Il caso Chico Forti: un tributo al Miami Dade Police Department

Il dr. Marco Strano, psicologo e criminologo, dirigente della Polizia di Stato italiana (in quiescenza) ci guida nell'analisi di un omicidio avvenuto oltre venti anni fa: il caso Chico Forti

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AUTORE: Dr. Marco Strano. Psicologo e criminologo è un Dirigente della Polizia di Stato italiana (in quiescenza) e Presidente di Italian Thin Blue Line onlus (che ha organizzato e promosso il presente report). Dirige da molti anni una equipe multidisciplinare di ricerca su casi giudiziari irrisolti.

PREMESSA

La condanna all’ergastolo dell’italiano Enrico (“Chico”) Forti, avvenuta circa venti anni fa in USA a seguito dell’atroce omicidio del giovane Dale Pike, ha avuto un forte clamore mediatico in Italia. I consulenti della difesa di “Chico” Forti hanno più volte affermato che gli investigatori che si sono occupati del caso, appartenenti al Miami Dade Police Department sono stati degli incompetenti o peggio ancora in malafede e che, per degli imprecisati oscuri motivi, sono riusciti ad ingannare la giuria popolare che ha condannato Forti all’ergastolo alterando le prove. Queste accuse sono state poi riprese da molti media italiani e l’opinione pubblica italiana è stata fortemente influenzata in questa direzione. Gli ambienti anti-americani e quelli anti-polizia hanno infine cavalcato e alimentato l’onda di indignazione. Inoltre la famiglia di Chico Forti in Italia, anni fa, ha pubblicamente diffidato criminologi e altri studiosi di materie giuridiche, (che non facciano parte del collegio difensivo del loro parente Chico Forti e che non siano quindi sotto il loro diretto controllo), di interessarsi al caso per motivi scientifici o anche semplicemente di tradurre in italiano gli articoli di stampa dell’epoca o altra documentazione proveniente da fonti aperte statunitensi mettendola a disposizione dell’opinione pubblica italiana. Questa diffida è apparsa abbastanza singolare (oltre che naturalmente priva di alcun valore legale) ma ha ingenerato il dubbio in molti ricercatori italiani che ci fosse in atto un tentativo di presentare all’opinione pubblica italiana solo una faccia della medaglia probabilmente al fine di generare un risentimento nei confronti delle forze di polizia americane e minarne la loro credibilità. Riteniamo che questo giudizio sugli investigatori di Miami sia ingiusto e che offenda profondamente delle donne e degli uomini che sono considerati invece in tutto il mondo un esempio di professionalità e di etica.
Ho avuto negli anni delle conoscenze personali con alcuni di loro e ritengo che la loro tecnica investigativa sia invece all’avanguardia. E su questo concorda anche la comunità italiana di Miami che da sempre ha sviluppato ottimi rapporti con le forze dell’ordine di quella città. Certamente la storia giudiziaria americana, come del resto quella di tutte le nazioni del mondo, ha visto delle situazioni in cui la logica di potere ha avuto la meglio sulla logica della giustizia. Ma questo è avvenuto quando gli attori coinvolti erano personaggi di potere, in grado di orientare i processi a loro favore per ottenere dei vantaggi e quando gli interessi in gioco erano altissimi. Nel caso dell’omicidio di Dale Pike la cosa appare quanto mai poco verosimile. La vittima non era un cittadino americano e i principali sospettati (Enrico Forti e Thomas Knott) erano, al momento del fatto, personaggi di basso profilo e fuori da circuiti di potere. Per tali motivi abbiamo deciso circa 10 anni fa di effettuare uno studio criminologico approfondito su questa vicenda di cui ora rendiamo pubblici i risultati. Nel corso degli anni sono stati acquisiti numerosi documenti, sono stati effettuati viaggi a Miami per studiare i luoghi collegati all’omicidio, sono state intervistate persone in grado di fornire informazioni e sono state chieste consulenze ad esperti di ambito criminalistico e tecnico-investigativo. Tutti coloro che hanno dato un contributo al presente studio lo hanno fatto a titolo gratuito senza alcuna forma di rimborso spese, neanche per i viaggi o i materiali necessari alla ricerca. Obiettivo primario del presente studio criminologico è quello di analizzare l’attività investigativa svolta e cercare di spiegare su quali elementi la giuria popolare è giunta ad un verdetto di colpevolezza.


IL DELITTO

Nel febbraio del 1998 Dale Pike, un giovane uomo d’affari figlio del facoltoso Anthony Pike (proprietario di un famoso hotel di Ibiza) viene ucciso barbaramente con due colpi di pistola alla testa. Dale Pike era atterrato da meno di due ore al Miami Airport e viene trovato ucciso a Virginia Beach, una spiaggia del sud di Miami. Le indagini si orientano verso un imprenditore italiano residente a Miami da alcuni anni, Enrico Forti, nato in Italia nel 1959 che viene arrestato dopo alcuni giorni. Il processo, celebrato circa 16 mesi dopo, porta alla condanna al carcere a vita di Enrico Forti che attualmente è ancora detenuto in USA.

