I jet privati sono senza dubbio uno dei modi più comodo di viaggiare. I passeggeri che utilizzano questa tipologia di voli possono saltare lunghe code aeroportuali e usufruire di numerosi servizi a bordo. Ma una compagnia aerea privata ha fatto molto di più, ha esteso quest’esperienza di lusso a un diverso tipo di clientela:gli animali domestici.
Gli animali domestici hanno il loro menu a bordo. Immagine presa da VistaJet
VistaJet, ha recentemente presentato il “Vista Pet“, un nuovo programma dedicato agli animali domestici. Esso mira a rendere il volo un’esperienza di lusso sia agli animali domestici che ai proprietari. Cosa comporta esattamente? I passeggeri a bordo ricevono una “Pochette VistaPet“, ovvero una borsa con articoli per prendersi cura degli animali domestici durante e dopo il volo.
Porta con te il tuo animale domestico quando viaggi con stile. Immagine presa da “VistaJet”
I passeggeri e i loro cuccioli ricevono durante il volo cibo per animali biologico da Rockstar, un tappetino per il sonno Labbvenn fatto a mano, un premio Random Rewards creato dallo chef stellato Michelin MichelRoux, un kit per la cura durante il viaggio di Kibble Pet, con shampoo secco, lenitivi e giocattoli di corda di Furzu che intratterranno i cani durante il volo.
Gli animali domestici viaggeranno nel lusso su questo aereo. Immagine presa da VistaJet.
Ai passeggeri saranno forniti dal team del servizio clienti della VistaJet non solo i vantaggi per gli animali domestici, ma anche informazioni relative alle norme per viaggiare con loro in base alla destinazione, come dettagli su vaccinazioni, microchip, permessi e certificati. Si prenderanno cura anche della paura di volare dei cani attraverso il “The DogHouse” per agevolarne l’esperienza durante il volo.
I viaggiatori riceveranno anche consigli su vaccinazioni e regolamenti durante il volo. Immagine presa da VistaJet
L’azienda ha assicurato che, attraverso la collaborazione con varie figure professionali come veterinari, toelettatori, dietologi e addestratori, le loro proposte potranno realmente aiutare ad alleviare l’ansia degli animali domestici. Ad esempio, hanno lavorato con un veterinario clinico, il dottor Bruce Fogle, sviluppando un menu equilibrato per mantenere gli animali domestici idratati e sani. I proprietari potranno somministrare ai propri animali domestici essenze floreali naturali, da mescolare con l’acqua potabile, per favorire il relax durante il volo.
Tutte le esigenze del tuo animale domestico saranno prese in considerazione. Immagine presa da VistaJet
Una squadra sarà a disposizione dei clienti al momento dell’atterraggio, per aiutare a trovare i migliori hotel e saloni per gli animali domestici.
Il team, inoltre, potrà aiutare a prenotare dog sitter o addestratori per gli animali domestici, organizzargli esperienze a terra, come ad esempio yoga e surf, il tutto fornito di un fotografo per immortalare i momenti speciali con i propri amici a quattro zampe.
Il motivo di questa offerta?
VistaJet ha registrato un aumento del 104% del numero di animali a bordo negli ultimi due anni. In effetti, si è visto che un cliente su quattro vola regolarmente con il proprio animale domestico.
“Il programma VistaPet rende i viaggi con i propri animali domestici senza soluzione di continuità, sia durante il volo che a destinazione”, ha dichiarato la società in un comunicato.
Numerosi articoli scientifici recenti, alcuni dei quali sono elencati nella sezione “riferimenti” in fondo alla pagina, hanno affrontato il concetto di universo vivente. Immaginiamo per un momento che abbiano ragione.
Cosa significherebbe per la prospettiva dell’astrobiologia sull’origine e la natura della vita e per la sua esplorazione?
La nostra capacità di caratterizzare la natura si basa sulla nostra capacità di metterla in discussione, cosa che dipende in parte dalla tecnologia disponibile. Si basa anche sulla mente umana, che è notoriamente povera nel cogliere prospettive olistiche e migliore nel dividere gli oggetti di indagine in partii intellettualmente affrontabili. Troppo spesso, trascuriamo che i nostri limiti, non la natura, generano contenitori, definizioni e confini isolanti.
Con il tempo, i contenitori diventano l’intero paesaggio pur essendo pensate semplicemente per essere pezzi di un puzzle che si connettono tra loro. Queste scatole modellano e sfidano il nostro approccio alle domande scientifiche, lo sviluppo di quadri intellettuali, l’audacia delle nostre ipotesi e le nostre prospettive. Stabiliscono confini artificiali su dove trovare le risposte, ma anche sulla loro natura e portata.
La ricerca dell’origine e della natura della vita incarna questa sfida. È l’ultimo esperimento mentale, quello in cui siamo completamente immersi, come gocce d’acqua che si interrogano sull’oceano, lottando per definire i nostri confini, quando potrebbe non essercene nessuno. Potrebbe essere che la definizione di una goccia sia variabile, la risposta potrebbe risiedere più nella mutevole natura dell’oceano in un dato momento che in una vera separazione della parte dal tutto. Forse la goccia è la capacità dell’oceano di cambiare forma all’infinito.
L’assenza di un consenso per la definizione di vita è un riflesso di limiti metodologici e tecnici, quadri intellettuali vincolati o entrambe le cose?
La scienza è, senza dubbio, sempre più brava a caratterizzare ciò che la vita fa ogni giorno che passa, ma porta relativamente meno progressi nell’identificazione di cosa sia la vita e come abbia origine. A tale proposito, l’attuale esplorazione della questione della vita potrebbe essere paragonata ad un impianto idraulico: chi gestisce le tubazioni, si preoccupa delle interazioni tra l’acqua e le tubazioni ma non tocca l’origine e la natura dell’acqua.
