Culto dei morti e megaliti nel Neolitico

Dallo studio delle sepolture e dei primi siti megalitici è possibile tracciare un quadro sommario non soltanto dei primitivi culti religiosi ma anche dell'organizzazione sociale delle popolazioni neolitiche

1797

Il culto dei morti per le popolazioni del Neolitico era estremamente importante, sia per aspetti religiosi che per lo stesso senso di identità tribale delle prime concentrazioni demografiche. Intorno al 4.000 a.C. con il progressivo sviluppo dell’agricoltura e della stanzialità si iniziarono a sviluppare i centri abitati, ancora relativamente piccoli nelle isole britanniche e nel nord Europa in genere, anche per l’estrema rigidezza del clima.
Le difficoltà climatiche del nord europa non impedirono le migrazioni e l’ibridazione culturale dei vari gruppi di popolazioni. Una rudimentale architettura iniziò a modificare il paesaggio neolitico: fossati, terrapieni difensivi, tombe di diverso tipo e piccoli edifici destinati non soltanto alla “gestione sociale” dei villaggi ma anche ad una funzione di culto e di spiritualità.
Le sepolture continuano ad essere lo strumento di indagine più efficace per gli archeologi, grazie ai tanti piccoli oggetti conservati insieme al defunto che permettono ai ricercatori di tracciare un profilo sociale non soltanto del morto ma anche del villaggio in cui aveva abitato.
Il culto dei morti infatti ci consegna non soltanto elementi conoscitivi sui rituali religiosi di quelle popolazioni ma anche informazioni preziose sulla struttura sociale dei villaggi neolitici.
Lo stretto rapporto tra la terra che dava sostentamento a queste popolazioni ed i primi rituali religiosi fa ritenere che l’invocazione agli antenati durante il seppellimento dei defunti attorno al villaggio conferiva alla terra un valore molto importante; dalla terra dipendeva tutta la loro esistenza.
Questa “sacralità” della terra veniva enfatizzata da quei recinti, dapprima in legno e successivamente in pietra (come avvenuto ad esempio a Stonehenge) che non si limitavano a delimitare il terreno da coltivare, ma rappresentavano anche una specifica funzione di culto.
E’ probabilmente la funzione dei dolmen, il tipo più noto tra i monumenti megalitici. La realizzazione dei dolmen viene collocata nell’arco di tempo che va dalla fine del V millennio a.C. alla fine del III millennio a.C., anche se in Estremo Oriente l’uso del dolmen si prolungò fino al I millennio a.C.
I dolmen sono costituiti da due o più piedritti verticali che sorreggono l’architrave costituito da uno o più lastroni orizzontali. La costruzione era in origine ricoperta, protetta e sostenuta da un tumulo.
Molti esempi di questo tipo, o con temi architettonici più evoluti, sono stati ritrovati nel Regno Unito, in Irlanda, in Francia, in Germania, in Spagna, in Portogallo e in Italia (precisamente in Sardegna, in Sicilia, in Puglia e in Liguria).
Gli oggetti interrati insieme alle sepolture ci raccontano di un panorama demografico ricco e variegato e di una vivacità culturale e di scambio di notevole spessore. Con lo scorrere del tempo questi oggetti e i monumenti megalitici contribuirono a creare miti e leggende, che si rincorrono e si ingigantiscono con il passare dei secoli.
Come il fiorire di miti che vedevano nei dolmen le tombe dei Giganti. L’aspetto macabro legato al sacrificio umani e alle tragedie che qui si pensava si fossero consumate contribuì in parte alla conservazione di tali leggende, alcune delle quali giunte fino ai nostri giorni.