La martire di Primavalle: Annarella Bracci

Un delitto tuttora impunito: la morte violenta di una ragazzina nella Roma del 1950

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Sono le otto di sera del 18 febbraio 1950, è buio e fa freddo, ma in largo Borromeo a Roma, nella borgata di Primavalle, c’è ancora animazione: è il sabato di Carnevale. Vicino alla fermata dell’autobus due ragazzine si incontrano. Una di loro, Maria Cecchini, chiede all’altra: “Annarella, che ci fai qui?” “Aspetto mamma che è andata a Roma”.

La fermata dell’autobus

È una bugia: la mamma di Annarella è a casa, in via Lorenzo Litta, a pochi minuti a piedi da lì. Perché la ragazzina ha detto quella frase? Non si saprà mai.

Una borgata difficile

Anna Maria Bracci, detta Annarella

All’epoca la borgata di Primavalle, la cui costruzione era iniziata durante il Fascismo per ospitare le famiglie sfrattate dal centro storico al tempo dei famigerati “sventramenti” che avevano aperto le vie della Conciliazione e dei Fori Imperiali, è una zona molto degradata e alle tante famiglie che, pur tra mille difficoltà, cercano di condurre una vita onesta e dignitosa, si è aggiunta nel dopoguerra una specie di corte dei miracoli fatta di sbandati, di gente senza fissa dimora, ogni sorta di personaggi privi di ogni senso morale che vivono di espedienti.
Marta Fiocchi, la madre di Annarella, è nata in una famiglia della piccolissima borghesia romana. Il matrimonio con Riziero Bracci, attrezzista del Teatro dell’Opera di Roma, non è stato felice e da qualche tempo i due si sono separati; i figli Mariano, di 17 anni, e Anna Maria, detta Annarella, di 12 sono rimasti a vivere con la madre, mentre i due più piccoli sono stati accolti in un collegio per l’intercessione di una zia suora.
Riziero passa alla moglie una piccola cifra ogni settimana. E’ l’unica risorsa della famiglia, dato che Mariano, mutilato di una gamba, non può lavorare. Quel sabato i soldi non arrivano: in casa non c’è quasi niente da mangiare, soltanto dei broccoletti che però non c’è carbone per cuocere, né un po’ d’olio per condire. Annarella quindi esce di casa verso le diciannove e trenta con una sporta e una bottiglietta: deve andare dal carbonaio a comprare venti lire di carbone e da una famiglia amica a farsi prestare dell’olio. Non tornerà più.

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Annarella sparisce

Alle nove e mezza di sera Marta esce in strada a cercare la figlia: va dal carbonaio, dalla venditrice di caldarroste in piazza, dagli amici che le confermano di averle dato un cucchiaio di strutto in un pezzetto di giornale, mancando essi stessi di olio. Verso le dieci e trenta torna in via Litta dove le vicine di casa sono in agitazione, e dice semplicemente che “Annarella non si trova” prima di rientrare in casa come se niente fosse.

Marta Fiocchi, madre di Annarella

Il padre, informato della cosa, sporge denuncia di scomparsa, che però cade nel vuoto: si pensa ad una scappatella della ragazzina, e le sue ricerche cominciano soltanto cinque o sei giorni più tardi dopo le proteste di tutto il quartiere.
Cominciano le segnalazioni: chi vede la bambina al quartiere Nomentano, chi nei pressi di Primavalle, viene cercata nel convento che ospita due sorelle di sua madre, sempre senza risultato. Un ricco nobiluomo stanzia ben 300.000 lire, una cifra enorme per quei tempi, per chi darà notizie di Annarella.