È perché la risposta risiede su scale e risoluzioni che la tecnologia non può ancora raggiungere, o è che la vita è il risultato di processi fisico-chimici esotici ancora da scoprire – o nessuna di queste cose?
Forse il problema non risiede molto qui, ma piuttosto nel modo in cui affrontiamo la domanda stessa, che è il risultato di come siamo condizionati a pensare. Può darsi che la vita sia effettivamente ciò che fa la vita, che la risposta è sempre stata di fronte a noi, così ovvio che non la riconosciamo perché le nostre strutture intellettuali non ci consentono lo spazio per vederla.
L’astrobiologia esprime questa sfida nella sua visione strategica attraverso domande chiave: cos’è la vita? Come ci accorgeremo di averla trovata? Possiamo tracciare un confine tra chimica prebiotica e vita?
Le prime due domande parlano della natura fondamentale della vita e della nostra capacità di riconoscerla oltre la Terra quando non possiamo ancora definirla chiaramente con la nostra esperienza. L’ultima indaga sulla separazione tra vivere e non vivere, aprendo uno spazio per discutere se il passaggio dalla chimica prebiotica alla vita sia una transizione o uno spostamento stocastico.
Due concetti principali aiutano ad affrontare queste domande.
L’abitabilità considera gli ambienti che possono favorire un’origine della vita e la sua sostenibilità. Fornisce i confini fisico-chimici per la vita e considera i processi abiotici, prebiotici e biotici.
La coevoluzione è ciò che accade dal momento in cui la vita nasce. Questo concetto prevede interazioni spazio-temporali tra vita e ambiente e come si modificano a vicenda. È una relazione sistemica che si svolge attraverso circuiti e meccanismi di feedback ed è misurata da cambiamenti e adattamento. Questi due concetti sono fondamentali per le nostre opinioni sulla vita nell’universo e su come esploriamo, ma non sono i soli.
Con l’ipotesi di Gaia, la coevoluzione diventa una relazione simbiotica tra vita e ambiente, che si evolvono insieme come un unico sistema autoregolante che mantiene le condizioni per la vita sulla Terra. Gaia è un sistema di feedback cibernetico gestito inconsciamente dal biota. Abitabilità, coevoluzione e Gaia si avvicinano all’origine della vita e alla sua evoluzione dal punto di vista astronomico, planetario ed ecologico.
Opere recenti che collegano biologia, neuroscienze, cosmologia e fisica quantistica trasformano queste prospettive. Tra questi, il biocentrismo propone una “teoria di tutto” unificante e si avvicina alla vita da un punto di vista cosmologico, in cui la coscienza crea la realtà e la vita non è un prodotto finale ma una forza che è la chiave per la comprensione dell’universo.
Le teorie della coscienza e il modo in cui la coscienza si collega ai sistemi neurali/omologhi si stanno sviluppando nei campi della fisica, delle scienze cognitive e della teoria dell’informazione. Sebbene la loro prospettiva sia diversa dal biocentrismo, forniscono percorsi per esplorare l’interazione tra vita, ambiente e universo e la relazione tra vita e coscienza. Con la consapevolezza che modella la nostra percezione dell’ambiente e dell’universo, integrando le informazioni, organizzando e interagendo con esso, e possibilmente trasformandolo, alcune di queste teorie, incluso il biocentrismo, portano l’origine e la natura della vita al livello quantico.
Sebbene debbano ancora essere dimostrate falsificabili, tali teorie ci invitano a spostare la nostra percezione e considerare cosa accadrebbe alle domande dell’astrobiologia se affrontate da questo punto di vista.
Se verificata, una “teoria del tutto” porta l’origine della vita all’inizio dell’universo. Poiché comporta interazioni a livello quantico, può anche significare una teoria ovunque, in cui la separazione tra vivere e non vivere non è una differenza fondamentale della natura tra loro, ma una differenza nella quantità di energia e complessità delle informazioni che vi sono integrate, organizzate, archiviate, trasformate e scambiate in qualsiasi momento. Ciò che separa la vita dal non vivere è solo il limite della nostra consapevolezza di queste interazioni.
In quel quadro di riferimento, Gaia non sarebbe più un sistema di feedback cibernetico gestito inconsciamente dal biota ma una simbiosi cosciente su scala planetaria. La coevoluzione non è ciò che accade quando nasce la vita. Definisce semplicemente la soglia della nostra consapevolezza della capacità della vita di modellare l’universo.
Per secoli, la nozione di universo cosciente è stata solo un esercizio di filosofia (panpsichismo). Questi recenti lavori basati su osservazioni ed esperimenti scientifici sfocano i confini tra discipline umanistiche, biologia, informatica, scienze cognitive e cosmologia. Ancora più importante, spostano il quadro di riferimento per l’esplorazione.
La ricerca della vita oltre la Terra non è più una ricerca se tutto ciò che siamo, su cui viviamo, interagiamo e osserviamo è vivo. Piuttosto, si trasforma in un’esplorazione di espressione della vita della diversità e non complexity-in nell’universo, ma per l’universo, e una ricerca su come connettersi e scambiare informazioni con essa.
Eppure l’aspetto più profondo di queste recenti opere potrebbe essere che riposizionano noi umani non più come osservatori esterni ma come membri di una simbiosi universale. Questa prospettiva è un’ipotesi finale per l’astrobiologia, un cambiamento di paradigma che cambia radicalmente la nostra relazione con il nostro pianeta, la nostra biosfera e il nostro universo.
Nathalie A. Cabrol – Nathalie A. Cabrol è il direttore del SETI Institute Carl Sagan Center.
Riferimenti
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13. Schroeder, GL Il volto nascosto di Dio: la scienza rivela la verità ultima. Free Press, 240 pagg. (2002).
14. Zeman, A. Brain, 124 , 1263-1289 (2001).
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16. Hameroff, S., Penrose, R. Phys Life Rev 11 (1): 39-78 (2014).
