giovedì, Aprile 3, 2025
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L’importanza dell’avere scoperto che su Europa c’è del sale da cucina

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Grazie al telescopio spaziale Hubble e ad alcune intelligenti analisi spettrali a luce visibile, gli scienziati hanno individuato la presenza di ciò che assomiglia molto al cloruro di sodio – il buon vecchio sale da cucina – sulla luna di Giove Europa.

Ciò significa che l’oceano salato nascosto appena sotto la superficie di questa luna potrebbe essere più simile agli oceani della Terra di quanto pensassimo in precedenza; inoltre mette in discussione la nostra attuale comprensione della composizione geologica di Europa.

In precedenza, la NASA aveva esaminato con le sonde Voyager e Galileo questa interessante luna di Giove e vi aveva colto i segnali suggestivi per la presenza di un oceano liquido salato sotto un guscio di superficie ghiacciata, ma si pensava che il sale in questione fosse a base di solfato di magnesio.

Un cambiamento nelle tecniche di analisi ha portato alla nuova scoperta. In questo caso, gli scienziati hanno utilizzato uno spettrometro concentrandosi sullo spettro visibile della luce piuttosto che sullo spettro dell’infrarosso, insieme alle immagini ad alta risoluzione di Hubble.

Nessuno ha preso spettri di lunghezze d’onda visibili di Europa prima che fosse disponibile questa risoluzione spaziale e spettrale“, sostiene l’autrice principale del nuovo studio, lo scienziato planetario Samantha Trumbo del California Institute of Technology (Caltech).

La navicella Galileo non aveva uno spettrometro nel visibile, aveva solo uno spettrometro nel vicino infrarosso, e nel vicino infrarosso i cloruri sono privi di caratteristiche.”

Le immagini di alta qualità prese dall’Osservatorio WM Keck avevano già in precedenza fornito indizi circa la possibile presenza del cloruro di sodio, ma ottenere altre prove per confermare l’ipotesi non è stato un processo semplice.

I ricercatori, in studi precedenti, avevano messo in laboratorio il cloruro di sodio in condizioni simili a quelle di Europa per studiare i cambiamenti chimici rilevabili su uno spettrometro a luce visibile.

Armato di queste informazioni, il team ha utilizzato lo Space Telescope Imaging Spectrograph (STIS) a bordo dell’Hubble che è stato in grado di individuare i segni di composti di sale da tavola irradiati nello spettro del visibile a 450 nanometri; questo corrispondeva ai risultati dei test di laboratorio.

europa sale 2Le condizioni dell’Europa vengono simulate in laboratorio. (NASA / JPL-Caltech)

Il cloruro di sodio è un po ‘come inchiostro invisibile sulla superficie di Europa“, afferma l’astrobiologo Kevin Hand del Jet Propulsion Laboratory della NASA, che ha lavorato sia sugli esperimenti del 2017 sia su questo nuovo studio. “Prima dell’irraggiamento non puoi dire che è lì, ma dopo l’irradiazione l’evidenza ti salta addosso.”

Le scoperte non bastano come garanzia definitiva che l’oceano sotterraneo di Europa sia pieno di sale da cucina, ma i ricercatori sono stati in grado di individuarlo nelle regioni in cui il ghiaccio superficiale era frantumato, con probabile risalita di materiale dalle profondità sottostanti e, quindi, dall’oceano liquido nascosto sotto la coltre ghiacciata.

Tutto questo, però, secondo gli scienziati, è sufficiente per rivalutare l’oceano nascosto di Europa e il tipo di vita che potrebbe potenzialmente ospitare. “Il solfato di magnesio sarebbe semplicemente scivolato nell’oceano dalle rocce sul fondo dell’oceano, ma il cloruro di sodio potrebbe indicare che il fondo oceanico è idrotermicamente attivo“,  afferma Trumbo. “Ciò significherebbe che Europa è un corpo planetario geologicamente più interessante di quanto si credesse in precedenza“.

La buona notizia è che la sonda della NASA Europa Clipper sarà lanciata nel 2020 e farà 45 flyby su Europa. Dovrebbe essere in grado di rivelarci rivelarsi un tesoro completamente nuovo di informazioni per gli scienziati.

Siamo anche di fronte ad una ulteriore prova di come la raccolta di nuovi dati e l’utilizzo di nuove tecniche possano migliorare la nostra comprensione dell’universo, persino anni o decenni dopo le prime osservazioni.

La ricerca è stata pubblicata su Science Advances.

Cosa è il Pentaquark

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di Oliver Melis

Nel 1964 Murray Gell-Mann del “California Institute of Technology”  e George Zweig, all’epoca al CERN di Ginevra, cercarono di spiegare l’esistenza di un piccolo numero di costituenti fondamentali della materia, che chiamarono “quark” (il nome è tratto da un passo del Finnegans Wake di James Joyce, e sarebbe la contrazione di question mark, ovvero punto interrogativo) e che consideravano i costituenti ultimi dei protoni e dei neutroni.