ELEMENTI OGGETTIVI

Enrico “Chico” Forti sapeva che Dale Pike (la vittima) sarebbe giunto a Miami domenica 15 febbraio 1998 nel pomeriggio. Aveva un appuntamento concordato con lui ed è andato a prenderlo all’Aeroporto. Chico Forti conosceva perfettamente anche l’orario di arrivo di Dale Pike perché era stato lui stesso ad acquistare il biglietto aereo. Dale Pike atterra all’Aeroporto di Miami (M.I.A.) alle 16.30 circa, poi, effettuati i controlli e ritirato il bagaglio esce nel piazzale, ragionevolmente intorno alle 17.00-17.15 dove acquista una scheda telefonica. Dale Pike dalle 17.00 alle 18.00 effettua tre telefonate (tutte senza risposta) con la scheda telefonica da un telefono pubblico (presumibilmente dentro o appena uscito dall’Aeroporto). I primi due tentativi di telefonata vengono fatti a un numero simile a quello di Forti mentre la terza (anch’essa senza risposta) viene fatta al numero di Forti. Dopo circa 30 minuti (alle ore 18.00/18.15) arriva in aeroporto Chico Forti che lo preleva e lo fa salire a bordo della sua auto, una Range Rover nera. Dale Pike doveva poi, come pianificato nei giorni precedenti al suo viaggio a Miami, recarsi a casa di Chico Forti dove avrebbe pernottato, suo ospite. La moglie di Chico Forti era al corrente e aveva predisposto l’abitazione situata in Williams Island (3200 Island Blue Suite) per accogliere l’ospite. Chico Forti nella stessa sera (alle ore 19) aveva appuntamento anche con il suocero e con i figli all’aeroporto di Fort Lauderdale. L’idea era quindi quella di prelevare Dale Pike alle ore 18 all’aeroporto di Miami e poi di andare insieme a prelevare il suocero e i figli di Forti all’aeroporto di Fort Lauderdale (a circa 40 minuti di auto) per poi recarsi tutti e tre a casa di Forti, e i tempi operativi per fare tutto questo erano abbastanza limitati. Forti ha dichiarato durante il processo di essersi fermato in una stazione di servizio situata a pochi chilometri dall’Aeroporto di Miami intorno alle ore 18.25 dove la vittima Dale Pike avrebbe fatto una telefonata a un soggetto sconosciuto dicendo poi di non voler più pernottare a casa di Forti e chiedendo invece di essere accompagnato a Key Biscayne (luogo dove è avvenuto il delitto). Ma la cabina telefonica dove la vittima avrebbe fatto la telefonata è a sud dell’aeroporto e quindi in direzione opposta dall’abitazione di Forti (dove Dale Pike dova essere ospitato). Quindi prima che Forti e Pike si fermassero per telefonare avevano evidentemente già deciso di andare a Key Biscagne (luogo dell’omicidio). Questa circostanza è apparsa per la giuria come un elemento di colpevolezza perché Forti aveva affermato alla Polizia che la vittima aveva deciso di cambiare programma (di non andare più a casa sua) dopo aver fatto quella telefonata dall’area di servizio. Una scheda telefonica inoltre è stata ritrovata accanto al cadavere di Dale Pike e gli investigatori hanno stabilito che quella scheda era stata usata effettivamente per fare tre telefonate, due ad un numero simile a quello di Chico e la terza al suo numero esatto (alla chiamata Chico Forti non aveva risposto). Ma su quella scheda telefonica non vi è traccia della fantomatica telefonata che, secondo Enrico Forti, Dale avrebbe fatto da una stazione di servizio (e neanche sui tabulati del telefono cellulare di Forti è emersa una chiamata del genere). Chico Forti e Dale Pike ripartono dalla stazione di servizio alle 18.25 e si recano insieme a Key Biscayne (Virginia Beach), a circa 30 minuti di auto dall’Aeroporto dove giungono alle ore 18.40 circa (ho effettuato personalmente alcuni anni fa lo stesso percorso e nel medesimo orario). Durante il tragitto Forti e Pike parlano ragionevolmente dell’affare del Pike Hotel di Ibiza perché quella è la ragione primaria del viaggio della vittima. Chico Forti allora cambia programma e invece di recarsi con Dale Pike all’aeroporto di Fort Lauderdale per prelevare il suocero e i figli e recarsi a casa sua, decide di recarsi a Key Biscayne, luogo appartato ed a quell’ora già buio. Alle 19.16 Chico Forti telefona alla moglie da un posto vicino a quello dove è avvenuto il delitto e le dice (mentendo) che Dale Pike non era arrivato a Miami e che si stava recando (in ritardo) a Fort Lauderdale a prendere il suocero e i figli. Nei giorni successivi Chico Forti ripeterà questa menzogna anche al padre della vittima e più volte alla polizia. Alla fine Forti confesserà di aver mentito alla Polizia per paura di essere incastrato (senza però spiegare in che modo) ma senza saper dare una spiegazione convincente del perché avesse mentito in quei giorni anche alla moglie e ad altri personaggi. Infatti il giorno successivo (lunedì 16 febbraio 1998), Anthony Pike telefonò a Chico Forti che anche a lui disse (mentendo) che suo figlio non era arrivato all’aeroporto la sera prima.
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KEY BISCAYNE: IL LUOGO E L’ORARIO IDEALE PER UN DELITTO