Anche questa estate non sono mancati gli avvistamenti di UFO più o meno roboanti, anche se il fenomeno ultimamente sta forse facendo meno presa che in passato non sono mancati i soliti titoli sensazionalistici:
Enorme “Nave Aliena” viene ripresa dagli astronauti della Stazione Spaziale Internazionale
E ancora:
Ripresa enorme Nave Aliena davanti la Stazione Spaziale Internazionale
Questa volta si tratta di un filmato che i soliti siti scandalistici definiscono “eccezionale” perché sarebbe stato ripreso dagli astronauti della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), che durante l’ultima passeggiata spaziale, avrebbero ripreso una Nave spaziale extraterrestre.
Durante l’attività extraveicolare dello scorso agosto, effettuata dagli astronauti Nick Hague e Andrew Morgan che si sono occupati di installare delle strutture per l’aggancio delle navette realizzate dalle compagnie private SpaceX e Boeing, sarebbe stato filmato per puro caso un UFO che fluttua a poca distanza della stazione spaziale internazionale.
L’ufo, sarebbe stato visto anche attraverso la diretta TV nel canale Ustream della NASA dove molti ufologi in diretta hanno registrato l’accaduto. Il video sotto, pubblicato di recente dal ricercatore UFO Carlos Clemente, mostra quello che viene definito un enorme UFO cilindrico passare molto vicino alla ISS di cui la Nasa non ha dato nessuna spiegazione.
Slået op af Trovatosulweb i Lørdag den 7. september 2019
Siamo sicuri che gli astronauti abbiano filmato un UFO? Noi crediamo di no, intanto segnaliamo un’incongruenza, perché se alcuni siti parlano di due astronauti americani, altri siti scandalistici parlano invece di due cosmonauti russi Oleg Kononenko, comandante della Expedition 59 e Alexey Ovchinin che, impegnati in una passeggiata spaziale sulla Stazione spaziale internazionale per recuperare alcuni esperimenti scientifici e fare dei lavori di manutenzione alla ISS, avrebbero casualmente filmato una gigantesca astronave aliena.
A questo punto, avendo visionato le immagini della missione che vedevano coinvolti i due astronauti Hague e Morgan che presenta immagini molto diverse da quelle che mostrano il presunto oggetto volante alieno, possiamo azzardare una risposta avendo valutato le riprese che mostrano quello che viene definito una nave spaziale cilindrica.
In realtà potrebbe essere solo una qualche copertura termica sganciata dalla stazione spaziale. In fondo una cosa del genere era già successa in passato quando un oggetto fluttuante nello spazio venne dichiarato essere niente meno che il famigerato satellite alieno Black Knight che orbiterebbe indisturbato da 13 mila anni attorno alla Terra. Ma anche quella storia, come tante storie raccontate sulla ISS, ha da tempo una solida spiegazione: l’oggetto altro non è che un rivestimento termico perso dagli astronauti durante un EVA (Extra-vehicular activity) nel corso della missione NASA STS-88 (Space Shuttle Endeavour, 4 – 15 dicembre 1998).
C’è anche da dire che, durante la ripresa dal vivo, effettivamente si vede l’oggetto fluttuare in basso ma gli astronauti continuano il loro lavoro senza dare il minimo segno di eccitazione o anche solo di curiosità: vi pare una cosa normale davanti all’avvistamento di “una enorme astronave aliena“?
In casi come questi ci chiediamo sempre come mai la NASA che viene accusata di nascondere la verità sulla presenza aliena sulla Terra continua a mandare in onda queste immagini che finiscono in pasto ai media.
Nelle prime ore di oggi, il capo dell’ISROK Sivan ha annunciato che l’orbiter della missione indiana Chandrayaan-2, avrebbe localizzato il lander Vikram sulla superficie lunare. Sivan ha anche affermato che l’atterraggio deve essere stato abbastanza duro per il piccolo lander ma, dalle immagini ricevute finora, non è ancora chiaro quanto il lander sia stato danneggiato dall’impatto con la superficie lunare.
La speranza dei tecnici dell’ISRO è quella di riuscire a riprendere il contatto radio con il lander (o ciò che ne resta) per poter, in caso non sia stato troppo danneggiato, rilasciare il rover e riuscire a svolgere almeno una parte della missione prevista.
Gli sforzi per stabilire la comunicazione con il lander continueranno per altri quattordici giorni. Indipendentemente da ciò, questo nuovo sviluppo ha instillato un nuovo raggio di speranza nelle menti degli indiani, estremamente delusi da quanto accaduto sabato durante la manovra di atterraggio morbido del lander.
#VikramLanderFound è l’ashtag di tendenza principale su Twitter in lingua indiana. Sono decine di migliaia gli indiani in ansia per la loro missione lunare.
Al momento non sono state rilasciate altre informazioni.
Gli astronomi hanno scoperto un raro schema nelle esplosioni di raggi X provenienti da un sistema binario composto da una stella e da una stella di neutroni a non più di 16.300 anni luce di distanza dal Sole.
Il sistema stellare, chiamato MAXI J1621-501, è apparso per la prima volta il 9 ottobre 2017, nei dati del sondaggio del piano galattico profondo, Swift / XRT, come un punto nello spazio che irradia raggi X in modo del tutto imprevedibile.
I ricercatori hanno scritto in un nuovo documento, di un sistema binario contenente sia una stella normale che una stella di neutroni o un buco nero. Sia le stelle di neutroni che i buchi neri possono dare origine a schemi a raggi X imprevedibili mentre assorbono la materia dalle loro stelle compagne, ma in modi molto diversi.
Nei buchi neri i raggi X provengono dalla materia che accelera a velocità estreme e genera un enorme attrito mentre cade verso il pozzo gravitazionale.