Per avere un quadro chiaro di cosa sono i quark immaginati dai due fisici oltre 50 anni fa dobbiamo soffermarci sulle forze fondamentali che agiscono nell’universo: la forza nucleare forte, che consente a protoni di restare uniti e formare cosi i vari nuclei atomici più pesanti dell’idrogeno, la sua azione è quella più forte tra le quattro. La seconda forza è quella chiamata nucleare debole, responsabile del decadimento radioattivo, infatti, alcuni atomi, essendo instabili perdono delle particelle sprigionando energia o creando altre particelle. La terza forza è quella eletromagnetica che fa si che gli elettroni stiano attorno al nucleo e la quarta, quella che oggi è preponderante nell’universo, in grado di agire su lunghissime distanze, la forza di gravità, la più debole tra le quattro forze.

Le particelle subnucleari soggette alla forza forte vengono dette adroni, i protoni, i neutroni e i mesoni con massa intermedia tra quelle dell’elettrone e del protone. Ci sono altre particelle meno conosciute, più instabili e ottenute come prodotto di collisioni ad alta energia.

Gli adroni non sono particelle elementari, perché sono formati da una diversa combinazione di un numero piccolo di costituenti fondamentali: i quark, appunto.
Verso la fine degli anni Sessanta vennero sparati elettroni ad alta energia contro protoni e neutroni e l’esperimento confermò dell’esistenza dei quark.

Oggi sono stati classificati sei tipi diversi di quark: su (u), giù (d), incanto (c), strano (s), basso (b) e alto (t), che si distinguono per massa e carica elettrica.
Queste, in breve, le loro caratteristiche:
1. quark Up (quark su), detto anche quark-u. Ha massa di 910^(?30) kg; 
2. quark Down (quark giù), detto anche quark-d. Ha massa di 1,810^(?29) kg;

3. quark Strange (quark strano), detto anche quark-s. Ha massa di 3,5 * 10^(?28) kg;
4. quark Charm (quark incanto), detto ache quark-c. Ha massa di 2,3 * 10^(?27) kg;
5. quark Bottom (quark sotto), detto anche quark-b. Ha massa di 7,7 * 10^(?27) kg;
6. quark Top (quark sopra), detto anche quark-t. Ha massa di 3,1 * 10^(?25) kg.

Oltre a questi il fisico e premio Nobel Murray Gell-Mann aveva teorizzato l’esistenza di una particella che chiamò ”pentaquark”, composta da cinque quark. Murray è da poco venuto a mancare ma la sua particella è stata individuata dall’esperimento Lhcb, uno dei quattro grandi esperimenti installati presso l’anello di 27 chilometri del Large Hadron Collider chiamato anche Lhc, al Cern di Ginevra, che ha annunciato di aver osservato con maggiore precisione un nuovo pentaquark, già rilevato nel 2015, e di averne studiato meglio la struttura.

L’esperimento Lhcb ha confermato la struttura del pentaquark, composta da cinque quark, così come era stata pensata, i risultati dell’esperimento sono consultabili su Physical Review Letters.

La nuova particella, chiamata Pc(4312)+, non è stabile e decade in un protone e una particolare particella composta da due quark. Questa osservazione ha una significatività statistica di 7,3 sigma (cioè precisissima), superiore alla soglia dei 5 sigma (soglia famosa per chi ha seguito la vicenda del bosone di Higgs). Questa stima indica un’accuratezza della misura davvero elevata – in pratica la probabilità di ottenere questo risultato in assenza della particella è pressoché pari a zero.

I ricercatori hanno scoperto che il pentaquark è composto da due set di quark legati tra di loro. La prima coppia forma un mesone, una particella subatomica composta da un quark e un antiquark, e il secondo è un barione, composto da tre quark – un esempio di barione è il protone o il neutrone che compongono la materia detta “barionica” cioè pesante.

In particolare, ci sono due interpretazioni. “I quark potrebbero essere saldamente legati”, ha sottolineato il fisico Liming Zhang dell’università Tsinghua a Pechino, “oppure potrebbero essere legati debolmente come in una molecola composta da un mesone e un barione. In questo stato il mesone e il barione sono tenuti insieme da una forza residua forte simile a quella che lega i protoni e i neutroni per formare il nucleo di un atomo”.

L’ultimo studio conferma che il pentaquark non è solo la somma di questi cinque quark, riuniti in modo casuale, ma che la struttura potrebbe somigliare ed essere organizzata come quella che si osserva nel nucleo di un atomo, che vede i protoni e i neutroni legati saldamente insieme, ma la conferma delle teorie deve arrivare da altri studi che verranno in seguito effettuati dai ricercatori.

Per finire, il gruppo di ricerca del Lhcb conferma la composizione dei quark, ovvero quali tipologie di quark costituiscono la nuova particella. I quark, come abbiamo visto in apertura dell’articolo non sono tutti uguali e i cinque quark che compongono il pentaquark sono: due quark up, un quark down, un quark charm e un quark anti-charm.

Fonte: www.galileonet.it

Avvistato su Marte il logo della Flotta Stellare di Star Trek

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Stiamo facendo grandi progetti per inviare esseri umani permanentemente prima sulla Luna e poi su Marte entro i prossimi due decenni ma sembra che qualcuno ci abbia preceduto. La “Flotta Stellare”, istituzione ben nota agli appassionati di “Star Trek, il fortunato franchise di fantascienza, sembra sia arrivata prima di noi.