Ho effettuato un sopralluogo a Miami nel luogo dove è stato rinvenuto il cadavere di Dale Pike in inverno, più o meno nello stesso periodo dell’anno in cui è avvenuto l’omicidio. La spiaggia di Key Biscayne è una località frequentata di giorno dai surfisti e bagnanti ma è quasi deserta la sera quando fa buio (a febbraio in Florida alle 18.30 è già buio) ed è quindi in quell’orario il luogo adatto per commettere un omicidio senza essere notati. Chico Forti era un esperto surfista e conosceva bene la spiaggia di Key Biscayne dove venne trovato il cadavere di Dale Pike, che in quei giorni era ancora meno frequentata del solito perché la strada d’accesso era chiusa a causa dei danni di un uragano e in quel giorno, inoltre, la direzione del vento non era adatta per uscire con il surf. Chico Forti sapeva quindi che difficilmente quel giorno e in quell’orario vi avrebbe incontrato qualcuno. La spiaggia era chiusa per la mancanza di bagnini e la strada era bloccata da paracarri. Ma Forti sapeva benissimo come arrivare alla battigia evitando gli ostacoli con il suo fuoristrada che però è affondato per almeno mezzo metro e questo spiega perché della sabbia si è infilata fra la carrozzeria e il gancio di traino (ritrovata in seguito dalla Polizia).
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LA CONFESSIONE ALLA POLIZIA

Il 20 febbraio Chico Forti, interrogato dalla Polizia e messo di fronte all’evidenza (dal tabulato del suo telefono cellulare risulta infatti che il giorno dell’omicidio, alle 19.16, aveva effettuato una telefonata a sua moglie agganciando la cella telefonica di Key Biscayne e viene ripreso dalle telecamere di sorveglianza dell’aeroporto), ammette alla fine di aver raccolto Dale Pike in Aeroporto alle 18.15. Forti durante l’interrogatorio riferisce però di aver lasciato Dale Pike nel parcheggio del ristorante “Rusty Pelikan” in Key Biscayne, 3201 Rickenbacker Causeway, (a circa 300 metri dal luogo dove fu poi ritrovato il suo cadavere) e che Dale Pike è salito a bordo di una Lexus bianca guidata da uno sconosciuto e se ne è andato. Questa dichiarazione durante il processo è apparsa naturalmente come un tentativo di depistaggio.

LA SCENA DEL CRIMINE

Il cadavere di Dale Pike viene ritrovato casualmente il giorno dopo da un surfista, David Suchinsky, sulla spiaggia di Key Biscayne alle ore 18.00 del 16 febbraio 1998. Il cadavere di Dale Pike è stato spogliato e trascinato per alcuni metri dalla riva del mare fino a un luogo più all’interno per circa 20 metri e in parte è stato nascosto tra la vegetazione. Il corpo di Dale era stato denudato molto probabilmente per simulare una pista omosessuale (attraverso una operazione di staging, fatta di fretta e al buio). L’obiettivo logico era quindi quello di simulare un omicidio a sfondo omosessuale. Chico Forti durante il processo cercò di avvalorare questa ipotesi e affermò di essere a conoscenza di possibili tendenze omosessuali della vittima Dale Pike.
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E’ però escluso che Sewer Beach fosse un luogo d’incontro di omosessuali e che la vittima Dale Pike avesse contatti con gli ambienti omosessuali di Miami. Anche questa dichiarazione fatta durante il processo è apparsa come un tentativo di depistaggio. Intorno al cadavere e nel percorso del suo trascinamento sono stati trovati degli oggetti personali della vittima (scontrini, scheda telefonica, ecc.) che hanno consentito agli investigatori la sua identificazione con relativa facilità. Gli oggetti trovati attorno al cadavere possono essere stati dispersi durante l’operazione di staging che è avvenuta ragionevolmente in fretta, con azioni concitate e al buio poiché attorno alla scena del crimine non c’è illuminazione e in Florida a febbraio fa buio alle 18.15. Lo staging sulla scena del crimine di Dale Pike è stato palesemente finalizzato a far passare l’omicidio come maturato in ambiente omosessuale. Quindi l’obiettivo è stato proprio quello di allontanare i sospetti da Chico Forti che era conosciuto per essere viceversa un eterosessuale e anche donnaiolo. La persona che quindi ragionevolmente poteva avere interesse a costruire questa messa in scena non è un sicario né un assassino occasionale ma è proprio Chico Forti.
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LA SCHEDA TELEFONICA DELLA VITTIMA

Vicino al cadavere di Dale Pike è stata rinvenuta una scheda telefonica che secondo le indagini aveva fatto tre telefonate senza la risposta dell’interlocutore, nell’orario dalle 17 alle 18 (prima che Forti prendesse Dale Pike all’aeroporto). Le prime due telefonate erano state fatte a numeri simili a quello di Forti e la terza telefonata al numero del telefono cellulare di Chico Forti. Della fantomatica telefonata che, secondo Chico Forti, Dale Pike fece da una stazione di servizio, non vi è traccia. Nella stazione di servizio dove Forti afferma che si sono fermati c’è un telefono pubblico che all’epoca era perfettamente funzionante. E nella scheda telefonica c’era credito telefonico sufficiente per effettuare altre telefonate. Chico Forti aveva fretta di andare a Fort Lauderdale a prendere il suocero e i figli che doveva arrivare alle 19.00. Molto probabilmente, considerando il tempo di partenza e di arrivo dall’aeroporto di Miami a Key Biscayne (luogo dell’omicidio) non vi fu nessuna sosta all’area di servizio (ci passarono davanti senza fermarsi) oppure vi fu una sosta brevissima per fare benzina nel corso della quale Dale Pike non scese nemmeno dall’auto di Forti. Ed è anche logico che Chico Forti avendo fretta di andare a prendere il suocero (ma anche per semplice cortesia) avrebbe prestato il suo telefono a Dale Pike per fare una eventuale telefonata (che però non risulta dai tabulati telefonici del cellulare di Forti).

L’ARMA DEL DELITTO

Dale Pike è stato ucciso con due colpi di cal. 22 alla testa, il primo colpo esploso a qualche metro di distanza e il secondo colpo esploso a distanza ravvicinata. La malavita di Miami utilizza prevalentemente armi da fuoco in calibro 9mm, 45, 38 e 357mg. Il calibro 22 è utilizzato normalmente da chi è poco esperto nel tiro e vuole un’arma poco rumorosa e con poco rinculo. La circostanza che Chico Forti avesse acquistato il 20 ottobre 1997 presso il negozio “Sports Authority” (negozio dove ho effettuato un sopralluogo alcuni anni fa prima che fosse chiuso definitivamente) nel Westland Promenade Shopping Center, 3895 W 20th Ave, Hialeah, un’arma dello stesso calibro di quella utilizzata per l’omicidio di Dale Pike e che poi tale arma sia sparita è invece certamente un elemento significativo. La situazione più logica è quindi che Enrico Forti uccise personalmente Dale Pike. Se avesse commissionato l’omicidio a delle altre persone non avrebbe certamente consentito ai sicari di usare un’arma dello stesso calibro della sua perché la Polizia avrebbe immediatamente sospettato di lui. Oltretutto Forti non fece i nomi di eventuali complici in cambio di una condanna più benevola proprio perché complici non ve ne erano. Ken Duval il commesso del negozio Sports Authority dove è stata acquistata la pistola (un revolver smith&wesson) calibro 22 matricola K530828660650 ha affermato che Chico Forti è arrivato in negozio insieme a un suo amico (Thomas Knott) che voleva intestarsi l’arma. Chico Forti ha dichiarato che Thomas Knott non aveva però sufficiente credito sula carta di credito e allora la pistola è stata pagata da Chico Forti con la sua carta di credito. La pistola calibro 22 comunque non è stata ritirata da nessuno in quel giorno. La pistola è stata consegnata da un altro commesso il giorno dopo, molto probabilmente a Chico Forti anche se non sono emerse conferme investigative perché il commesso del giorno dopo (sulla scheda di consegna dell’arma è effettivamente segnata la data del 20 di ottobre e poi corretto a penna il giorno 21 di ottobre) non si ricordava a chi l’aveva consegnata. L’amico di Chico Forti, Thomas Knott ha comunque dichiarato di non aver mai ritirato quell’arma che risultava intestata a lui ma di cui non era mai entrato possesso e che ritiene che l’abbia ritirata Chico Forti che si è recato da solo il giorno dopo da Sports Authority. Chico Forti, dopo l’omicidio, non ha saputo spiegare che fine avesse fatto la pistola che di fatto non è mai stata trovata. Chico Forti ha dichiarato in diverse interviste che Knott voleva acquistare una pistola calibro 22 per esercitarsi al tiro al piattello. Indipendentemente dal fatto che tirare al piattello con una pistola calibro 22 è palesemente una attività impossibile, Knott ha poi affermato di aver acquistato presso il negozio Sports Authority un fucile calibro 12 marca Benelli (adatto invece al tiro al piattello) lo stesso periodo in cui Forti ha acquistato la pistola calibro 22. Il fucile calibro 12 è stato trovato effettivamente dalla polizia durante la perquisizione a casa di Knott, ancora nella scatola originale. Quindi la spiegazione di Forti sull’utilizzo della pistola per il piattello non regge ed è apparsa come un ulteriore tentativo di depistaggio. La spiegazione più logica è che Chico Forti volesse avere una pistola non intestata a lui da utilizzare in situazioni di emergenza come, appunto, commettere un omicidio. Su dove possa essere andata a finire l’arma del delitto e se a distanza di quasi 20 anni sia ancora possibile ritrovarla sono possibili alcune ipotesi. Certamente se l’arma intestata a Knott (ma certamente nella disponibilità di Chico Forti) fosse ritrovata lungo il tragitto tra la scena del crimine (Key Biscayne) e l’aeroporto di Fort Laudersdale (luogo dove si è recato Forti dopo il delitto), le ipotesi sulla colpevolezza di Forti sarebbero ulteriormente rafforzate. Alcuni investigatori di Miami hanno fornito allo scrivente a tal proposito delle interessanti valutazioni che vengono qui omesse per motivi di ovvia riservatezza. Quello che è possibile ipotizzare è che comunque la possibilità del ritrovamento della pistola 22 acquistata da Sports Authority non è completamente da escludere anche a distanza di molti anni.