Nelle stelle di neutroni, stelle giganti collassate e superdense che sono esplose ma non hanno prodotto una singolarità – i raggi X provengono da esplosioni termonucleari sulle loro croste esterne. Qualcosa fa gli atomi nelle parti più esterne di queste strane stelle, rilasciando enormi energie che di solito si trovano solo nei nuclei delle stelle. Parte di quell’energia fuoriesce come luce a raggi X.
Quando la materia proveniente da una stella viene risucchiata da una stella di neutroni avvengono esplosioni termonucleari che creano emissioni abbastanza potenti da essere viste con i telescopi a raggi X.
Gli autori di questo nuovo articolo, pubblicato online il 13 agosto sul sito di prestampa ArXiv, mostrano che le esplosioni di raggi X del sistema MAXI J1621-501 provengono da esplosioni termonucleari sulla superficie della stella di neutroni e che la luce emessa da quelle esplosioni termonucleari segue uno schema che si ripete all’incirca ogni 78 giorni.
Il modello di quella tipologia di emissioni però non è del tutto chiaro. Gli scienziati hanno scoperto solo una trentina di emissioni simili. Si riferiscono a modelli come questo definendoli “periodi superorbitali“. Questo perché il modello segue un ciclo che dura molto più a lungo dell’orbita delle stelle binarie l’una attorno all’altra che, nel caso del sistema MAXI J1621-501 impiega da 3 a 20 ore.
La migliore spiegazione per questo periodo di 78 giorni, hanno scritto gli autori, viene proposto da un articolo pubblicato sulla rivista Avvisi mensili della Royal Astronomical Society nel 1999. Le stelle di neutroni in sistemi binari come questo,scrivono gli autori, sono circondate da nuvole vorticose di materiale che viene risucchiato dalla stella normale verso la stella di neutroni, creando un disco di accrescimento in rotazione.
Un semplice modello di quei dischi di accrescimento suggerisce che sono sempre allineati in una direzione: sembrerebbero proprio come gli anelli che circondano Saturno. In quel modello, non si noterebbe alcun cambiamento nella luce a raggi X, perché si osserverebbe sempre lo stesso punto sul disco di accrescimento tra noi e la stella di neutroni. L’unico cambiamento nelle emissioni di raggi X verrebbe dalle esplosioni termonucleari.
Secondo i ricercatori, quello che accade è più complesso, come se il disco di materia che ruota vorticosamente attorno alla stella di neutroni oscillasse rispetto al nostro punto di osservazione, a volte l’oscillazione ci da la possibilità di osservare una superficie maggiore del disco, a volte una minore.
Gli astronomi hanno osservato il sistema MAXI J1621-501 per 15 mesi dopo la scoperta del 2017 e hanno visto ripetere lo schema sei volte. Non si ripeteva perfettamente e c’erano altri piccoli cali nella luce a raggi X. Ma il disco oscillante rimane di gran lunga la migliore spiegazione possibile per questo strano schema a raggi X nello spazio.
In fisica esiste un grande problema nel cercare di collegare il mondo subatomico della meccanica quantistica con il mondo macroscopico della teoria della relatività di Albert Einstein. Questo problema si chiama “costante cosmologica”.
La differenza tra il valore osservato di questa costante e ciò che la teoria prevede è considerata la peggiore previsione nella storia della fisica. Uno degli obiettivi importanti della fisica teorica è risolvere questa discrepanza.
Lucas Lombriser, assistente professore di fisica teorica all’Università di Ginevra, in Svizzera, ha introdotto un nuovo modo di valutare le equazioni sulla gravità di Albert Einstein per trovare un valore per la costante cosmologica che corrisponda al suo valore osservato. Ha pubblicato il suo metodo il 10 ottobre scorso nella rivista Physics Letters B.
Albert Einstein, oltre un secolo fa, presentò una serie di equazioni, chiamate oggi “equazioni di campo di Einstein”, che divennero il quadro della sua teoria della relatività generale.
Le equazioni di campospiegano come la materia e l’energia deformino il tessuto spazio-temporale creando quella forza che ci tiene legati alla Terra e che tiene legata la Terra al Sole, la gravità.
Oltre un secolo fa, quasi tutti gli scienziati erano concordi sull’idea che l’universo fosse statico e le sue dimensioni non mutassero con il passare del tempo, si riteneva che le galassie che componevano il cosmo fossero stabilmente posizionate a distanze immutabili le une dalle altre.
Ma la teoria della relatività, una volta applicata, prevedeva un universo instabile che poteva espandersi o contrarsi in un punto infinitesimale. Einstein, che reputava l’universo statico, immobile e immutabile inserì nell’equazione un termine che consentiva all’universo di rimanere statico, quel termine era la costante cosmologica.
Dieci anni dopo, Edwin Hubble, un astronomo, fece una scoperta che minava alla base il concetto di universo immutabile. Hubble, misurando la luce proveniente dalle galassie, si accorse che quasi tutte erano in allontanamento essendo la luce stessa “spostata” verso il rosso e solo in alcuni casi spostata verso l’azzurro.
Questo significava solo una cosa, che praticamente tutte le galassie si stavano allontanando le une dalle altre, e più lontano si osservava, più alta era la velocità di allontanamento della galassia osservata.
Il lavoro di Hubble persuase Einstein ad abbandonare la sua costante cosmologica, ora non più necessaria a spiegare la staticità dell’universo, perché dati alla mano, l’universo si espandeva, come prevedeva una applicazione della teoria della relatività. Einstein in seguito confessò che l’introduzione della costante cosmologica fu forse il suo più grande errore.
Molti decenni dopo, nel 1998, misurazioni effettuate su supernove distanti hanno mostrato che non solo l’universo si sta espandendo, ma lo fa in maniera accelerata. Le galassie si allontanano l’una dall’altra in accelerazione come se una forza di qualche tipo agisse sul tessuto dello spazio tempo. I fisici attribuiscono la causa di questo fenomeno a una non meglio identificata energia insita nel tessuto spazio temporale chiamata energia oscura.
