L’estinzione dell’umanità potrebbe salvare il pianeta?

Un'idea solo apparentemente assurda, e non sono in pochi a pensarla così, se nel corso dei secoli numerosi filosofi e movimenti hanno intravisto proprio nella scomparsa dell'uomo la salvezza dell'ecosistema

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L’essere umano, si sa, è la principale causa dell’estinzione di molte specie sul nostro pianeta, ma cosa accadrebbe se a estinguerci fossimo proprio noi? Un’idea da non escludere per molti, che anzi vedono proprio nella fine del genere umano la soluzione migliore per il bene della Terra: basti pensare che dal 1991 esiste il Voluntary Human Extinction Movement (VHEMT) ossia il Movimento per l’estinzione umana volontaria, che si prefigge come scopo quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità della sparizione del genere umano per la salvaguardia del nostro ecosistema.

Insomma, secondo i sostenitori di questo movimento, la Terra tirerebbe un bel sospiro di sollievo se l’umanità sparisse del tutto, e a fargli eco si aggiunge il filosofo sudafricano David Benatar, che vede nell’uomo una minaccia e auspica che non vengano più generati altri esseri umani.


Posizioni davvero estremiste, qualcuno potrebbe dire, ma che non trovano proseliti solo in tempi recenti, in cui il pianeta è profondamente ferito dallo sfruttamento umano: già 1600 anni fa infatti, forse in maniera meno radicale e netta, auspicava la fine del genere umano anche Sant’Agostino, ma per ragioni ben diverse. Egli infatti invitava l’uomo a smettere di procreare per accelerare l’avvento del Giudizio Universale e della vita eterna che ne sarebbe seguita. Un intento di certo più nobile, se così vogliamo dire, rispetto a ciò che è venuto dopo con altri filosofi, anche perché non è detto che tutti credano in una vita dopo la morte e in una ricompensa ultraterrena, e quindi siano propensi a seguire le indicazioni del santo.

Col passare dei secoli infatti, altri pensatori si sono schierati sulla medesima linea, un nome su tutti, Arthur Schopenauer. Il filosofo tedesco affronta il tema dell’estinzione dell’essere umano senza secondi fini religiosi o senza puntare alla gloria eterna: circa 200 anni fa infatti, Schopenauer auspicava infatti che si iniziassero a risparmiare alle generazioni future le sofferenze provocate dall’esistenza, vista come un inutile pesante fardello di cui liberarsi nel modo più pacifico possibile, ovvero smettere di venire al mondo. Senza vita non vi è nemmeno sofferenza, diceva Schopenauer, come se fosse un’indicazione facile da seguire. Ci sarebbe da chiedersi però chi avrebbe goduto poi di questa serenità derivata dalla fine della sofferenza, visto che nessuno sarebbe dovuto più nascere o sopravvivere.

Ma invece che dire del dolore degli animali? Anche su questo Schopenauer aveva le idee ben chiare, o almeno così lui credeva: lui da buon filosofo idealista, riteneva che, l’esistenza della natura dipendesse dalla nostra consapevolezza di essa; dunque secondo Schopenauer, senza più esseri umani, la sofferenza di animali con meno consapevolezza e coscienza sarebbe svanita a sua volta, perché avrebbero cessato di esistere senza di noi a percepirne l’esistenza…nasceva però un problema: e se ci fossero anche su altri pianeti animali dotati di auto-consapevolezza? Il sacrificio degli esseri umani allora risulterebbe sprecato, perché l’esistenza e la sofferenza ad essa collegati comunque continuerebbero a esistere.

Insomma, non si può mai essere certi di uscirne, perché non sapremo mai quanti esseri senzienti esistono nell’universo.

Una soluzione allora provò a darla un discepolo di Schopenauer, Eduard Von Hartmann; nato a Berlino nel 1842, propose una sua visione dell’argomento ancora più drastica. Secondo Hartmann, il suo maestro Schopenauer aveva pensato al problema solo in termini locali e relativi al suo tempo: c’era bisogno di una visione più ampia e completa, perché giungere all’estinzione solo con l’astinenza sessuale non bastava, in quanto si sarebbe sviluppata prima o poi un’altra specie con auto-consapevolezza, e la sofferenza sarebbe ricominciata.

Hartmann era convinto che ci fosse vita anche su altri pianeti, ma pensava che fosse non intelligente, e quindi incapace di porre fine alla propria sofferenza. Quindi invece di distruggere solo la nostra specie, pensò che da esseri intelligenti quali siamo, fosse nostro dovere morale eliminare la sofferenza a livello universale e una volta per tutte. “E’ nostro dovere far sì che l’intero cosmo scompaia”, scriveva Hartmann.

Insomma per lui questo era il fine della creazione: il nostro universo esiste perché deve generare individui così compassionali e intelligenti da decidere di abolire l’esistenza in toto. Unico problema è che non spiegò mai precisamente come questo obiettivo dovesse essere raggiunto, riponendo le sue speranze nella tecnica e nella scienza del futuro. Visto come oggi il progresso ha ridotto il nostro ecosistema, nonostante le sue fossero teorie a dir poco strambe, potremmo quasi azzardare che avesse avuto l’intuizione giusta in qualche modo. Hartmann commise però il grande errore di confondere l’eliminazione della sofferenza con l’eliminazione dei sofferenti, perché per liberarsi di ciò che provoca dolore basta eliminare o ridurre le cause che questo dolore lo provocano, e non l’umanità che lo subisce!

Insomma i modi per eliminare le cause della sofferenza umana ci sono, eccome: filosofi come il britannico David Pearce ritengono che in futuro le tecnologie moderne e l’ingegneria genetica saranno in grado di abolire la sofferenza dalla Terra, senza ulteriori privazioni e dolore. Ma soprattutto, senza che l’umanità scompaia necessariamente. E forse, in futuro saremo capaci di attuare gli stessi cambiamenti in tutto l’universo.

Fonte:

https://theconversation.com/solve-suffering-by-blowing-up-the-universe-the-dubious-philosophy-of-human-extinction-149331