I primi sospetti

Nel frattempo i sospetti si addensano sulla madre. Il suo atteggiamento freddo e distaccato sembra strano, inoltre emerge un fatto inquietante. La donna, per sbarcare il lunario, si dava alla prostituzione occasionale ed aveva anche allacciato una relazione con un vicino di casa. Conseguenze di tutto ciò sono state la sifilide, ormai al terzo stadio, ed una gravidanza indesiderata che la Fiocchi ha interrotto con l’aiuto di una levatrice.
Il marito, venuto al corrente del fatto, la denuncia per adulterio e procurato aborto: il processo dovrebbe tenersi pochi giorni dopo la scomparsa di Annarella, che è stata convocata a testimoniare. Il figlio Mariano conferma che la madre ha tentato in ogni modo, anche con minacce e botte, di convincere la bambina a parlare in suo favore, ma che questa si è rifiutata categoricamente.
Il sospetto è tremendo: può la donna  aver fatto sparire la figlia per impedirle di essere interrogata al processo?
La testimonianza della madre superiora del convento delle Orsoline, che si trova vicino alla chiesa di Primavalle, fa però propendere per l’aggressione di un bruto. La suora dichiara che la sera del 18 febbraio lei ed altre consorelle avevano sentito una voce di bambina gridare: “Aiuto, mamma, suore…” seguito da un grido di dolore: erano andate a controllare ma non avevano visto nulla, pensando quindi ad uno scherzo di cattivo gusto.

Il tragico ritrovamento

Finalmente, il 3 marzo, la svolta: il corpo di Annarella viene trovato in un pozzo, a poca distanza dalla sua casa, in località La Nebbia, a quei tempi piena campagna.
A trovarlo è il nonno, Melandro Bracci, che in seguito ad un sogno (così dice) da qualche giorno perlustra la campagna alla sua ricerca. Viene attirato da un odore nauseante proveniente da un pozzo, quando si affaccia vede il corpo della nipotina.

Melandro Bracci

La povera bambina viene tirata fuori. Ha molte ferite alla testa e alle mani, è priva della gonna e delle mutandine: questo fa pensare ad uno stupro. L’autopsia rivelerà in seguito che non ci fu violenza sessuale e che Annarella fu gettata nel pozzo stordita ma ancora viva. L’arma del delitto è un paletto con un grosso chiodo infisso in una estremità, strappato ad una staccionata nelle vicinanze.
La madre di Annarella viene sottoposta a diversi interrogatori, di cui alcuni addirittura all’obitorio davanti al cadavere della figlia, ma continua a proclamarsi innocente: il medico legale della Questura consiglia di lasciarla stare perché le sue precarie condizioni di salute (una cardiopatia dovuta alla sifilide di cui era affetta) potrebbero causarle dei collassi.
Se non è stata Marta Fiocchi, chi può essere stato?

Entra in scena Lionello Egidi

I sospetti cadono su di un vicino di casa e amico di famiglia dei Bracci: Lionello Egidi. Questi è un giovane sui trentacinque anni, sposato e in attesa di un figlio, che vive nello scantinato della palazzina di Annarella con la moglie e due cognate ancora ragazze, una delle quali ha avuto un figlio da lui. È un uomo piccolo, magro, dai ricci biondastri che gli hanno guadagnato il soprannome di “biondino”; fa il bracciante e il giardiniere avventizio per il Comune di Roma.

Lionello Egidi

Egidi è già stato interrogato un paio di settimane prima dato che era stato visto in compagnia della bambina la sera della scomparsa. L’uomo ha ammesso di aver incontrato Annarella in largo Borromeo e di averle comprato delle caldarroste (che l’autopsia in effetti trova nello stomaco) ma di averla poi accompagnata in via Litta, andandosene poi a dormire a casa sua.
Si scopre, però, che in passato è stato accusato di molestie ai danni di alcune ragazzine; un uomo si presenta in questura dichiarando che l’Egidi aveva avvicinato sua figlia dodicenne facendole proposte oscene un paio di mesi prima.

Interrogatorio o tortura?

Lionello Egidi viene arrestato e per ben sette giorni sottoposto a interrogatori durissimi, senza l’ausilio di un avvocato. Del resto il Codice Rocco, in vigore all’epoca, lo permetteva: fu proprio in seguito a questo caso che il codice di procedura venne modificato in modo che il fermo di polizia potesse durare al massimo 48 ore con la notifica obbligatoria a un difensore dell’avvenuto arresto.
Alla fine, esausto, rende una confessione completa.
La sera del 18 febbraio aveva incontrato Annarella in largo Borromeo: la ragazzina gli aveva detto di avere fame e lui le aveva comperato una manciata di castagne. Poi l’aveva accompagnata a casa e proprio quando stavano per entrare nel portone era stato colto da un impulso irrefrenabile: le aveva proposto di fare una passeggiata in campagna, lei aveva acconsentito e insieme erano andati nella località La Nebbia dove Egidi aveva cercato di usarle violenza. Annarella si era ribellata, scappando verso un pozzo di irrigazione, lui l’aveva colpita alla testa con un paletto strappato da una staccionata, lei era caduta a terra svenuta e l’Egidi, credendola morta, l’aveva gettata nel pozzo profondo diciassette metri.
C’è una stranezza: perché mai Annarella, che conosceva bene Lionello Egidi e che sicuramente era al corrente dei suoi trascorsi, avrebbe dovuto accettare quella strana passeggiata, alle nove di una fredda sera di febbraio, verso una località buia e deserta?
Nonostante questo tutti i giornali riportano la notizia a caratteri cubitali: finalmente il Mostro di Primavalle è stato fermato.