Ironia della sorte volle che i fisici furono cosi costretti a reintrodurre la costante cosmologica nelle equazioni di campo di Einstein per spiegare questa misteriosa forza che provoca l’espansione accelerata dell’universo.
Nell’attuale modello standard di cosmologia, noto come MCDM (Lambda CDM), la costante cosmologica è intercambiabile con l’energia oscura.
Gli astronomi hanno stimato il suo valore in base alle osservazioni di supernove e fluttuazioni distanti nel fondo cosmico a microonde calcolando un valore “s” assurdamente basso (nell’ordine di 10 ^ -52 per metro quadrato), sulla scala dell’universo però, questo valore è abbastanza significativo da spiegare l’espansione accelerata del tessuto spazio temporale.
“La costante cosmologica [o energia oscura] attualmente costituisce circa il 70% del contenuto energetico nel nostro universo, che è ciò che possiamo dedurre dall’espansione accelerata osservata che il nostro universo sta attualmente subendo. Tuttavia questa costante non è compresa“, ha detto Lombriser. “I tentativi di spiegarla sono falliti e sembra esserci qualcosa di fondamentale che ci manca nel modo in cui comprendiamo il cosmo. Svelare questo enigma è una delle principali aree di ricerca della fisica moderna. Si prevede generalmente che risolvere il problema possa portare a una comprensione più fondamentale della fisica“.
I fisici pensano che la costante cosmologica non sia altro che l’energia del vuoto, che come afferma la teoria dei campi quantistici, ampiamente sperimentata, produce particelle e antiparticelle virtuali che si annichilano in fotoni virtuali, quindi anche il vuoto contiene energia.
Il problema nasce quando i fisici tentano di calcolare il suo contributo alla costante cosmologica. Il loro risultato differisce dalle osservazioni di un fattore sbalorditivo di 10 ^ 121 (che è 10 seguito da 120 zero), la più grande discrepanza tra teoria ed esperimento in tutta la fisica .
La discrepanza osservata ha seminato il dubbio in alcuni fisici che hanno iniziato a cercare modelli alternativi alle equazioni della gravità di Einstein. Ma i modelli del geniale fisico reggono e sono stati confermati anche dal Laser Interferometer Gravitational-Wave Observatory (LIGO) che ha raccolto importanti dati sulle onde gravitazionali.
Questo ha portato Lombriser a cercare la soluzione senza ripensare la gravità, ma adottando un approccio diverso per risolvere questo enigma. “Il meccanismo che propongo non modifica le equazioni di campo di Einstein“, ha detto Lombriser. Invece “aggiunge un’equazione aggiuntiva in cima alle equazioni di campo di Einstein“.
La costante gravitazionale, che è stata inizialmente utilizzata nelle leggi di gravità di Isaac Newton e ora parte essenziale delle equazioni di campo di Einstein, descrive l’entità della forza gravitazionale tra gli oggetti. È considerata una delle costanti fondamentali della fisica. Lombriser ha assunto l’ipotesi drammatica che questa costante possa cambiare assumendo valori diversi con il passare del tempo.
Nella modifica della relatività generale di Lombriser, la costante gravitazionale rimane la stessa all’interno del nostro universo osservabile ma può variare al di là di esso. Suggerisce uno scenario chiamato “multiverso” in cui potrebbero esserci zone dell’universo invisibili a noi che assumono valori diversi per le costanti fondamentali.
Questa variazione di gravità ha dato a Lombriser un’equazione aggiuntiva che mette in relazione la costante cosmologica con la somma media della materia attraverso lo spazio-tempo.
Dopo aver rappresentato la massa stimata di tutte le galassie, le stelle e la materia oscura dell’universo, ha potuto risolvere questa nuova equazione ottenendo un nuovo valore per la costante cosmologica – un valore che concorda strettamente con le osservazioni.
Usando un nuovo parametro, ΩΛ (omega lambda), che esprime la frazione dell’universo fatto di materia oscura, ha scoperto che l’universo è costituito da circa il 74% di energia oscura. Questo numero corrisponde da vicino al valore del 68,5% stimato dalle osservazioni, un enorme miglioramento rispetto all’enorme disparità riscontrata dalla teoria dei campi quantistici.
Sebbene la struttura di Lombriser possa risolvere il problema della costante cosmologica, attualmente non c’è modo di testarla. Ma in futuro, se gli esperimenti di altre teorie confermeranno le sue equazioni, ciò potrebbe significare un grande balzo nella nostra comprensione dell’energia oscura e fornire uno strumento per risolvere altri misteri cosmici.
Elon Musk e la sua compagnia SpaceX, secondo informazioni trapelate, cerca dei siti pianeggianti, relativamente caldi e privi di rischi per portare l’uomo su Marte. Posti ideali dove far “ammartare” senza troppi rischi il veicolo spaziale Starship, un gigantesco veicolo composto da due stadi capace di trasportare 100 passeggeri e 150 tonnellate di carico utile.
Il progetto di ricerca dei siti sarebbe partito da un database della NASA, progetto poi confermato da uno scienziato dell’Università dell’Arizona. Le prime missioni dovrebbero partire nella seconda metà del 2020.
Ognuno di questi siti di atterraggio è un luogo in cui ci sarebbe acqua ghiacciata sepolta sotto un leggero strato di terreno marziano facilmente accessibile a robot e coloni. L’idea è quella di estrarre il ghiaccio e scioglierlo per ottenere dall’acqua ossigeno e carburante.
Lo scrittore di storia dello spazio Robert Zimmerman ha pubblicato in anteprima delle immagini sul suo sito, Beyond the Black, dopo aver studiato una nuova serie di dati raccolti dal Mars Reconnaissance Orbiter della NASA.
