ai politici ed ai vari consiglieri di Johnson.

In ogni caso l’aspetto più notevole del dibattito che si svolgeva a Washington è che era quasi del tutto fissato sull’individuazione del livello di forza adeguato da applicare, anziché prendere in considerazione l’idea di cavarsi d’impaccio con mezzi politici.

Dean Rusk, Segretario agli Esteri USA, era scettico sulla possibilità della diplomazia di risolvere il conflitto in corso. Nella primavera del 1964 Walt Rostow, direttore della pianificazione politica, rilanciò l’idea di LeMay di ricorrere a bombardamenti a tappeto del Vietnam del Nord.

Nelle frequenti riunioni su cosa fare in Vietnam, iniziò ad apparire sempre più frequentemente la frase “andare a Nord“, intendendo con questa locuzione sia l’opzione dei bombardamenti aerei che, le operazioni sotto copertura e perfino l’invasione su grande scala. Lo stesso McNamara iniziò a pensare dalla primavera di quell’anno che l’escalation fosse inevitabile per evitare un’umiliazione americana in Indocina.

La stampa conservatrice iniziò ad attaccare Johnson accusandolo di codardia ed il presidente non ebbe la forza di ammiccare ai media progressisti rappresentati da Walter Lippmann (vincitore di ben due premi Pulitzer) o del New Republic e del New York Times, che avevano pronosticato un disastro se la nazione avesse impegnato truppe da combattimento.

Eppure tutti sapevano a Washington che il regime di Saigon era marcio fino al midollo e che la guerra non stava affatto andando bene. Eppure nonostante questo gli americani si stavano convincendo sempre di più di essere in grado, sfruttando l’enorme superiorità tecnologica e di fuoco, di riuscire anche da soli ad avere la meglio sia sui vietcong che su Hanoi.

Daniel Ellsberg, un collaboratore di McNamara, che nel 1971 passò alla stampa i documenti top secret sulla guerra in Vietnam, battezzati Pentagon Papers, ebbe modo di dire: «il 1964 fu l’ultimo momento che un burocrate leale avrebbe potuto immaginare fosse quello adatto perché gli Stati Uniti ci dessero un taglio».

In effetti agli inizi del 1965 gli Stati Uniti subirono una serie di sconfitte ed umiliazioni in Vietnam che qualunque ipotesi di ritirata o soluzione diplomatica appariva insostenibile. Che il vento stesse cambiando in direzione di un impegno massiccio degli Stati Uniti in Vietnam si evince anche dalla nomina come Ambasciatore a Saigon di un ex generale in pensione Max Taylor che appena qualche anno prima aveva dichiarato che il “Vietnam del Sud non è un luogo eccessivamente difficile o sgradevole nel quale operare” ed escludendo una possibile risposta militare del Vietnam del Nord che a suo parere sarebbe stato paralizzato eventualmente dai bombardamenti degli aerei statunitensi.

L’ultimo tassello propedeutico all’escalation militare fu la nomina del generale William Westmoreland, il 20 giugno 1964, al comando del MACV. Non fu una scelta apprezzata da tutti i vertici militari, alcuni di essi definirono Westmoreland come «il più notevole comandante di reggimento mai prodotto dall’esercito degli Stati Uniti».

Ormai l’umore generale di Washington era virato decisamente verso un più massiccio interventismo, si aspettava soltanto la conclusione della campagna per le presidenziali ed il voto di novembre per compiere un’escalation nella partecipazione ad una guerra che più che sul terreno si stava perdendo sul fronte della competizione sociale e culturale tra Saigon ed Hanoi.

Johnson ormai si era definitivamente convinto dell’ineluttabilità di una guerra aperta e totale contro il Nord ma tutto, era subordinato all’ottenimento della vittoria nelle elezioni presidenziali, a cui ormai mancavano poche settimane.

fonti: alcune voci di Wikipedia; Vietnam, di M. Hastings

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