Ebbene si, nonostante i tanti divieti citati nel regolamento della Flotta che dovrebbero impedire ai capitani di astronavi di giocare con il tempo e creare paradossi temporali, Picard o, più probabilmente Kirk, sono tornati indietro nel tempo e ci hanno anche lasciato un segno del loro passaggio: Su Marte, nella distesa del Planitia di Hellas, il Mars Reconnaissance Orbiter ha fotografato un’enorme formazione con lo forma del logo della Flotta Stellare della Federazione dei Pianeti Uniti.

Tuttavia, al di là delle facezie, non siamo di fronte alla prova del passaggio di intrepidi esploratori del futuro giunti coraggiosamente là dove nessun uomo è mai giunto prima. “È solo una coincidenza“, ha dichiarato Ross Beyer, ricercatore dell’università dell’Arizona.

In realtà formazioni naturali con questa forma di chevron non sono affatto rare su Marte. Di solito sono il risultato di un flusso di lava, cosa che è accaduta molto sul pianeta rosso in passato .

Questo particolare chevron è il prodotto di un’eruzione vulcanica sul fondo di un bacino d’impatto, molto tempo fa. Qui, la sabbia formava dune chiamate dune di barchan, scolpite dal vento.

Quando la lava si è raffreddata e indurita, ha letteralmente abbracciato le dune dell’area, generando la formazione. Con il passare del tempo, poi, l’azione dei venti marziani ha dissolto le dune sabbiose.

le dune fantasma marteUna ripresa più ampia mostra più dune fantasma a forma di chevron. (NASA / JPL / University of Arizona)

Questi calchi sono chiamati “dune fantasma” e sebbene siano conosciuti ben noti anche qui sulla Terra, la loro presenza su Marte è stata solo recentemente scoperta. Nella Planitia di Hellas ci sono circa 300 di queste formazioni, e altre 480 sono state avvistate in una regione chiamata Noctis Labyrinthus, un vero e proprio labirinto di valli.

Niente Dark Energy per l’espansione accelerata dell’universo?

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Secondo un team di scienziati ungheresi e americani,  l’enigmatica ‘energia oscura‘, pensata costituire il 68% dell’universo, potrebbe non esistere affatto. Il team  ha pubblicato i  risultati in un articolo nella Monthly Notices of the Royal Astronomical Society .

Il nostro universo è stato formato dal Big Bang, 13,8 miliardi di anni fa, e da allora si sta espandendo. La prova chiave per questa espansione è la legge di Hubble, sulla base delle osservazioni di galassie, in cui si afferma che, in media, la velocità con cui una galassia si allontana da noi è proporzionale alla sua distanza.

Gli astronomi misurano la velocità di allontanamento, cercando le linee nello spettro di una galassia, che si spostano più verso il rosso – e cioè che la galassia velocemente si sta allontanando. Dal 1920, la mappatura delle velocità delle galassie ha portato gli scienziati a concludere che l’intero universo è in espansione, e che ha iniziato la sua vita come un infinitesimale piccolo punto.

Nella seconda metà del ventesimo secolo, gli astronomi hanno trovato prove per l’invisibile materia oscura osservando che era necessario qualcosa in più per spiegare il moto delle stelle all’interno di galassie. Ora si pensa che la materia oscura costituisca il 27% del contenuto dell’universo (in contrasto  la quantità di materia  ‘normale’  è solo il 5%).

L’osservazione di esplosioni di sistemi binari di nane bianche, le cosiddette supernovae di tipo Ia, ha portato gli scienziati, nel 1990, a concludere che una terza componente – l’energia oscura, appunto – costituisca il 68% del cosmo, ed è responsabile per l’accelerazione nell’espansione dell’universo.

Una breve animazione che mostra l’espansione dell’universo nella cosmologia standard ‘Lambda Cold Dark Matter’, che comprende l’energia oscura (pannello in alto a sinistra rosso), il nuovo modello di Avera, che considera la struttura dell’universo ed elimina la necessità di energia oscura (pannello centrale in alto, blu), e la cosmologia di Einstein-de Sitter, il modello originale senza energia oscura (in alto a destra, verde). Il pannello in basso mostra l’aumento del ‘fattore di scala’ (indicazione delle dimensioni) in funzione del tempo. La crescita della struttura può anche essere vista nei pannelli superiori. Un punto rappresenta circa un intero ammasso di galassie. Le unità di scala sono in Mpc (Mpc), dove 1 Mpc è di circa 3 milioni di milioni di milioni di km. Credit: István Csabai et al.

Nel nuovo lavoro, i ricercatori, guidati da dottorando Gábor Rácz della Eötvös Loránd University in Ungheria, hanno messo in discussione l’esistenza dell’energia oscura, suggerendo una spiegazione alternativa. Essi sostengono che i modelli convenzionali cosmologici (lo studio dell’origine ed evoluzione dell’universo), si basano su approssimazioni che ignorano la sua struttura, dove si assume che la materia abbia una densità uniforme.

