Come una pandemia rischiara il cielo (ma non rallenta il riscaldamento globale)

L’emergenza Covid-19 ha portato con sé un grande numero di cambiamenti nelle vite di tutti, in ogni parte del globo. Ma lo stravolgimento della routine non ne è l’unica conseguenza.

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Lo stop forzato di ogni genere di attività umana, effettuato nel tentativo di arginare quanto più possibile il contagio, ha involontariamente portato il mondo intero ad attuare una grande azione a favore del clima.
Infatti, grazie allo stato di fermo, un totale di 2.6 miliardi di tonnellate di CO2 non verrà mai emesso nell’atmosfera. Ciò equivale all’8% del totale stimato per l’anno, secondo l’International Energy Agency.
In poche settimane, i cieli di città estremamente inquinate appaiono più tersi che mai: gli abitanti del Punjab, che dista di fatto solo 200 km dall’Himalaya, riescono dopo quasi 30 anni ad ammirare di nuovo la catena montuosa più alta del mondo. Infatti, essa era rimasta perlopiù celata dietro un grande strato di particelle di inquinamento atmosferico. Nel 2019 l’India aveva dominato le classifiche delle città più inquinate del mondo: 7 delle 10 città più inquinate del mondo erano indiane.
L’emergenza Coronavirus ha rallentato in maniera significativa anche i consumi di energia: è stato possibile osservare l’avanzamento del virus basandosi sulle attività delle principali centrali elettriche, che hanno registrato un calo drastico e repentino dei consumi.
Nella regione dell’Hubei, primo focolaio della Covid-19, il calo registrato nel mese di marzo è stato del 42% rispetto allo scorso anno (Fonte: BloombergNEF).
Secondo le previsioni della IEA, il consumo energetico globale calerà del 6%, sette volte di più rispetto alla grande crisi mondiale del 2008. Ciò equivale ai consumi dell’intera India nell’arco di un anno.
Un altro interessante effetto collaterale dello stop è stato il calo delle vibrazioni prodotte dalle attività umane, specialmente nelle aree urbane del mondo, dove gli spostamenti umani sono di norma ingenti: a Barcellona e Bruxelles i sismometri hanno registrato delle riduzioni di movimento nella crosta terrestre (fonti: Jordi Diaz of Institute of Earth Sciences, Jaume Almera, Thomas Lecocq of the Royal Observatory of Belgium, Observatories & Research Facilities for European Seismology (ORFEUS) and UN OCHA Humanitarian Data Exchange).
Le conseguenze non si fermano tuttavia qui: il virus ha influito sui più svariati settori e, con lo stop agli spostamenti, anche il turismo e i viaggi hanno subito enormi cali.
Vediamo i numeri: 10 miliardi di tonnellate di CO2 sono stati risparmiati dall’1 febbraio al 19 marzo di quest’anno rispetto al 2019, secondo l’Australia Institute. L’attività aerea è calata di più dell’80% nei principali aeroporti di Regno Unito, Francia, Germania e Spagna secondo l’Eurocontrol Agency. I voli giornalieri tra Europa e USA sono scesi da 485 a 90.
16.000 aerei sono rimasti fermi, arrecando grosse difficoltà alle compagnie aeree, che letteralmente non sanno dove tenerli.
Va da sé che, se il traffico aereo ha subito cali tanto drastici, il traffico stradale non può che aver avuto la medesima sorte. Il 23 aprile, a Mumbai, la congestione stradale alle ore 12 era del 59% inferiore rispetto alla media del 2019. A Londra, nello stesso giorno e alla stessa ora, il traffico era inferiore del 28%.
Infatti, a causa della chiusura di negozi e attività e grazie all’adozione dello smart-working da parte di un gran numero di aziende, le strade sono spesso deserte.
La verità è che finora abbiamo dato per scontate le interminabili code nelle ore di punta, tanto da internalizzarle nella nostra cultura: la città di Johannesburg ha un’apposita stazione radio che aggiorna in tempo reale su code e ingorghi e dà indicazioni stradali per evitare di restare imbottigliati nel traffico. Sebbene in questo momento, con le strade deserte e quasi nessuno in giro, essa sia di dubbia utilità, gli aggiornamenti continuano incuranti.