ASSENZA DI BOSSOLI SULLA CRIME SCENE

Sulla scena del crimine non sono stati rinvenuti i bossoli dei colpi che hanno ucciso Dale Pike. Quindi possiamo formulare due ipotesi: che la vittima sia stata uccisa con un revolver che non rilascia bossoli o che l’assassino abbia utilizzato una pistola semiautomatica (come la Smith&Wesson mod 2213 acquistata da Forti qualche tempo prima) e che dopo aver sparato possa aver ritrovato i bossoli in terra e recuperati. In quelle condizioni in effetti la cosa è abbastanza difficile ma non impossibile perché i bossoli illuminati dai fari della macchina o da una torcia elettrica brillano nell’oscurità. I bossoli calibro 22 sono molto piccoli (hanno un diametro di circa 6 mm) e l’omicidio è avvenuto in un luogo con fondo di sabbia soffice ma con molti pezzetti di alghe grigie e frammenti di legno (che ho potuto osservare personalmente durante un sopralluogo alcuni anni fa) che, soprattutto al buio, avranno reso difficile ritrovare dei bossoli piccoli come quelli di una 22. Ovviamente c’è anche la possibilità che i bossoli possano essere stati calpestati da coloro che sono arrivati inizialmente sulla scena del crimine e che poi sia stato impossibile recuperarli. Questa ultima ipotesi appare comunque più remota considerando la professionalità del reparto investigativo che ha proceduto alle indagini. Resta il fatto che la pistola che ha ucciso Dale Pike, abbia lo stesso calibro di quella acquistata da Chico Forti con la sua carta di credito e questo elemento ha rafforzato il convincimento nella giuria popolare che l’assassino sia proprio lui.
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IL POSSIBILE MOVENTE

Anthony Pike era il proprietario del Pike’s Hotel a Ibiza (che era gravato da parecchi debiti ma Chico Forti non lo sapeva) che Chico Forti voleva acquistare, senza avere sufficienti risorse economiche per farlo. Anthony Pike, nel periodo dell’omicidio, soffriva di demenza collegata all’AIDS ed è quindi ragionevole che i figli volessero verificare se le sue operazioni finanziarie fossero corrette e convenienti per il padre. Chico Forti aveva già trasferito venticinquemila dollari sul conto di Anthony Pike come caparra iniziale e si era impegnato a pagare poi un milione e cinquantamila dollari in contanti e la cessione di due appartamenti siti a Williams Island. Sull’affare del Pike Hotel di Ibiza Chico Forti aveva quindi scommesso pesantemente rispetto al proprio futuro finanziario. Dale Pike, era certamente andato a Miami ad incontrare Chico Forti per verificare la sua capacità economica e per manifestare dei dubbi in tal senso. Chico forti, temendo che il suo affare potesse svanire lo ha ucciso. Il movente del delitto è stato infatti correttamente individuato dalla giuria popolare nel parere contrario di Dale Pike alla vendita dell’hotel del padre, affetto da demenza e su cui quindi la vittima avrebbe potuto avere capacità di influenzarlo.