Le equazioni di Einstein della relatività generale che descrivono l’espansione dell’universo  sono così complesse matematicamente, che per un centinaio di anni non è stata trovata alcuna soluzione per contabilizzare l’effetto delle strutture cosmiche. Sappiamo, da osservazioni molto precise di supernove, che l’universo sta accelerando, ma allo stesso tempo ci affidiamo ad approssimazioni grossolane delle equazioni di Einstein che potrebbero introdurre gravi effetti collaterali, come ad esempio la necessità di introdurre l’energia oscura nei modelli progettati, per adattarsi ai dati osservativi.” spiega il dottor László Dobos, co-autore del documento, anche lui della Eötvös Loránd University.

In pratica, materia normale e oscura sembrano riempire l’universo con una struttura simile a schiuma, dove le galassie si trovano sulle pareti sottili tra le bolle, e sono raggruppate in superammassi.

Utilizzando una simulazione al computer per modellare l’effetto della gravità sulla distribuzione di milioni di particelle di materia oscura, gli scienziati hanno ricostruito l’evoluzione dell’universo, compresa la precoce aggregazione della materia, e la formazione della struttura su larga scala.

Diversamente dalle simulazioni convenzionali con un universo in espansione uniforme, tenendo in considerazione la struttura, si arriva ad un modello in cui diverse regioni del cosmo si espandono a velocità diverse. Il tasso di espansione medio è però coerente con le osservazioni attuali, che suggeriscono un’accelerazione complessiva.

Il dott Dobos aggiunge: “La teoria della relatività generale è fondamentale per la comprensione del modo in cui l’universo si evolve. Non mettiamo in discussione la sua validità, mettiamo in discussione la validità delle soluzioni approssimate. I nostri risultati si basano su una congettura matematica che permette la dilatazione differenziale dello spazio, in linea con la relatività generale, e mostrano come la formazione di strutture complesse di materia influiscano sull’espansione. Questi problemi sono stati in precedenza spazzati sotto il tappeto, ma tenendoli in considerazione siamo in grado di spiegare l’accelerazione senza la necessità di energia oscura.”

Se questa constatazione dovesse essere confermata, potrebbe avere un impatto significativo sui modelli dell’universo e la direzione della ricerca in fisica.

Negli ultimi 20 anni, gli astronomi e i fisici teorici hanno speculato sulla natura dell’energia oscura, che rimane, però, un mistero irrisolto. Con il nuovo modello, Csabai e i suoi collaboratori si aspettano per lo meno di avviare un dibattito vivace.

ArXiv: [Concordance cosmology without dark energy – Gábor Rácz, László Dobos, Róbert Beck, István Szapudi, István Csabai, 2017]

Fonte: Phys.org – Explaining the accelerating expansion of the universe without dark energy

La NASA sta preparando l’esplorazione del nucleo metallico di un antico pianeta nella cintura di asteroidi

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Il nucleo metallico nudo di un antico pianeta morto dovrebbe presto ricevere un visitatore. In orbita attorno al sole, tra Marte e Giove, questa grande roccia spaziale è l’obiettivo di una missione della NASA che è appena entrata nella fase di progettazione finale.

L’agenzia spaziale americana pensa di riuscire a raggiungere 16 Psiche, un oggetto di 200 chilometri di diametro che si trova nella fascia degli asteroidi, il 31 gennaio del 2026. Gli scienziati planetari sospettano da tempo che Psiche, che prende il nome della ninfa che sposò Cupido nella mitologia greca, una grande roccia composta quasi interamente di ferro e nichel, potrebbe essere il nucleo esposto di un protopianeta morto nei primi giorni del nostro sistema solare. Il pianeta avrebbe potuto essere grande, più o meno, come Marte prima che antiche apocalittiche collisioni strappassero il guscio esterno e roccioso dal suo nucleo.

Gli scienziati che stanno lavorando alla missione Psiche sperano che la sonda che manderanno ad annusare i resti di questo protopianeta possa fornire prove più conclusive a conferma di questa teoria e rivelare nuove informazioni sulle origini den nostro sistema solare.

Con la transizione in questa nuova fase della progettazione della missione, abbiamo compiuto un grande passo avanti verso la scoperta dei segreti di Psiche, questo gigantesco e misterioso asteroide metallico“, ha detto in una dichiarazione Lindy Elkins-Tanton, scienziata planetaria dell’Arizona State University e ricercatore principale della missione Psiche.
Psiche ha una massa che è stata calcolata in circa 22 miliardi di miliardi di chilogrammi, all’incirca lo 0.03% della massa della nostra luna. È l’undicesimo asteroide più grande del sistema solare, almeno tra quelli conosciuti, e la cosa notevole che lo caratterizza è che, mentre gli asteroidi noti più grandi sono composti principalmente da roccia e ghiaccio. Psiche è di gran lunga il più grande oggetto conosciuto costituito da metallo quasi puro che orbita intorno al nostro sole. La sonda destinata a Psyche dovrebbe orbitare attorno all’oggetto di metallo per un paio di settimane, raccogliendo dati sulla sua età e su come si è formata.
Durante questa fase di progettazione finale, gli ingegneri elaboreranno i piani finali per il lancio e la trattoria, oltre a fissare gli obbiettivi di missione. inoltre, costruiranno molte delle parti che comporranno la navicella finale, parti il cui assemblaggio inizierà con la fase successiva, nel 2021.
Se tutto andrà secondo i piani, la missione dovrebbe iniziare nell’agosto del 2022, passare vicino Marte nel 2023 e avvicinarsi a Psiche tre anni dopo.