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La ritrattazione

Succede però qualcosa di inaspettato: Lionello Egidi ritratta. Dice che la confessione gli è stata estorta dai poliziotti con terribili torture: botte, nerbate sulle piante dei piedi, la bocca riempita di sale. Avrebbe quindi confessato soltanto per far cessare quei tormenti. Dice che non avrebbe avuto alcun motivo di uccidere la ragazzina per violentarla, dato che, riferisce, “con cento lire da lei potevo avere tutto”.
Negli ultimi mesi del 1951 inizia il processo a Egidi: la sentenza, che arriva il 18 gennaio 1952, è di assoluzione per insufficienza di prove.

Una nuova pista

Nel 1953 sembra aprirsi una nuova pista per la riapertura delle indagini: un’infermiera, Celeste Mattia, accusa un uomo di essere il vero assassino di Annarella. Secondo alcune testimonianze la bambina, nel periodo precedente alla morte, sarebbe stata vista a Primavalle in compagnia di un uomo non più giovane, alto, calvo, che la Mattia identifica con un certo Cimini, collega di Riziero Bracci e all’epoca in carcere per molestie nei confronti della propria figlia di sei anni. Il padre di Annarella, però, lo scagiona dicendo che nel periodo in cui lavoravano insieme sua figlia era ospite di un collegio di suore, e che Cimini non aveva quindi mai conosciuto la bambina né era mai venuto a trovarlo a Primavalle.

Altre accuse per Lionello Egidi

Nel giugno 1954 una nuova tegola per Egidi: una bambina, Anna Macini, di otto anni, lo accusa di molestie durante una festa popolare. L’uomo, dopo aver passato una serata in trattoria con la famiglia della bimba, con un pretesto l’avrebbe portata con sé cercando di usarle violenza. Egidi nega ma viene ugualmente arrestato. Nel novembre 1955 il processo d’appello lo condanna a ventisei anni per l’omicidio di Annarella e a tre anni per le molestie alla Macini.
Egidi ricorre in Cassazione e nel gennaio 1957 la difesa riesce a dimostrare che la condanna in appello era stata influenzata dalle molestie compiute sulla seconda bambina: il 14 dicembre 1957 la condanna viene annullata.
Arriviamo al 1961 ed ecco Lionello Egidi nuovamente accusato di molestie, stavolta da un bambino di otto anni che sarebbe stato adescato da lui davanti a una scuola elementare. Viene condannato a otto anni di carcere, esce nel 1966 per amnistia. Finisce la sua vita a fare il parcheggiatore abusivo.
Anche per la famiglia Bracci la sorte è avara. Già nel dicembre 1950 Mariano, il fratello maggiore di Annarella, muore a causa di un tumore ai polmoni, a soli diciassette anni; Marta Fiocchi finisce la sua vita nel maggio 1955, ormai quasi demente, per un infarto.

Conclusione

Il delitto di Annarella Bracci rimane quindi impunito. Fu veramente Lionello Egidi a ucciderla? I suoi precedenti, e quello che accadde dopo, lo farebbero supporre; rimangono però dei punti poco chiari che ormai è praticamente impossibile sbrogliare.
La triste storia di Annarella ispirò al regista Carlo Lizzani il film Ai margini della metropoli, mentre Luchino Visconti nel 1951 girò un breve cortometraggio sulla vicenda.
Ad Annarella Bracci è stato dedicato un parco pubblico in via Alessio Ascalesi, a poca distanza da casa sua.