OMICIDE PLANNING

Rispetto alla premeditazione e alla pianificazione dell’omicidio sono state formulate due ipotesi:
A prima ipotesi: che Chico Forti abbia pianificato l’omicidio diverso tempo prima (qualche settimana), attirando Dale Pike a Miami con l’intento di ucciderlo (e pagandogli anche appositamente il biglietto aereo) avendo constatato che stava creando dei problemi nella compravendita dell’Hotel a Ibiza;
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B seconda ipotesi: che Chico Forti abbia deciso di uccidere Dale Pike lo stesso giorno in cui è avvenuto il delitto, dopo aver parlato con lui appena preso all’Aeroporto e dopo aver constatato che poteva essere un ostacolo nella compravendita dell’Hotel a Ibiza, considerando che a distanza di pochi giorni sarebbe arrivato a Miami anche il padre della vittima Anthony Pike, proprio per concludere l’affare a cui Chico Forti teneva moltissimo.
La seconda ipotesi è apparsa più logica perché se Chico Forti avesse pianificato l’omicidio prima che Dale Pike giungesse a Miami avrebbe sicuramente organizzato il delitto con maggior tempo a disposizione e non sarebbe arrivato in ritardo all’aeroporto di Fort Lauderdale dove aveva appuntamento con il suocero. Anche l’analisi della scena del crimine, dove si rileva una attività di staging goffa e le difficoltà di Chico Forti a costruirsi un alibi solido (optando invece prima per la pista omosessuale e poi per il tentativo di far cadere i sospetti su Thomas Knott), lasciano propendere per la seconda ipotesi, vale a dire di un tempo di pianificazione dell’omicidio relativamente breve.

L’IPOTESI DELLA MESSA IN SCENA PER INCASTRARE FORTI

Chico Forti ha affermato che qualcuno ha voluto incastrarlo per l’omicidio di Dale Pike e che lo staging sulla scena del crimine, il denudamento del cadavere e il rilascio di oggetti personali della vittima sulla scena erano azioni finalizzate a far cadere i sospetti su di lui. In realtà gli oggetti ritrovati intorno al cadavere di Dale, che riconducevano a Chico Forti, caddero quasi certamente dalle tasche di Dale Pike durante il denudamento del cadavere da parte di Chico, un denudamento che fu messo in atto in un momento in cui c’era pochissima luce, poco tempo e sicuramente una condizione di alterazione emotiva. E’ invece sicuramente da scartare l’ipotesi che l’assassino avesse realizzato uno staging della scena del crimine con gli effetti personali della vittima per incastrare Forti, in tal caso infatti non si spiegherebbe il denudamento del cadavere allo scopo di simulare un omicidio in ambito omosessuale posto che Forti non è gay. Chi difende Chico Forti sostiene inoltre che non è vero che stesse cercando di appropriarsi del Pike Hotel di Ibiza attraverso una truffa e che invece Anthony Pike e Thomas Knott stavano cercando di truffare Chico rifilandogli un hotel senza valore. Se fosse vero che Anthony Pike e Thomas Knott stavano cercando di appropriarsi del denaro di Forti, nessuno dei due avrebbe avuto ragione e interesse di uccidere Dale Pike per far attribuirne a Chico Forti il suo omicidio prima di essersi potuto appropriare dei soldi, portando a compimento la truffa.

LE MENZOGNE DI FORTI PER TENTARE DI COSTRUIRSI UN ALIBI

Enrico Forti sostiene di aver mentito inizialmente agli investigatori per paura, in quanto non solo era venuto a conoscenza della morte di Dale ma i detective gli avevano riferito, (come strategia di interrogatorio), che pure il padre di Dale, Anthony Pike, era stato ucciso. Non è chiaro però in effetti di cosa avesse paura Chico Forti e questa sua giustificazione non regge. Egli infatti, prima di riferire questa menzogna alla polizia aveva riferito la stessa menzogna anche alla moglie, al suo avvocato, a Thomas Knott e ad Anthony Pike (il padre di Dale). Durante il processo (e in seguito dopo la condanna) Chico Forti ha prodotto molte altre menzogne che sono state poi puntualmente scoperte e che hanno notevolmente minato la sua credibilità agli occhi della giuria popolare.