Fonte: Live Science.

Perché le zanzare pungono

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La zanzara è un killer implacabile.

Non tutti sono consapevoli del fatto che quel fastidioso insettino ronzante che ci perseguita nelle serate che vanno da marzo a novembre è il più micidiale killer del pianeta, visto che la sua azione provoca più vittime di qualunque altra specie vivente conosciuta.

La zanzara è un insetto ematofago, che si nutre sia di sangue umano che animale, che deve la sua letalità proprio alle malattie che trasmette attraverso il suo morso: la malaria, la febbre dengue, la febbre gialla, l’encefalite e il chikungunya, un virus che, trasmesso con il morso dell’insetto causa dolori muscolari atroci che possono portare anche alla paralisi, e, in alcune zone, la Febbre del Nilo Occidentale.

Se non altro, diverse evidenze scientifiche hanno dimostrato che le zanzare non trasmettono il SARS-CoV-2 e quindi non sono portatrici di COVID-19.

Secondo quanto riporta wikipedia,Le zanzare sono una famiglia di insetti dell’ordine dei Ditteri (Nematocera: Culicomorpha). Questa famiglia, che conta circa 3540 specie, costituisce il gruppo più numeroso della superfamiglia dei Culicoidea, che a sua volta comprende insetti morfologicamente simili ai Culicidi ma, ad eccezione dei Corethrellidae, incapaci di pungere. C’è da specificare che, tra le zanzare, solo le femmine, che possono vivere dai 10 ai 120 giorni in funzione dell’ambiente, pungono mentre i maschi, che servono solo per la riproduzione, vivono pochissimi giorni e muoiono subito dopo l’accoppiamento.”

Le zanzare riescono a riprodursi in tutti i luoghi in cui si verificano ristagni d’acqua in concomitanza di temperature almeno miti.

Le zanzare proliferano nella buona stagione ma non amano il caldo eccessivo, infatti di giorno tendono a riposare in zone ombrose e fresche, per uscire di sera quando la temperatura è per loro più tollerabile.

Alcune zanzare riescono a sopravvivere anche durante i primi rigori dell’inverno, soprattutto negli appartamenti tenuti a temperature superiori ai 20 gradi.

In Italia risultano presenti all’incirca 60 specie di zanzara anche se, negli ultimi decenni, abbiamo avuto diverse invasioni di specie aliene provocate dagli scambi commerciali attraverso navi e aerei. I tipi di zanzara che è più facile incontrare sono le Culex, le Anopheles, l’ Ochlerotatus e le Aedes.

Perché le zanzare pungono certe persone e non altre?

Grazie a degli specifici recettori, le zanzare hanno una particolare sensibilità all’anidride carbonica che possono percepire da una distanza di oltre 150 metri ed è la ragione per cui alcune persone sono più punte di altre: più è veloce il nostro metabolismo, maggiore è la quantità di anidride carbonica che emettiamo.

Non a caso i più soggetti a punture di zanzara sono le donne in gravidanza e le persone sovrappeso. Anche il sudore, attraverso l’ammoniaca, l’acido lattico e l’acido urico in esso contenuti, attrae le zanzare, così come le colonie di batteri che albergano su mani e piedi e questo spiega come mai così spesso le zanzare pungono le estremità.

Secondo alcune ricerche le zanzare, potendo scegliere, preferiscono, nell’ordine, sangue del gruppo zero, del gruppo B e del gruppo A.

Il fastidioso, e a volte doloroso, prurito provocato dalla puntura della zanzara è dovuto alla risposta difensiva dell’organismo che libera istamina nell’area punta per circoscrivere e distruggere la saliva che la zanzara rilascia nel corpo quando punge.

La saliva della zanzara ha un’azione fluidificante e anticoagulante ed è proprio questo che provoca la reazione istaminica. Il modo più efficace per trattare il prurito da zanzara è quello di lavare la puntura con acqua fredda e sapone neutro. Esistono inoltre in commercio dei farmaci che, applicati topicamente, desensibilizzano la parte colpita.

Alcuni cibi sono sembrerebbero particolarmente efficaci nell’allontanare le zanzare. Ad esempio, l’aglio, le carote e il peperoncino sono considerati repellenti naturali. Anche il colore degli abiti che indossiamo ha un’azione attrattiva o repellente per le zanzare: il nero e il rosso sono quelli che attraggono di più mentre il bianco sembrerebbe essere repellente.

Per difenderci dalle zanzare abbiamo a disposizione, oltre agli insetticidi, diversi prodotti industriali ad azione repellente ma è possibile utilizzare anche alcuni prodotti naturali che per loro sono particolarmente fastidiosi e hanno, quindi, azione repellente come, ad esempio, l’olio essenziale di pepe nero, la lavanda, il geranio e la citronella. Controversa l’efficacia dell’aglio.

Febbre del Nilo occidentale

Durante le ultime estati, sono comparse in Italia alcune malattie portate dalle zanzare tipiche di alcune aree dell’Africa, precedentemente quasi sconosciute qui da noi, se non per alcuni casi di persone che hanno manifestato la malattia al rientro da viaggi in zone esotiche.

Diffusa particolarmente nel nord est d’Italia è la febbre del Nilo Occidentale (West Nile Fever), che, secondo il sito dell’Istituto Superiore di Sanità, è una malattia provocata dal virus West Nile (West Nile Virus, Wnv), un virus della famiglia dei Flaviviridae isolato per la prima volta nel 1937 in Uganda, nel distretto West Nile da cui prende il nome. Il virus è diffuso in Africa, Asia occidentale, Europa, Australia e America.

I serbatoi del virus sono gli uccelli selvatici e le zanzare (più frequentemente del tipo Culex), le cui punture sono il principale mezzo di trasmissione all’uomo.

Incubazione e sintomi

Il periodo di incubazione dal momento della puntura della zanzara infetta varia fra 2 e 14 giorni, ma può essere anche di 21 giorni nei soggetti con deficit a carico del sistema immunitario.

La maggior parte delle persone infette non mostra alcun sintomo. Fra i casi sintomatici, circa il 20% presenta sintomi leggeri: febbre, mal di testa, nausea, vomito, linfonodi ingrossati, sfoghi cutanei. Questi sintomi possono durare pochi giorni, in rari casi qualche settimana, e possono variare molto a seconda dell’età della persona. Nei bambini è più frequente una febbre leggera, nei giovani la sintomatologia è caratterizzata da febbre mediamente alta, arrossamento degli occhi, mal di testa e dolori muscolari. Negli anziani e nelle persone debilitate, invece, la sintomatologia può essere più grave.

I sintomi più gravi si presentano in media in meno dell’1% delle persone infette (1 persona su 150), e comprendono febbre alta, forti mal di testa, debolezza muscolare, disorientamento, tremori, disturbi alla vista, torpore, convulsioni, fino alla paralisi e al coma. Alcuni effetti neurologici possono essere permanenti. Nei casi più gravi (circa 1 su mille) il virus può causare un’encefalite letale.

La diagnosi viene prevalentemente effettuata attraverso test di laboratorio effettuati su siero e, dove indicato, su fluido cerebrospinale, per la ricerca di anticorpi del tipo IgM. Questi anticorpi possono persistere per periodi anche molto lunghi nei soggetti malati (fino a un anno), pertanto la positività a questi test può indicare anche un’infezione pregressa.

Prevenzione

Non esiste un vaccino per la febbre West Nile. Attualmente sono allo studio dei vaccini, ma per il momento la prevenzione consiste soprattutto nel ridurre l’esposizione alle punture di zanzare, pertanto è consigliabile proteggersi dalle punture ed evitare che le zanzare possano riprodursi facilmente:

  • usando repellenti e indossando pantaloni lunghi e camicie a maniche lunghe quando si è all’aperto, soprattutto all’alba e al tramonto
  • usando delle zanzariere alle finestre
  • svuotando di frequente i vasi di fiori o altri contenitori (per esempio i secchi) con acqua stagnante
  • cambiando spesso l’acqua nelle ciotole per gli animali
  • tenendo le piscinette per i bambini in posizione verticale quando non sono usate.

Terapia e trattamento

Non esiste una terapia specifica per la febbre West Nile. Nella maggior parte dei casi, i sintomi scompaiono da soli dopo qualche giorno o possono protrarsi per qualche settimana. Nei casi più gravi è invece necessario il ricovero in ospedale, dove i trattamenti somministrati comprendono fluidi intravenosi e respirazione assistita.

Chikungunya

Un’altra patologia portata dalle zanzare, in particolare dalla famigerata zanzara tigre, che si è manifestata soprattutto la scorsa estate ma che ha già registrato almeno un caso quest’anno è la chikungunya, una malattia virale, caratterizzata da febbre e forti dolori, che viene trasmessa all’uomo da zanzare infette.

La prima epidemia nota è stata descritta nel 1952 in Tanzania, anche se già nel 1779 era stata descritta un’epidemia in Indonesia, attribuibile forse allo stesso agente virale.

Per l’Italia non si tratta di una malattia endemica e, evidentemente, è stata importata da qualche portatore sano o da qualche malato in incubazione al ritorno da un viaggio o da qualche migrante proveniente da zone dove la malattia è endemica.

Sintomi e quadro clinico

Dopo un periodo di incubazione di 2-12 giorni si manifestano improvvisamente febbre e dolori alle articolazioni tali da limitare i movimenti dei pazienti (da cui deriva il nome chikungunya, che in lingua swahili significa “ciò che curva” o “contorce”), che quindi tendono a rimanere assolutamente immobili e assumere posizioni antalgiche. Altri sintomi includono dolore muscolare, mal di testa, affaticamento e rash cutaneo. Il dolore alle articolazioni è spesso debilitante, generalmente dura alcuni giorni ma può anche prolungarsi per alcune settimane. Inoltre, il virus della chikungunya può causare malattie acute, subacute o croniche.

Nella maggior parte dei casi i pazienti si riprendono completamente tuttavia, in alcuni casi il dolore alle articolazioni può persistere per mesi o anche anni. Spesso i sintomi delle persone infette sono lievi e l’infezione può non essere riconosciuta o male-interpretata, soprattutto nelle aree in cui è presente la dengue. Occasionalmente sono state segnalate complicanze oculari, neurologiche, cardiache e gastrointestinali. Raramente si verificano complicanze gravi, tuttavia negli anziani la malattia può essere una concausa di morte.

Trattamento

Non esistono trattamenti antivirali specifici e le cure si focalizzano primariamente nell’alleviare i sintomi. Al momento non è in commercio un vaccino contro la chikungunya.

Fonti: Wikipedia, Istituto Superiore di Sanità, Reccom Magazine

Secondo la NASA, il clima spaziale del prossimo decennio favorirà le missioni con umani a bordo

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Quando abbiamo intenzione di intraprendere un viaggio, è meglio pianificare le cose con un certo anticipo e una delle prime verifiche che facciamo è quella di controllare il tempo che farà sul nostro percorso e nel luogo dove intendiamo arrivare. Lo stesso vale per i viaggiatori spaziali, e con così tante missioni in programma nel prossimo decennio, la NASA ora guarda alle previsioni del tempo spaziale per i prossimi dieci anni, previsioni che, a quanto pare, sono piuttosto favorevoli.

Utilizzando i dati più recenti sull’attività solare e un nuovo algoritmo predittivo per prevedere picchi e avvallamenti del tempo solare, la NASA afferma che stiamo per sperimentare il decennio più tranquillo degli ultimi due secoli, cosa che ne farà un ottimo periodo per pianificare missioni con equipaggio verso altri mondi.

Come spiega la NASA in un nuovo post sul blog, i cicli solari della nostra stella durano circa 11 anni, con periodi di attività elevata che si verificano in modo prevedibile. Durante i periodi altamente attivi, le macchie solari sono più comuni e le frequenti espulsioni di massa coronale scaricano particelle cariche nello spazio.

È un tempo solare come questo che la NASA vorrebbe evitare, perché significherebbe esporre gli astronauti a enormi quantità di radiazioni dalla nostra stella. Qui sulla Terra, il campo magnetico del pianeta agisce come uno scudo, ma gli astronauti che viaggiano nello spazio non potrebbero godere di una protezione altrettanto efficiente.

Usando decenni di dati sull’attività del Sole ed effettuando delle stime, i ricercatori della NASA hanno sviluppato quello che credono sia un modo abbastanza accurato di prevedere i flussi e riflussi della nostra stella. Il metodo è già stato testato per le previsioni del clima spaziale nel decennio precedente della meteorologia spaziale e, a quanto pare, “ha funzionato bene“, riporta la NASA.

Sapere che il Sole se ne starà abbastanza tranquillo nei prossimi anni, mentre la NASA e le società private svolgono alcune delle loro missioni più avanzate, tuttavia, non renderà l’esplorazione più facile ma almeno non la renderà più difficile.

Presto passeremo vicino alle Tauridi, lo sciame meteoritico che potrebbe avere qualche responsabilità nell’evento di Tunguska del 1908

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Uno sciame di meteore verso cui la Terra si sta dirigendo potrebbe essere lo stesso che provocò l’incidente di Tunguska nel 1908.

Secondo un nuovo studio dell’Università dell’Ontario Occidentale, l’incontro con la cosiddetta scia delle Tauridi è un evento ricorrente che alcuni scienziati ritengono possa aver avuto un ruolo nel più grande impatto subito dalla Terra dei tempi moderni, nel 1908, quando una roccia spaziale si schiantò nei pressi di Tunguska, in Siberia, con una forza sufficiente a distruggere un’intera foresta.

L’episodio è diventato noto come l’evento di Tunguska del 1908 e fu così potente che l’esplosione livellò 80 milioni di alberi su un’area di oltre 2000 chilometri quadrati. Le possibilità che un evento simile possa ripetersi sono calcolate in una ogni mille anni, secondo la Western Ontario University. Eppure i ricercatori stanno focalizzando la loro attenzione sulle sciame delle Tauridi.

Lo sciame delle Tauridi è un denso ammasso di meteore all’interno del torrente meteorico Tauride. La Terra attraversa periodicamente lo sciame delle Tauridi che è considerato uno dei tre fenomeni spaziali che potrebbero provocare una collisione catastrofica. Gli oggetti prossimi alla Terra (NEO) come asteroidi e meteoroidi, così come le comete sono le altre due cause potenziali.

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Illustrazione dello sciame dei Tauridi che passa sotto la Terra. Gli scienziati non pensano che quest’anno si verificherà una collisione catastrofica, ma sono contenti che lo sciame dei Tauridi sia il più vicino possibile per poterlo studiare.WESTERN ONTARIO UNIVERSITY

Lo sciame delle Tauridi è composto dai detriti lasciati dalla Cometa Encke, secondo la NASA. La polvere della cometa attraversa l’atmosfera terrestre a oltre 90 mila chilometri orari, brucia e crea una pioggia di meteoriti. La pioggia di meteoriti delle tauridi è solitamente debole, ma ci sono alcuni anni in cui è più visibile, dice la NASA.

