Gli astronauti Apollo e la leggenda del cianuro

Provate a immaginare, siete su un piccolo veicolo spaziale a centinaia di migliaia di chilometri da casa e qualcosa va storto, il motore di risalita non si accende e non c'è possibilità di farlo funzionare, la riserva d'aria durerà poche ore e non c'è possibilità di salvezza...

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Le missioni Apollo sono andate, a parte la numero 13, tutte a buon fine, hanno portato dalla Terra fin sulla superficie lunare l’equipaggio per poi riportarlo sulla Terra sano e salvo. La missione Apollo 13, nonostante i gravi danni subiti dal modulo di servizio, è finita con il salvataggio dell’equipaggio.

Le macchine costruite per quelle missioni si sono rivelate solide, robuste e affidabili ma se qualcosa fosse andato irrimediabilmente storto?

Se, ad esempio, il modulo lunare non avesse funzionato a dovere?

Non sarebbe stato possibile lanciare nessuna missione di soccorso, la riserva d’aria sarebbe terminata molto prima dell’arrivo della missione di salvataggio che avrebbe trovato solo due cadaveri; dalla capsula in orbita, inoltre, non sarebbe potuto arrivare nessun aiuto, anzi, l’ordine di chi rimaneva in orbita di attesa attorno alla Luna era di ripartire e lasciare i compagni al proprio destino. L’angusto modulo lunare sarebbe diventato la loro tomba tecnologica.

Ma si poteva lasciare due uomini in quelle condizioni?



Provate a immaginare, siete su un piccolo veicolo spaziale a centinaia di migliaia di chilometri da casa e qualcosa va storto, il motore di risalita non si accende e non c’è possibilità di farlo funzionare, la riserva d’aria durerà poche ore e non c’è possibilità di salvezza.

Certo, gli astronauti erano uomini straordinari, addestrati, allenati, ma una situazione del genere ha fatto pensare che i componenti dell’equipaggio delle missioni Apollo fossero stati dotati di qualche forma di veleno rapido e indolore per evitare una lunga e atroce agonia.

Nonostante le dicerie, già all’epoca delle missioni il tutto è stato ampiamente smentito, lo fece anche La Stampa in un articolo del 16 luglio del 1969, pochi giorni prima del grande evento. L’articolo era intitolato “Avranno 48 ore di vita”:

…se un qualche guasto intervenisse a impedire la partenza dal terreno lunare, non ci sarebbe rimedio per quegli uomini. La riserva ambientale del veicolo nel quale essi si rinchiudessero potrebbe assicurare loro una sopravvivenza di un paio di giorni terrestri: e in questo tempo, e neanche in tempo molto più lungo, si potrebbe né pensare né preparare una spedizione di soccorso. Si è detto che gli astronauti hanno rifiutato quello di cui si pensava di dotarli, una capsula di cianuro. Uomini di quella fatta non possono, non debbono considerare l’eventualità di un insuccesso“.
(La Stampa del 16/7/1969, dalla collezione personale di Gianluca Atti)

In un articolo del settimanale Epoca del 13 luglio del 1969 comparve un’intervista al dottor Charles Berry, medico personale degli astronauti Apollo che spiegò del problema:

Gli astronauti sanno”, ci ha detto il dottor Charles Berry, “che durante il volo arriverà il momento in cui potrebbe capitare qualsiasi cosa. Ne abbiamo parlato apertamente. Se il motore per il ritorno non funzionerà, essi non cercheranno di abbreviare la loro vita: lotteranno fino all’ultimo…”.

[…] facciamo un esempio storico. Le SS avevano calcolato il rischio di essere catturate: piuttosto di finire vive in mano al nemico, frantumavano con i denti una fiala di cianuro di potassio. È difficile la domanda, ma mi risponda, dottor Berry: avete pensato a qualcosa di simile?

No, Armstrong, Aldrin e Collins non useranno alcuna fiala o pillola nel senso che intende lei. Io ho parlato con l’equipaggio che va sulla Luna anche di questo problema e i tre mi hanno risposto francamente che non desiderano fare ricorso ad alcun mezzo per abbreviare la loro vita in caso di incidente. Gli astronauti vogliono continuare ad eseguire il loro lavoro finché sarà possibile: del resto, non hanno mai pensato che possa loro succedere qualcosa di irreparabile. E poi c’è un altro motivo: se avessero una pillola o una fiala di questo tipo sarebbero condizionati, non sfrutterebbero totalmente quella forza di volontà che ora li spinge”.

Gli astronauti se vogliamo, avevano diversi modi per ripartire dal suolo lunare. In caso di malfunzionamento del circuito di accensione del motore di decollo del modulo lunare, era possibile uscire dal veicolo usando una riserva d’ossigeno di circa trenta minuti e ricollegare i cavi di controllo e alimentazione scavalcando il circuito malfunzionante.

Se invece fossero riusciti a decollare ma non ad attraccare al modulo di comando, potevano rientrare nello stesso mediante una passeggiata spaziale per tornare a bordo della capsula di rientro.

Alcuni astronauti, trovatisi nell’impossibilità di ripartire dalla Luna considerarono anche un’altra opzione, uscire dal Lem e allontanarsi il più possibile nella loro ultima escursione lunare, osservando e riportando via radio osservazioni scientifiche utili fino all’esaurimento delle scorte di ossigeno.

Gli astronauti erano quasi tutti piloti e questa per loro era la prassi da seguire, seguire tutte le letture possibili della strumentazione di volo mentre il velivolo precipitava, questo per fornire dati utili ai tecnici e ai piloti che sarebbero stati impegnati dopo di loro.

Vista la situazione il veleno sarebbe stato superfluo, gli astronauti avrebbero potuto esporsi al vuoto dello spazio se fosse stato necessario, sarebbe stata una morte rapida per asfissia e decompressione.

Per fortuna, tutto questo non è servito e abbiamo potuto festeggiare degli eroi da vivi.

Fonte: lunasicisiamoandati.blogspot.com

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