IL TENTATIVO DI DEPISTAGGIO SU THOMAS KNOTT

Chico Forti, nel corso dei primi interrogatori e in seguito durante il processo, cercò di spostare l’attenzione sulla colpevolezza di Thomas Knott. Ma le indagini e le testimonianze non consentirono in alcun modo di collegarlo all’omicidio di Dale Pike perché evidentemente Knott era estraneo ai fatti. Thomas Knott aveva comunque un alibi di ferro per l’omicidio, perché era presente ad una festa a casa sua, proprio la sera in cui Dale Pike era stato ucciso. Chico Forti, subito dopo il delitto e prima che i media ne rendessero pubblica l’informazione, ha inoltre incontrato Thomas Knott e gli ha consegnato una somma in contanti di 800/1000$ consigliandolo (mentendo) di allontanarsi dalla zona “perché l’’immigrazione lo stava cercando”. Knott ha inizialmente creduto a questa storia e ha lasciato Miami, poi però, tre giorni dopo, quando la storia dell’omicidio di Dale Pike è divenuta pubblica, è rientrato a Miami proprio per evitare che si potesse pensare che il suo allontanamento fosse in qualche modo collegato all’omicidio. Il ritorno di Knott a Miami ha rovinato di fatto il tentativo di depistaggio di Forti. Questo tentativo di far cadere i sospetti su un’altra persona ha fortemente minato la credibilità di Forti agli occhi degli investigatori e della giuria popolare.

LA SABBIA DI KEY BISCAYNE SULLA MACCHINA DI FORTI

La Range Rover di Chico Forti è stata sequestrata ed in seguito ad alcuni accertamenti forensi è stata trovata sul gancio di traino (in un luogo interno al pezzo e quindi preservato da eventuali lavaggi) della sabbia compatibile con quella presente sulla scena del crimine, la spiaggia di key biscagne. Gli investigatori hanno ipotizzato che la vittima possa essere stata trasportata (o trascinata con una corda) sul luogo di ritrovamento del cadavere utilizzando la Range Rover. Certamente la sabbia ritrovata potrebbe essere compatibile con altre spiagge di Miami Beach ma resta il fatto che questo indizio, insieme agli altri riscontrati, ha fornito ulteriori elementi di convinzione alla giuria popolare. La difesa di Chico Forti e i suoi consulenti hanno “velatamente” accusato la Polizia di Miami di aver collocato la sabbia sul gancio di traino costruendo così una prova falsa.

VALUTAZIONE SULLE INDAGINI CONDOTTE DALLA POLIZIA DI MIAMI E DAL PROSECUTOR REID RUBIN

Il Miami Dade Police Department e il Prosecutor Reid Rubin, a mio avviso, nel caso dell’omicidio di Dale Pike, hanno svolto indagini accurate e nel rispetto delle procedure tra cui:
1. hanno identificato rapidamente la vittima partendo dall’analisi forense degli oggetti rinvenuti vicino al cadavere;
2. hanno stabilito (insieme al Coroner) con buona approssimazione l’ora e la causa della morte e hanno identificato il calibro dell’arma utilizzata per uccidere la vittima;
3. hanno ricostruito i contatti telefonici della vittima analizzando la scheda telefonica trovata vicino al cadavere;
4. hanno effettuato una perquisizione domiciliare nella casa di Chico Forti e di altri soggetti collegati in qualche modo all’omicidio (come Thomas Knott), acquisendo utile documentazione;
5. hanno ricostruito orari e spostamenti di Chico Forti il giorno dell’omicidio acquisendo anche correttamente i filmati del sistema di sorveglianza dell’Aeroporto di Miami documentando l’incontro tra Chico Forti e la vittima Dale Pike;
6. hanno collocato Chico Forti in maniera incontestabile nei pressi della scena del crimine nell’orario in cui è avvenuto il delitto;
7. hanno evidenziato delle menzogne del sospettato Chico Forti nel corso degli interrogatori condotti in maniera intelligente e questo hanno indotto Chico Forti a fare delle importanti ammissioni;
8. hanno individuato e interrogato numerosi testimoni, alcuni dei quali hanno fornito informazioni molto utili;
9. hanno evidenziato, attraverso indagini accurate e complesse, che il sospettato Chico Forti aveva nella sua disponibilità una pistola dello stesso calibro di quella utilizzata per commettere l’omicidio (anche se non è stata mai ritrovata) anche se tale arma non era formalmente intestata a lui e quindi non presente nella banca dati nazionale delle armi;
10. hanno individuato un plausibile movente dell’omicidio indagando nelle intricate questioni economiche collegate alla possibile vendita dell’Hotel Pike di Ibiza.
11. hanno sequestrato l’autovettura del principale sospetto rinvenendo poi, all’interno del gancio di traino, della sabbia compatibile con quella che si trova sulla scena del crimine;
Ritengo quindi che gli investigatori del Miami Dade Police Department e il Procuratore Reid Rubin abbiano svolto le indagini in maniera corretta e che la Giuria Popolare abbia espresso il suo verdetto di colpevolezza in base a moltissimi elementi di prova che gli sono stati offerti, la maggior parte dei quali inequivocabili.

