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Un documento della CIA del 1949 anticipava le mosse di Putin

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La guerra in Ucraina anticipata di oltre mezzo secolo. I documenti de-classificati della Central intelligence agency (Cia) sono un libro aperto sugli interessi di Mosca nelle zone oggi contese con Kiev del bacino del Donetsk, le stesse dove dal 2014 si combatte un conflitto a bassa intensità. E riconosciute da Vladimir Putin poche ore prima dell’inizio delle ostilità del 24 febbraio.

“La guerra non ha distrutto il Donbass. Al contrario, il bacino del Donetsk è tornato, come era prima della guerra, ad essere la fortezza industriale dell’Unione sovietica”. Inizia così l’Information for foreign documents and radio Broadcasting, report bimestrale redatto per conto della Cia nel dicembre 1949.

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Stando alle informazioni riportate, al ’49 l’attività estrattiva delle miniere di carbone del Donbass è aumentata rispetto a prima della Seconda guerra mondiale, passando da 85 milioni ad 88 milioni di tonnellate. Si sottolinea tuttavia come le città di Kharkov, Dnepropetrovsk, Zaporozh’ye arrivino a consumare circa un terzo della capacità estrattiva.

E questo non perché i cittadini siano degli spendaccioni in fatto di energia, quanto perché le tre città erano (e sono) importanti poli industriali. Nel documento si legge infatti che la sola Zaporozh’ye vanta impianti di estrazione e lavorazione di metalli ed aziende chimiche. Stessa cosa dicasi che Kharkiv che, già negli anni Trenta, era il cuore della motorizzazione agricola sovietica, grazie alla celebre Kharkiv Tractor Plant, diventata poi dopo il 1945 importante centro per la transizione vapore-diesel dei locomotori.

In un’epoca in cui i viaggi aerei erano appannaggio di pochi, la veloce ricostruzione delle ferrovie russe rappresentava fra i primi step di rilancio dell’economia e della competitività industriale dell’Urss.

Alla luce di tali risorse, il Donbass ha dunque meritato l’appellativo di “fortezza” dell’economia sovietica attribuito dagli agenti Cia. Ulteriore conferma ai dati espressi nel rapporto, arriva da un interessante studio di tre storiche italiane Elena Dundovich, Francesca Gori, Emanuela Guercetti. In Gulag, storia e memoria (Feltrinelli 2004), le autrici ricordano infatti come nel 1945, dei 303mila prigionieri giapponesi e polacchi in mano al Cremlino, circa 2/3 furono inviati come forza lavoro nelle miniere del Donbass.

Stesso destino toccò ai rimpatriati sovietici (i cittadini russi che avevano prestato servizio nelle forze dell’Asse), inviati nelle aree minerarie del bacino del Donetsk. Tracciando, inoltre, una “geografia” delle deportazioni Guercetti, Gori e Dundovich indicano una massiccia presenza di uomini nel Donbass, mentre le donne sono destinate ai centri detentivi negli Urali.

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Maschi, si deduce, in quanto forza lavoro adatta alle miniere. Se il carbone è noto ai russi sin da prima della guerra, dopo il conflitto – riporta la Cia – si scopre che il Donbass è ricco di gas naturale. La maggior parte del gas si trova in prossimità dei giacimenti carboniferi e che, secondo le stime sovietiche, la quantità di metri cubi per tonnellata varia in base alla conformazione del terreno, della profondità e, chiaramente, della zona estrattiva.

A Gorlovka (Horlivka) la quantità varia dai 35 metri cubi a 350 metri di profondità, fino ad un massimo di 180 metri cubi a tonnellata a 640 metri di profondità, a secondo del filone.

L’ Information for foreign documents and radio Broadcasting rappresenta quindi una importantissima chiave di lettura del presente. Per un Paese, come la Federazione russa, che fa delle esportazioni di carburante una delle sue principali fonti di reddito, acquisire il bacino carbonifero e gasifero del Donbass significa implementare enormemente la produzione. Soprattutto in una fase difficile come quella che sta vivendo inseguito alle sanzioni.

Il 10 marzo scorso, in un tweet lanciato dal profilo istituzionale del Governo russo, si legge che il ministro dell’Energia, Alexander Novak, ha conferito con l’omologo indiano Hardeep Singh Puri, mentre il 25 febbraio aveva incontrato il leader militare sudanese, tenente generale Mohammed Hamdan Dagalo.

Malgrado il sito della Federazione sia oscurato, che Mosca abbia intensificato rapporti commerciali con India e Cina per la vendita di petrolio, carbone e gas non è cosa certo nuova. Ciò che invece dovrebbe far riflettere è la dipendenza da carbone (e non solo) di Paesi come l’India ed il Sudan. Il primo, infatti, è il principale importatore di carbone al mondo: dati Aie (Agenzia internazionale dell’energia) alla mano, nel 2018 il fabbisogno indiano si aggirava sui 600 milioni di tonnellate l’anno.

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Lo stesso Sudan, che non è povero di materie prime fra cui oro ed idrocarburi, dipende fortemente dal fossile per la produzione di energia. E, cosa più importante, il colpo di Stato ha aggravato il già debole status industriale sudanese, rendendo dunque il paese appetibile ad investitori e a tecnici stranieri. Ad esempio russi.

Certo, c’è chi in Occidente parla di un Putin costretto a vendere le sue risorse a prezzi stracciati, ma se pensiamo che un anno fa il carbone costava 89 dollari a tonnellata il conto è presto fatto. Anche ammesso che Mosca venda all’India carbone per il prezzo decisamente basso di 50 dollari a tonnellata, la produzione del 1949 varrebbe oggi 4,5 miliardi di dollari. Ed erano 88 milioni di tonnellate.

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Inoltre, quelli del Donbass non sono gli unici bacini carboniferi della Federazione, bensì una parte che sommata alle altre garantisce a Putin di vendere a prezzi concorrenziali, ammortizzando così le sanzioni e, nel frattempo, continuando la penetrazione in Africa verso ricchi bacini minerari.

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