Petrolio: l’arma segreta di Putin

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Si parla molto della dipendenza dal gas naturale russo da parte dell’Europa, ma anche il petrolio ha un peso decisivo. Di cui ci accorgiamo apertamente nei giorni in cui Stati Uniti e Regno Unito preparano l’edificazione di misure volte a depotenziare la dipendenza economica ed energetica da Mosca.

A livello materiale “l’export di greggio pesa il doppio di quello di gas in base ai dati forniti dalla banca centrale russa sulla bilancia dei pagamenti del 2021 e circa il 60 per cento delle vendite all’estero riguardano l’Unione europea”, fa notare in un’analisi Il Foglio. In sostanza il petrolio rappresenta la “metà delle esportazioni russe, mentre il gas naturale il 6 per cento”, per quanto la concentrazione delle forniture ad Europa e Cina ne alimenti il valore geopolitico. Il valore dell’export russo che “viaggia attraverso i gasdotti vale 54,2 miliardi di dollari, mentre il petrolio rappresenta 110,2 miliardi e i prodotti petroliferi 68,7, su poco meno di 490 miliardi di dollari di esportazioni totali”.

Un peso strategico non indifferente: e mentre gli Stati Uniti dipendevano solo in parte minima dal petrolio russo, per poco più del 3% del fabbisogno (600mila barili al giorno) e ora si rivolgeranno al Venezuela), i Paesi dell’Ue continuano a pagare 285 milioni di euro per il petrolio e 700 milioni al giorno complessivi a Mosca per le forniture.

I dati Eurostat più recenti sottolineano che nel 2020 sul totale dei consumi energetici europei (pari a una quota d’energia di complessivi 57.742 PetaJoule), poco meno di un quarto, il 24,4% è stato ottenuto tramite l’utilizzo di fonti ricevute grazie alle importazioni dalla Russia. Parimenti, l’agenzia europea di statistica conferma che il petrolio resta la prima fonte di energia in Europa e, nonostante la sua quota sul totale della generazione e dei consumi sia calata al 34,5%, rimane ancora davanti al gas naturale di un’incollatura.

Nel campo dell’oro nero la dipendenza dalle importazioni dei Paesi dell’Unione Europea è pressoché totale e riguarda il 96% dei consumi. Di questa quota, la Russia assicura il 36,5% dei consumi europei di petrolio, una dipendenza seconda solo a quella del gas naturale.

Con le sanzioni occidentali l’obiettivo che l’Europa si è posta, e che il Ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire ha esplicitamente indicato, è quello di provocare il crollo dell’economia russa. Un’opzione che molti credono possa passare per il default di Mosca ma che, in realtà, avrebbe un viatico diretto nell’azzeramento delle entrate energetiche. Ad oggi “opzione nucleare” che provocherebbe uno tsunami sistemico di portata globale, travolgendo anche il primo consumatore di gas e petrolio russo. Se questo dato è chiaro per il gas, la realtà dei fatti fa ancora fatica a prender piede nel campo del petrolio.

L’Italia importa dalla Russia circa il 12,7% dei prodotti petroliferi, trovandosi a un livello di diversificazione molto maggiore rispetto a quella conseguita nel gas.

“Nel 2021 ha acquistato da Mosca 5,1 milioni di tonnellate di greggio, il 10 per cento del totale importato; rispetto al 2020, il calo è stato dell’1,9 per cento”, sottolinea StartMag, mentre in situazione di maggiore dipendenza si trova la Germania, che dipende dalla Russia per poco meno di un terzo delle sue forniture petrolifere.

La Francia, caratterizzata come Roma da un’importante compagnia pubblica che è braccio armato della politica energetica dello Stato, ha una situazione paragonabile a quella dell’Italia, con una dipendenza dalla Russia attorno al 13%. Finlandia e Lituania, due dei Paesi dell’Ue maggiormente critici delle mosse della Russia, registrano secondo Eurostat dipendenze molto alte dal petrolio di Mosca, pari rispettivamente all’80 e all’83 per cento del fabbisogno.

Questa complessa situazione che vede i bastioni del contenimento antirusso potenzialmente vittima di un embargo totale frena ad oggi l’Europa e le sue mosse.

La Russia è un partner importante e nelle strategia energetica europea la diversificazione deve necessariamente partire da una situazione di elevata dipendenza. In sostanza, l’immobilismo europeo, che vede l’Ue impossibilitata a colpire l’oro nero della Russia, mostra che anche nei mercati energetici globali Re Petrolio non ha ancora abdicato. Tanto che ancora oggi, quotidianamente, tutti noi alla pompa di benzina ci accorgiamo di quanto questa risorsa spessa disconosciuta o messa da parte sia ancora il motore delle economie contemporanee. E questo appare sempre più vero in tempi di crisi globale come quelli attuali.

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