VALUTAZIONE SULLO SVOLGIMENTO DEL PROCESSO A CHICO FORTI

Anche nel corso del processo il Procuratore Reid Rubin ha affermato che: “The State does not have to prove that he is the shooter in order to prove that he is guilty…” (l’Accusa non deve provare che Forti è stato l’esecutore materiale del delitto) facendo intendere che Forti poteva aver anche commissionato il delitto a dei suoi complici, io sono convinto, in base all’analisi svolta, che l’assassino in realtà sia stato proprio lui, avendo avuto l’opportunità di farlo, gli strumenti per farlo, il movente per farlo e non avendo un alibi credibile. La Procura comunque ha accusato inizialmente Chico Forti di truffa e di omicidio poi ha sospeso il capo d’imputazione di truffa che però resta il movente dell’assassinio. Forti è stato quindi condannato come partecipante a un felony murder: un omicidio commesso durante l’esecuzione di un altro crimine, (la truffa). Il processo a Forti è durato per 24 giorni, (un tempo decisamente lungo per gli standard americani) e l’accusato ha avuto quindi il tempo necessario per portare prove a sua discolpa e per convincere la giuria popolare della sua innocenza. Il Procuratore Reid Rubin, che ha sostenuto l’accusa nel processo ad Enrico Forti, è conosciuto in Florida per essere da sempre un acceso combattente nei confronti di ogni forma di corruzione e di abuso all’interno della Polizia e se (come afferma la difesa di Forti), gli investigatori che si sono occupati del caso avessero operato in maniera scorretta, certamente Reid Rubin non avrebbe consentito tale abuso. Forti ha inoltre avuto come difensori due tra i migliori Avvocati disponibili a Miami. Il Giudice Victoria Platzer (aspramente criticata dalla Famiglia di Forti e dai suoi avvocati e consulenti) era stata nella polizia di Miami Beach dal 1976 al 1983 e aveva avuto sempre un comportamento in servizio irreprensibile. Ha poi svolto la professione di avvocato ed è diventata giudice nel 1994. Nel 1998 si è occupata del processo a Chico Forti. Nell’ambiente giudiziario di Miami è considerata da tutti un ottimo Giudice, esperta, preparata ed onesta. E’ mia opinione che qualsiasi altra giuria popolare del mondo, di fronte agli elementi emersi nel corso del processo, avrebbe deciso per la colpevolezza dell’imputato. Ritenere che le prove che hanno condotto Forti alla condanna siano state costruite appositamente è quindi un profondo ed ingiusto insulto alla Polizia di Miami e quindi allo Stato della Florida. E’ mia opinione infine che Chico Forti non ha mai chiesto un nuovo processo perché è consapevole che in base alle prove emerse sarebbe condannato di nuovo ma vorrebbe semplicemente poter venire a scontare la sua condanna in Italia, sperando poi in qualche vantaggio legato al sistema penitenziario italiano (situazione già successa in passato per altri detenuti italiani trasferiti dagli Stati Uniti in Italia).

CONCLUSIONI

Coloro che difendono Chico Forti, avvocati e consulenti della Famiglia Forti, oltre che diversi giornalisti e vari gruppi di sostenitori, affermano che la polizia di Miami lo abbia “incastrato” per vendicarsi del documentario “Il sorriso della medusa” realizzato da Forti sulla morte di Andrew Philip Cunanan (il serial killer che uccise Gianni Versace), nel quale Enrico Forti metteva in dubbio la versione della polizia di Miami Beach riguardo al suicidio di Cunanan. In realtà il suicidio, messo in atto dopo aver portato a termine una serie di omicidi programmati, è un classico tra gli spree killer e la pistola con cui Cunanan si suicidò e che la polizia gli trovò in mano è la stessa Taurus cal. 40 che aveva colpito a morte Gianni Versace. Inoltre il documentario di Enrico Forti non è mai stato diffuso in America ma solo in Italia ed in Francia e non avrebbe quindi potuto offendere in nessun modo la polizia di Miami. Gli investigatori che hanno condotto le indagini sull’omicidio di Dale Pike appartengono infine ad un altro Dipartimento, il Miami Dade Police Department. Come ha scritto la criminologa italiana Ursula Franco, “Enrico Forti è un truffatore e un assassino che, finché non è stato inchiodato alle sue responsabilità, ha ritenuto di essere parecchio furbo. Un passato di “successi” nel campo della manipolazione del prossimo ha portato Chico Forti a credere di potersela cavare dopo aver ucciso Dale Pike ed invece si è dovuto confrontare con gente più furba di lui: i detectives e il prosecutor che hanno indagato sull’omicidio…
Roma 20 settembre 2020
M. Strano
Curriculum dell’autore: www.marcostrano.wordpress.com
BIBLIOGRAFIA
https://malkecrimenotes.wordpress.com/2019/12/16/il-caso-chico-forti-a-chi-lha-visto-criminologa-ursula-franco-meglio-scegliere-la-verita-al-consenso/
https://www.appiapolis.it/2020/04/18/il-caso-chico-forti/