Il crollo del traffico stradale ha portato, tra le altre cose, a un calo del 5% della domanda per il petrolio. Per la prima volta nella storia, per una combinazione tra crollo della richiesta e guerra dei prezzi tra Russia e Arabia Saudita, i prezzi del petrolio sono andati in negativo.
Un’altra conseguenza dello stop è stata la diminuzione dell’inquinamento acustico: in un parco di Lisbona, il 12 aprile, gli unici suoni udibili erano quelli delle biciclette e dei canti ecclesiastici provenienti da una chiesa nei pressi.
Carlo Buontempo, direttore del Copernicus Climate Change Service, osserva l’impatto del virus sul clima. Dice: “Il lockdown ha innescato in noi una più attenta riflessione sul nostro rapporto con l’ambiente. Le persone si sono rese conto che cose che sei mesi fa sembravano inconcepibili non sono poi così drammatiche”.
L’inquinamento risulta avere un ruolo importante anche in questa situazione: la covid-19 è una malattia respiratoria che può portare polmonite e danni a lungo termine per i polmoni. Benché non vi siano ancora state conferme ufficiali, uno studio di Harvard suggerisce un collegamento tra il numero di decessi e i tassi di inquinamento.
Secondo l’Università di Siena e l’Arthus University in Danimarca, ciò contribuirebbe a spiegare l’alta percentuale di morti nelle regioni del nord Italia.
Come ormai sappiamo grazie ai tanti dibattiti in tema climatico, oggi sarebbe possibile ottenere aria più pulita e città più sostenibili grazie a tecnologie e scelte politiche verdi, come ad esempio la sostituzione di impianti a carbone con parchi eolici e pannelli solari, o incentivando il passaggio dai motori a combustione alle batterie.
Secondo il Bloomberg NEF, le vendite di veicoli elettrici sono salite nei mesi di marzo e aprile. Forse la causa potrebbe risiedere nella crescente presa di coscienza comune su quanto la nostra presenza influisca sull’ambiente e sugli ecosistemi: soprattutto ora, è facile osservare quanto la Terra stia beneficiando della nostra assenza.
Ma il timore che il ritorno alla vita di tutti i giorni possa cancellare questi piccoli progressi è reale: in Cina, dalla riapertura delle fabbriche, i livelli di diossido di azoto hanno inziato a risalire.
Inoltre, il riscaldamento globale è destinato a non fermarsi: in media, in condizioni normali, l’aumento di CO2 nell’atmosfera è di circa 2.5 ppm l’anno. Un calo del 10% delle emissioni per quest’anno porterebbe in ogni caso a un aumento di 2 ppm, questo secondo le stime di Pierre Friedlingstein dell’Università di Exeter.
Buontempo sostiene che “a causa dell’inerzia del sistema climatico, anche se riducessimo consistentemente le emissioni, o se addirittura le fermassimo, l’aumento della temperatura continuerebbe senza quasi alcuna variazione”, e aggiunge che “in realtà, è altamente probabile che la concentrazione totale di CO2 nell’atmosfera continui a salire in futuro”.
Ciò che è certo è che l’economia ha bisogno di ripartire, le persone necessitano di riprendere a lavorare e le strategie attuate finora per arginare il virus, benché particolarmente efficaci in termini ambientali, non potranno continuare a lungo.
Quindi cosa fare?
Secondo Buontempo, la chiave sta nelle nostre priorità e nelle nostre scelte. Le aziende dovranno impegnarsi nell’adottare soluzioni sempre più sostenibili, i Paesi dovranno lavorare e collaborare tra loro per giungere ad accordi, sfruttando anche le conferenze annuali sui cambiamenti climatici, mentre i cittadini dovranno rivedere le proprie abitudini quotidiane.
Seguendo questi accorgimenti, a detta di Buontempo, la probabilità di vedere reali effetti nel lungo termine aumenterà.
Fonti: