Mariti e mogli nella Roma antica

La donna romana pur con i limiti di una società maschile e patriarcale era certamente tra le più libere dell'antichità

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Il matrimonio nella Roma tardo repubblicana era, per la stragrande maggioranza delle persone, un fatto semplice e privato. Un uomo ed una donna erano considerati sposati se entrambi dichiaravano di esserlo. Anche il divorzio era altrettanto semplice ed informale del matrimonio, bastava anche che soltanto uno dei coniugi dichiarasse di non sentirsi più sposato/a ed il matrimonio era sciolto.

Per le classi più abbienti, senatori, patrizi, mercanti arricchiti si organizzavano spesso cerimonie più formali e dispendiose. Queste cerimonie fastose prevedevano che la sposa vestisse tradizionalmente in giallo, canti, processioni, banchetti e il trasporto della neo consorte oltre la soglia della casa del marito. Lo Stato rimaneva sostanzialmente fuori dal matrimonio come dalla sua fine.


Nel caso dei ricchi era particolarmente importante la dote che il padre della sposa doveva riconoscere al futuro genero, che in caso di divorzio aveva l’obbligo di restituirla. Lo scopo principale del matrimonio a Roma come in tutte le civiltà antiche era la procreazione dei figli che ricevevano automaticamente la cittadinanza romana se entrambi i genitori erano cittadini romani oppure se soddisfacevano le molteplici condizioni che regolavano il matrimonio con degli stranieri.

Ci sono testimonianza precise che il ruolo della moglie si inserisse in questa esigenza primaria di assicurare la prosecuzione della famiglia, un epitaffio scritto verso la seconda metà del II secolo a.e.v per commemorare una donna di nome Claudia, recita testualmente: “Qui sta la non graziosa tomba di una donna graziosa…Amò suo marito con tutto il suo cuore e gli diede due figli. Parlava in modo aggraziato ed aveva un portamento elegante. Amministrò la casa e filò la lana. Questo è tutto quello che c’è da dire.”

In queste poche frasi si condensa il ruolo della donna nella civiltà romana, la devozione nei confronti del marito, fare figli, prendersi cura della casa e se necessario fare piccoli lavori di filatura e tessitura. Non siamo in grado di stabilire con assoluta certezza se questa raffigurazione della “moglie ideale” rappresenti un ideale maschile e patriarcale svincolato dalla realtà o se invece fotografi puntualmente la condizione femminile nella Roma tardo repubblicana.

Ancora più incerta è l’immagine di una donna emancipata e disinvolta in grado di condurre una vita sociale e sessuale libera, spesso come adultera, che sembra affermarsi intorno al I secolo a.e.v. Alcune di queste figure femminili erano relegate nel mondo separato delle attrici, delle accompagnatrici e delle prostitute come ad esempio l’ex schiava Volumnia Citeride che si dice sia stata l’amante sia di Bruto che di Marco Antonio, ovvero dell’assassino e del miglior amico di Cesare.

A parte qualche documentata eccezione l’esistenza di queste donne trasgressive ed emancipate è più che altro un’invenzione maschile per alimentare il dominio patriarcale sull’altra metà del cielo. In ogni caso le donne romane, al netto di queste considerazioni, godevano di una maggiore autonomia ed indipendenza rispetto alle donne della Grecia classica o del Vicino Oriente.

Il contrasto più stridente è quello con l’Atene classica dove le donne delle famiglie più ricche vivevano recluse, rigidamente separate dalla vita sociale maschile. I poveri, inutile dirlo, non avevano né lo spazio domestico, né i soldi per praticare una simile segregazione. Naturalmente anche a Roma c’erano restrizioni che colpivano le donne, l’imperatore Augusto ad esempio dispose che esse dovessero assistere agli spettacoli teatrali e gladiatori dalle file posteriori, dietro i maschi. Ancora nelle terme pubbliche gli spazi riservati alle donne erano più angusti, come molto più spaziosi erano gli spazi domestici riservati all’uso degli uomini.

Le donne però erano tutt’altro che invisibili e non esistono prove di spazi domestici interdetti all’universo femminile come appunto avveniva in Grecia tra le classi abbienti. Dal punto di vista giuridico sembra accertato che il marito avesse il teorico diritto di mettere a morte la moglie scoperta in flagrante adulterio ma non è stata ritrovata alcuna prova storica che questo “diritto” sia mai stato esercitato.

La donna non assumeva il nome del marito e non ricadeva interamente sotto la sua autorità giuridica. Dopo la morte del padre una donna adulta poteva comprare e vendere, ricevere eredità, fare testamento e liberare schiavi, sia pure dietro l’assistenza di un tutor (tutore) che doveva approvare le sue decisioni. Si tratta di diritti che in Gran Bretagna le donne hanno ottenuto soltanto negli anni Settanta del XIX secolo!

Per altro Augusto intorno al I secolo dell’era volgare abolì la figura del tutore purché la donna adulta e libera avesse procreato almeno tre figli. Un’ingegnosa riforma di stampo radical-conservatore. Libertà più ampia alle donne purché abbiano adempiuto al loro dovere principale procreare per il marito e per Roma.

Queste libertà però non si estendevano al matrimonio, tutte le donne libere dovevano sposarsi. Non erano ammesse nubili se non per categorie particolari come le Vergini Vestali, figure di ordine religioso dove eventuali “vocazioni” erano controbilanciate da altrettante coercizioni.

Sicuramente tra ricchi e potenti i matrimoni erano combinati fin dalla tenerissima età ai fini di cementare alleanze politiche, sociali e finanziarie. Gli esempi sono numerosi, uno dei più emblematici fu quando Pompeo sposò Giulia, la sorella di Cesare per consolidare quella che fu battezzata come la Banda dei Tre (Pompeo, Cesare e Crasso) che dominò la scena politica di Roma per un decennio.

Contrariamente a quanto accadeva di solito, il matrimonio di Pompeo con Giulia fu riscaldato da un amore autentico e profondo e quando la sorella di Cesare morì di parto, il dolore del consorte fu profondo ed inconsolabile e questa perdita si dice abbia avuto un peso nella futura rivalità tra Pompeo e Cesare.

L’età dei matrimoni, soprattutto nelle seconde e terze nozze, era fortemente sbilanciata in favore degli uomini. Non era raro che le spose avessero 14 o 15 anni e ci sono molti documenti che attestano promesse spose dell’età di sette/dieci anni. Quando Cicerone divorzierà dopo 30 anni dalla prima moglie Terenzia, sposerà sia pure per pochi mesi, Publilia, lei aveva meno di 15 anni e lui 40 anni di più.