Zimmerman ha notato diverse foto con titoli che includevano le parole “Candidate Landing Site for SpaceX Starship”(sito candidato all’atterraggio della SpaceX). “Per dirla in parole povere, è molto interessante scoprire che SpaceX sta iniziando a ricercare un posto dove può sbarcare l’astronave su Marte“, ha scritto Zimmerman, aggiungendo che ogni sito indicato è considerato come un luogo dove è probabile che vi sia ghiaccio sepolto a poca profondità.
La richiesta di chiarimenti da parte di Business Insider, però, ha dovuto attendere un po’ prima che SpaceX si sbilanciasse. Nonostante la reticenza, le immagini sono state richieste veramente dalla società attraverso uno scienziato del JPL della NASA.
SpaceX sta prendendo in considerazione almeno 9 siti di sbarco per astronavi
Le immagini provengono dal telescopio HiRISE, gestito dall’Università dell’Arizona e montato sul veicolo spaziale MRO. La fotocamera del telescopio è in grado di fotografare le caratteristiche della superficie con una risoluzione di 30 centimetri per pixel, tre volte la risoluzione che Google Maps fornisce della Terra e alla pari dei satelliti spia.
HiRISE, tuttavia, può solo prendere molte immagini interessanti ad ogni orbita e trasmetterle alla Terra. Gli scienziati, per avere delle immagini devono fare una specifica richiesta sui luoghi di loro interesse con mesi di anticipo, tempo necessario a pianificare la cattura delle immagini stesse.
Sia Zimmerman che Business Insider hanno evidenziato le richieste di immagini per dei siti di atterraggio relative a SpaceX, quattro li ha scoperti il primo e altri cinque sono stati scoperti da B.I.. In totale nove siti di atterraggio e tutte le richieste sono state presentate da Nathan R. Williams, un geologo planetario del JPL della NASA.
Lo stesso Williams aveva precedentemente richiesto dozzine di immagini a supporto della prossima missione rover Mars 2020 della NASA. Ha anche chiesto dozzine di foto per supportare la defunta missione di Red Dragon su Marte.
“Era vincolato da un accordo di non divulgazione con SpaceX e non poteva commentare”, ha detto Zimmerman dopo aver contattato Williams in merito alle richieste di immagini per la nave stellare. (Né Williams né la JPL della NASA hanno immediatamente risposto alla richiesta di commento di Business Insider).
Il sito di HiRISE mostra che, il 29 aprile, Williams ha richiesto 18 immagini e per ogni sito ha poi chiesto due immagini con un’angolazione leggermente diversa, per costruire immagini stereo capaci di rivelare dettagli in 3D molto più particolareggiate, che rendano più semplice la valutazione del terreno e dei possibili rischi. Dei siti richiesti da Williams sei immagini sono già pubbliche, due non ancora di dominio pubblico e la nona deve essere ancora ripresa.
Alfred McEwen, geologo planetario e direttore del Planetary Image Research Laboratory, ha confermato il progetto dopo la pubblicazione di questa storia.
“Sotto la direzione del JPL, il team HiRISE ha valutato siti di atterraggio candidati per SpaceX“, ha dichiarato McEwen a Business Insider in una e-mail. “Questo sforzo è iniziato nel 2017, inizialmente per il lander Red Dragon, e continua per il loro veicolo Starship”.
Musk dal canto suo ha affermato che SpaceX ha in programma di realizzare una città del tutto autosufficiente su Marte entro la metà degli anni ’50.
Per farlo evitando enormi spese, però, ha bisogno di molte astronavi e della capacità di rifornirle di carburante sul Pianeta Rosso.
Oltre a poter rifornirla di carburante, la nave spaziale deve essere completamente riutilizzabile per ridurre i costi di lancio di un fattore 100 o anche di un fattore 1.000. Il rifornimento di carburante su Marte è la chiave per far funzionare lo schema di Musk, motivo per cui SpaceX ha scelto il metano come combustibile.
Utilizzando l’energia solare o quella atomica si potrebbe attuare una reazione chiamata reazione di Sabatier, che potrebbe trasformare l’acqua e l’anidride carbonica della sottile atmosfera marziana in metano. Il carburante e l’ossigeno ricavato dall’acqua verrebbe usato come propellente per i motori delle future astronavi di SpaceX che faranno la spola tra la Terra e Marte. L’ossigeno prodotto verrebbe utilizzato per creare l’atmosfera a bordo della nave.
McEwen ha affermato che i siti di atterraggio candidati “sono concentrati a basse quote nelle latitudini medio settentrionali, in luoghi in cui vi sono prove di ghiaccio superficiale”. Si ritiene che quella fascia di Marte nasconda degli antichi ghiacciai rimasti preservati dopo milioni di anni.
Si tratta di aree pianeggianti dove l’astronave di SpaceX potrà scendere senza pericoli
Qualche prova di ciò è nella forma di crateri stessi, che sembrano affondare dopo un impatto meteorico perché espongono il ghiaccio all’atmosfera marziana che ha una pressione di un centesimo di quella terrestre.
Il ghiaccio esposto alla tenue atmosfera sublima come un blocco di ghiaccio secco esposto alla pressione atmosferica della Terra. C’è il ghiaccio quindi e mancano rocce e massi che potrebbero creare pericoli per l’atterraggio, un’altro punto a favore. I siti non sono troppo vicini alle calotte polari, la temperatura è bassa ma non eccessivamente, quindi non essendo troppo vicini ai poli si può utilizzare anche l’energia solare. Il fatto che i siti siano posti a quote basse fa si che la pressione atmosferica sia un po più alta, cosa che potrebbe far funzionare meglio le macchine che produrranno metano dall’atmosfera di Marte.
L’astronave della SpaceX, però, non è ancora pronta e non sono ancora stati tentati dei voli orbitali per ora, voli che, si spera, verranno tentati entro breve tempo. Ci sono altre incognite da risolvere, come estrarre il ghiaccio e come realizzare le strutture che ospiteranno i futuri coloni utilizzando materiali in loco, altri due tasselli del progetto, fondamentali.
