Il misterioso delitto del metrò

Le indagini successive fecero scoprire che la vittima aveva un volto ben diverso da quello di vedova modesta e operosa che era apparso inizialmente

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Parigi, domenica 17 maggio 1937. La metropolitana è come al solito affollata: al capolinea Porte Charenton un centinaio di persone attende il convoglio che partirà verso il centro città alle diciotto e ventisette minuti e che arriva in perfetto orario. A quei tempi esistevano i vagoni di prima e seconda classe, e mentre questi ultimi vengono presi d’assalto, sull’unica vettura di “prima” sale un solo passeggero, una giovane donna bionda vestita di verde sgargiante con un cappellino bianco.

La prima fermata dopo il capolinea è Porte Dorée dove nello scompartimento di prima classe entrano sei passeggeri: tre ragazze sui diciotto anni, un maggiore medico dell’esercito accompagnato da una donna e da un ragazzo. La viaggiatrice salita al capolinea ha il capo leggermente reclinato in avanti e sembra che dorma, ma uno scossone del treno le fa perdere l’equilibrio e con orrore gli altri passeggeri si accorgono che dalla nuca le spunta un coltello immerso fin quasi all’altezza del manico.

Il convoglio viene fermato, si bloccano tutte le uscite nella speranza di fermare l’assassino, arriva l’ambulanza ma la poveretta muore senza riprendere conoscenza. L’autopsia rivelerà che il colpo, vibrato dall’alto in basso, ha attraversato la faringe e la tiroide, recidendo l’arteria tracheale.

L’ispettore Lavaille e il commissario del quartiere, interrogando i viaggiatori, si trovano davanti a un enigma: il delitto doveva essere stato compiuto in un brevissimo lasso di tempo, cioè l’intervallo tra la partenza dal capolinea e la fermata alla Porte Dorée, ma come aveva fatto l’omicida a trovare scampo?

Quando i sei viaggiatori erano saliti nello scompartimento avevano notato soltanto la ragazza ed erano assolutamente sicuri di questo, l’ipotesi che l’individuo si fosse lanciato dal treno in corsa era improbabile a causa della velocità; il vagone non era comunicante con gli altri e nessuno aveva notato un viaggiatore scendere dallo scompartimento e rientrare in un altro.

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Non riuscendo a dare spiegazioni plausibili su questo problema, la brigata speciale della Police Judiciaire tentò almeno di capire perché la ragazza fosse stata uccisa. Si cominciò ad esaminare il coltello, lungo una trentina di centimetri, di un tipo detto laguiole piuttosto comune in Francia: fu mostrato a tutte le coltellerie di Parigi (circa 200) senza che nessuno potesse dare un’indicazione su chi lo avesse acquistato.

Nella borsetta della donna erano stati trovati i suoi documenti che avevano permesso di identificarla: si trattava di Letizia Nourrissat, vedova Toureaux, nata a Oyace in val d’Aosta trent’anni prima ed emigrata in Francia da bambina coi genitori. Nel 1930 aveva sposato Jules Toureaux, operaio, che nel 1935 era morto di tubercolosi, e si era quindi trovata un lavoro presso un’azienda produttrice di lucido da scarpe dove era benvoluta da tutti.

La domenica, Letizia lavorava come guardarobiera in un bal musette piuttosto equivoco, e quando era stata uccisa stava recandosi, dopo il lavoro, ad un banchetto della “Famiglia Valdostana”, un’associazione tra emigrati, di cui faceva parte. Un biglietto trovato nella sua borsa confermò che la donna aveva appuntamento quella sera con un sottufficiale di marina, un certo Jean Martin, che poté fornire un alibi inoppugnabile: era stato trattenuto in caserma. Anche un altro uomo col quale Letizia aveva avuto relazioni aveva un alibi di ferro.

Non riuscendo a trovare un colpevole né un movente la polizia fu costretta a ipotizzare che si trattasse dell’opera di un sadico o di un pazzo, ma l’opinione pubblica non fu convinta.

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Il proseguimento delle indagini fece scoprire che la vittima aveva un volto ben diverso da quello di vedova modesta e operosa che era apparso dapprima.

Si scoprì che l’incarico di fiducia da lei occupato in azienda corrispondeva bellamente a quello di “spia”, incaricata di riferire sulle opinioni politiche dei dipendenti, in particolare degli italiani antifascisti; fu rivelato che Letizia lavorava anche, sotto falso nome, per un’agenzia di investigazioni private al servizio di un’ambasciata straniera.

Le indagini durarono sei mesi senza risultato, finché il commissario Guillaume, capo della brigata speciale, ne assunse la direzione.

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Procedendo per esclusione Guillaume comprese che l’assassinio non poteva essere stato commesso né durante il tratto Charenton-Porte Dorée né in questa stazione. Ed ecco come, orologio alla mano, i fatti furono ricostruiti.

Ore diciotto, ventisei minuti e cinquanta secondi: il convoglio partito dal deposito si arresta lungo la banchina di Charenton. Letizia sale da sola nello scompartimento di prima classe. L’assassino la segue, le conficca il coltello nella nuca, approfittando del fatto che gli altri viaggiatori sono occupati a prendere posto e nessuno è rimasto sulla banchina, poi scende. Ore diciotto, ventisette minuti e venti secondi: il treno riparte e l’assassino si avvia indisturbato all’uscita.

Proseguendo nelle indagini, Guillaume concentrò l’attenzione su un certo Félix Braun, sospettato di appartenere al controspionaggio straniero in Francia, ma non riuscì ad accumulare sufficienti indizi a suo carico e fu costretto a rilasciarlo.

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Circa un anno dopo una donna che era in relazione con Braun fu trovata strangolata nel suo appartamento e Guillaume vide un’ottima occasione per arrestare l’uomo, non perché lo ritenesse colpevole di quest’ultimo delitto ma per avere la possibilità di interrogarlo a proposito dell’affaire Toureaux. Ma alla stazione della metropolitana della Cité, mentre due agenti lo accompagnavano al Quai des Orfèvres per l’interrogatorio, Félix Braun riuscì a eludere la sorveglianza e si gettò improvvisamente sotto il treno.

Lo scoppio della guerra nel 1939 fece archiviare le indagini. Nel 1962 la Police Judiciaire ricevette una lettera anonima da parte di un uomo che confessava l’omicidio di Letizia. Spiegava di essere stato innamorato della donna che lo aveva respinto e di aver commesso il delitto per gelosia, accusando la polizia di non aver interrogato a sufficienza i passeggeri del treno e di averli lasciati andare troppo presto.

La lettera fece scalpore, ma il capo della polizia decise di ignorarla dato che il crimine era ormai prescritto.