SpaceX parte però con una solida base, i test positivi sui nuovi motori raptor che bruciano metano e ossigeno. Uno di questi motori è stato installato su un prototipo chiamato Starhopper che si è librato a circa 150 metri dal suolo. I tecnici sono al lavoro e presto vedranno la luce due prototipi di dimensioni maggiori con capacità orbitale: Starship Mark 1 a Boca Chica, in Texas, e Starship Mark 2 a Cocoa, in Florida.
A metà settembre Musk fornirà un aggiornamento sui piani di SpaceX.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato da Business Insider .
Sono ormai trascorse due ore abbondanti dal momento del presunto atterraggio del lander Vekram sulla superficie lunare e il centro di controllo dell’ISRO ancora non è in grado di dare notizie definitive sul destino del lander e del rover che trasportava.
Lo storico tentativo dell’India di diventare il quarto paese in grado di effettuare un atterraggio morbido sulla superficie lunare sembra ormai fallito, esattamente come è successo pochi mesi fa al lander Beresheet che recava la bandiera di Israele.
Tutto sembrava andare bene quando, a meno di 350 metri dalla superficie lunare si sono persi i contatti con il lander, tra lo sconcerto degli scienziati e dei tecnici presenti presso la sala di controllo dell’ISRO e del primo ministro indiano Narendra Modi che era arrivato sul posto, al Satish Dhawan Space Center a Sriharikota, in India, per partecipare allos torico momento.
Nei minuti successivi si sono diffuse voci incontrollate sul fatto che al momento dell’interruzione delel comunicazioni il lander Vekram si trovava quasi un chilometro e mezzo fuori rotta, cosa che rafforza l’ipotesi di un possibile impatto contro qualche asperità della superficie lunare.
Il primo ministro Modi ha diffuso un messaggio di incoraggiamento ai tecnici dell’ISRO dicendosi orgoglioso di quanto realizzato dall’agenzia spaziale indiana.
Al momento non filtrano altre notizie ma è probabile che nelle prossime ore, quando saranno stati analizzati i dati della telemetria del lander se ne potrà sapere di più.
La missione Chandrayaan-2 consisteva in tre componenti: un orbiter, un lander di nome Vikram e un rover di nome Pragyan. Il lander e il rover sono stati progettati per essere operativi per un giorno lunare – circa 14 giorni terrestri – analizzando la superficie lunare con numerosi strumenti scientifici.
Nonostante la fine del rover lunare Pragyan e del lander Vikram, l’orbiter Chandrayaan-2 continuerà a studiare la luna da lontano per circa un anno.
Dal suo punto di osservazione ad un’altitudine di circa 100 chilometri sopra la superficie della Luna, l’orbiter utilizza otto strumenti scientifici e telecamere per studiare da lontano il satellite naturale della Terra. Di seguito sono riportati i payload:
Uno spettrometro a raggi X per misurare l’abbondanza di diversi elementi sulla luna.
Un monitor a raggi X solare, che studia le radiazioni ad alta energia del sole.
Un radar ad apertura sintetica a doppia frequenza per mappare la superficie lunare.
Il Chandrayaan-2 Atmospherical Compositional Explorer 2 (CHACE 2), che studia la composizione della luna dell’esosfera , o atmosfera ultrasottile.
Un esperimento di scienze radio che studierà gli elettroni nella ionosfera della luna.
Il probabile fallimento di oggi segna la seconda volta che l’ISRO ha fatto schiantare un veicolo spaziale sulla Luna. La prima missione lunare del paese,Chandrayaan-1, fu stata lanciata nel 2008 e consisteva solo di un orbiter che ha condotto con successo importanti analisi sulla Luna e un dispositivo di simulazione.
L’India aveva annunciato di avere in progetto di lanciare una terza missione lunare chiamata Chandrayaan-3 nel 2024. Come Chandrayaan-2, questa missione prevede un rover lunare.
È iniziata la discesa del lander Vikram verso la Luna e il touch-down è previsto per questa sera, poco dopo le 22.00 ora italiana.
L’India tra poche ore potrebbe diventare il quarto paese – dopo Stati Uniti, l’ex Unione Sovietica e la Cina – a fare un atterraggio morbido sulla superficie della luna.
Chandrayaan-2, che si traduce come “veicolo lunare” in sanscrito, è decollato dal Satish Dhawan Space Center di Sriharikota il 22 luglio, una settimana dopo che il suo primo tentativo lancio era stato annullato a causa di un “intoppo tecnico”.
L’Indian Space Research Organization (ISRO) ha riferito che il suo orbiter e il modulo di atterraggio si sono separati con successo lunedì scorso.
Una volta atterrato, dal lander si staccherà un rover che mapperà la regione del polo sud, raccogliendo campioni minerali e chimici per analisi scientifiche remote.
ISRO trasmetterà aggiornamenti sul suo sito Web (isro.gov.in) dalla sua sede di Bangalore, dove sarà presente anche il presidente indiano Narendra Modi.
La discesa sarà trasmessa anche sul canale YouTube dell’ufficio informazioni stampa dell’India.
Inoltre, National Geographic e Hotstar forniranno copertura in diretta con l’astronauta veterano della NASA Jerry Linenger a commentare le operazioni.
Sulla Terra per estrarre i materiali che ci occorrono abbiamo da sempre scavato con grande dispendio di energia, ma in futuro, per estrarre sostanze indispensabili, come ad esempio l’acqua, dagli asteroidi vicini alla Terra si utilizzeranno le radiazioni solari o altre forme di radiazione. La NASA si prepara a finanziare tre progetti che vanno in questa direzione.
Per una futura colonia umana raggiungere quest’acqua sarà vitale per estendere la sua presenza oltre l’orbita terrestre. L’acqua è un elemento fondamentale per la vita e una volta trasformata nei suoi costituenti può fornire combustibile e ossigeno per creare un’atmosfera in un ambiente lontano dal nostro pianeta. Estrarre l’acqua dalla Luna e dagli asteroidi ci potrebbe dare l’opportunità di realizzare delle stazioni di rifornimento in vari punti dello spazio che potrebbero essere utilizzate dal futuro traffico di veicoli spaziali.
Joel Sercel, fondatore e CEO della TransAstra Corp. con sede in California, intervistato da Space.com ha detto: “Tutti stanno iniziando a rendersi conto che l’acqua sarà il petrolio dell’industrializzazione dello spazio”
TransAstra sta per dare il via ai suoi progetti grazie ai finanziamenti ricevuti dal programma NIAC (NASA Innovative Advanced Concepts), che vuole favorire lo sviluppo di tecnologie rivoluzionarie.
L’idea della TransAstra, Lunar-Polar Propellant Mining Outpost (LPMO) ha ricevuto un premio NIAC di Fase 1, che finanzia i primi studi concettuali. LPMO propone un sistema per sfruttare gli enormi depositi di ghiaccio d’acqua nei crateri polari del nostro satellite.
I pavimenti di questi crateri sono perennemente in ombra e lo sono da miliardi di anni. Per questo motivo sono, a tutti gli effetti, delle riserve di ghiaccio. I bordi di questi crateri, a differenza del fondo, sono invece quasi perennemente esposti alla luce solare e non sono troppo alti, trovandosi a 100 metri o anche meno dal pavimento del cratere.
“In questi potenziali siti di atterraggio, gli specchi solari dispiegabili tenuti verticalmente su alberi di 100 m di altezza grazie alla debole gravità lunare, possono fornire energia quasi continua“, si legge nel sito web della NIAC.
Il lavoro di estrazione sarebbe svolto da rover alimentati dall’energia elettrica, che irradierebbero una combinazione di radiofrequenze, microonde e luce infrarossa nel terreno sotto di loro. Le radiazioni vaporizzerebbero il ghiaccio d’acqua, facendolo migrare verso l’alto in “cryotrappole” montate a bordo.
Secondo i rappresentanti di TransAstra il rover minerario preparato per il lancio in cima al nuovo SLS della NASA o al booster New Glenn di Blue Origin, entrambi in fase di sviluppo, peserebbe tra le 2 e le 5 tonnellate e sarebbe in grado di raccogliere tra 20 e 100 volte la propria massa in acqua ogni 12 mesi.
“LGMO promette di abbassare notevolmente i costi di realizzazione e mantenimento di un avamposto polare lunare che può servire prima come stazione da campo per gli astronauti della NASA impegnati in esplorazioni lunari, e poi come testa di ponte per l’industrializzazione lunare americana, iniziando con la realizzazione di piani commerciali per un hotel lunare per turisti“, recita la descrizione di LMPO.
Un secondo progetto TransAstra dedicato allo sfruttamento delle risorse degli asteroidi si trova in una fase più avanzata in quanto la società ha ricevuto quest’anno un premio NIAC di Fase 3 per continuare a sviluppare la missione APIS (Asteroid Provided In-Situ Supplies) e la tecnologia di “optical mining” in attesa di brevetto.
Il progetto prevede la cattura e l’insaccamento di un asteroide ricco di ghiaccio nei pressi della Terra, quindi l’uso della luce solare concentrata per riscaldare e fratturare la roccia, liberando cosi l’acqua depositata. Apis è la descrizione di una serie di veicoli spaziali che verranno utilizzati per la cattura e lo sfruttamento degli asteroidi. I veicoli si dividono in due categorie distinte, un dimostratore tecnologico chiamato mini Bee, da usare in orbita bassa, e un veicolo attrezzato per catturare e sfruttare asteroidi fino a 40 metri di diametro.
Obiettivo principale del lavoro NIAC di Fase 3 è quello di preparare la Mini Bee a volare, in modo che il team possa proporre una missione dimostrativa in orbita bassa.
Anche il team guidato da George Sowers della Colorado School of Mines ha ricevuto un NIAC di Fase 1 per studiare la fattibilità dell’estrazione del ghiaccio utilizzando le radiazioni sulla luna e su altri corpi in tutto il sistema solare.
L’estrazione termica potrebbe reindirizzare la luce solare sulla superficie di un oggetto, oppure potrebbe colpire il sottosuolo tramite barre conduttrici sepolte o elementi riscaldanti, si legge nella pagina NIAC del progetto.
“Uno dei nostri obiettivi principali è quello di creare simulatori di ghiaccio-regolite e testare l’efficacia di questi vari metodi di riscaldamento nella nostra camera a vuoto criogenica“, ha detto Sowers durante la presentazione a giugno con il gruppo di lavoro Future In-Space Operations (FISO) della NASA.
Sowers ha presentato un progetto di estrazione dalla Luna durante il suo discorso FISO, che era principalmente incentrato sull’economia dell’estrazione della luna. Gli eliostati (specchi che seguono il movimento del sole) sui bordi dei crateri polari potrebbero far rimbalzare la luce del sole sui pavimenti e riscaldare il ghiaccio presente, grazie anche a dei riscaldatori sepolti. In questo modo il ghiaccio sublimerebbe e verrebbe catturato.
Sowers è assolutamente convinto del potenziale dell’idea. “Le stime per l’estrazione di acqua dalle regioni permanentemente in ombra della luna mostrano che l’estrazione termica può produrre quantità industriali di acqua (per propellente) per il 60% in meno di massa ed energia rispetto agli scavi“, si legge nella descrizione del progetto NIAC.
Sarà l’energia solare a guidare l’espansione dell’esplorazione spaziale umana oltre l’orbita bassa?
Ci sono delle buone possibilità che questa sia la strada giusta che non si fermerà ad estrarre solo l’acqua per creare propellenti e ossigeno per le future colonie spaziali ma continuerà anche con l’estrazione dei metalli.