Lo sciame delle Tauridi aumenta la possibilità che possa verificarsi una grande collisione, ipotizzano i ricercatori della Western Ontario University.

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Un’immagine di alberi abbattuti dall’esplosione di Tunguska, un evento del 1908 attribuito a un enorme asteroide o impatto di meteoroidi.THE LEONID KULIK EXPEDITION

Questa estate, la Terra si avvicinerà a 30.000.000 km dal centro dello sciame delle Tauridi, secondo lo studio. Sarà il passaggio più ravvicinato della Terra allo sciame dal 1975 e la migliore opportunità di osservazione che avremo fino all’inizio degli anni ’30.

Vi sono forti prove, meteorologiche e NEO, a sostegno dello sciame delle Tauridi e dei suoi potenziali rischi, e questa estate offre un’opportunità unica per osservare e quantificare questi oggetti“, ha affermato David Clark, studente universitario dell’Ontario Occidentale e primo autore dello studio.

Lo sciame delle Tauridi non dovrebbe causare alcun danno ed i ricercatori della Western Ontario University approfitteranno dell’occasione per studiarlo da vicino utilizzando il telescopio Canada-Francia-Hawaii presso l’Università delle Hawaii  in agosto. In quel momento otterranno una visualizzazione ottimale per raccogliere informazioni.

L’evento di Tunguska

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Siberia, 1908. Vicinanze del fiume Podkamennaja Tunguska, 30 giugno 1908. ore 07.14: un’immane esplosione abbatte 60 milioni di alberi in un’area di 2150 chilometri quadrati. Il boato dell’esplosione viene udito a oltre 1000 chilometri di distanza. A 500 chilometri di distanza alcuni testimoni vedono una palla di fuoco nel cielo e poi un’enorme nube di fumo che si alza sull’orizzonte. Una forte scossa tellurica, probabilmente generata dall’esplosione, e lo spostamento d’aria rischiano di far deragliare un convoglio della transiberiana che transitava a 600 chilometri di distanza.

Militari, tecnici e scienziati inviati dallo Zar ad indagare sul misterioso fenomeno constatarono che oltre 2000 km quadrati di foresta nell’area del fiume Tunguska erano stati letteralmente appiattiti da una forza inspiegabile. 80 milioni di alberi sradicati e centinaia di renne vennero ritrovate carbonizzate.

Si è calcolato che nell’evento venne liberata un’energia pari a 1000 volte l’esplosione atomica di Hiroshima.

Da allora si sono accavallate le ipotesi per spiegare cosa sia avvenuto quel giorno in quell’area disabitata: caduta di un meteorite, l’esplosione di un’astronave aliena, e molte altre sono le ipotesi fatte. Vediamone alcune:main qimg b8708674ec36d737a9b0264961110f8b

Investigazioni e spedizioni

Sull’evento sono stati prodotti oltre 1000 documenti e almeno una dozzina di spedizioni di ricerca, sovietiche ed internazionali, si sono recate sul posto.

La prima delegazione dell’Accademia Sovietica della Scienza guidata da Leonid Kulik nel 1927: la spedizione raggiunse l’area della presunta esplosione trovandola ancora nelle condizioni in cui era stata ridotta 19 anni prima. Un’ampia area in cui tutti gli alberi erano stati sradicati ed appiattiti al suolo, tutti orientati nella stessa direzione che si estendeva esternamente in una forma a farfalla. L’accademico ipotizzò che una meteora fosse esplosa sulla zona.

Non trovando alcun cratere o altri resti meteorici suppose che il terreno paludoso era troppo morbido per preservare il colpo e che tutti i detriti della collisione fossero stati sepolti.

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Nell’autunno del 1927, la relazione preliminare di Kulik venne pubblicata su vari quotidiani. Di conseguenza, l’evento del 1908 divenne noto come “Evento di Tunguska“.

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Una spedizione del 1958, scoprì piccoli resti di silicati e di magnetite nel terreno. Più tardi, altre spedizioni hanno identificato tracce di silicato e magnetite anche nella resina degli alberiSuccessivi studi hanno trovato tracce di numerosi altri metalli, incongrui rispetto all’ambiente circostante, cosa che è stata considerata come una prova della loro origine extraterrestre e fatto convergere le ipotesi verso l’esplosione di un grosso meteorite.

Nel 2007 un team italiano del CNR ha suggerito che un lago a 8 km a nord-nord-ovest dell’epicentro dell’esplosione possa essere un cratere d’impatto. Secondo i ricercatori, il lago Cheko non era presente su nessuna mappa prima dell’evento.

Teorie accettate più comuni sull’evento di Tunguska

Asteroide: Kulik nel 1927 ipotizzava che l’evento di Tunguska fosse stato provocato da una meteora o da un piccolo asteroide.

L’effetto dell’esplosione sugli alberi vicino al centro è stato replicato durante i test nucleari atmosferici negli anni cinquanta / anni sessanta: gli alberi direttamente sotto l’esplosione vengono spogliati quando l’onda di scossa si muove verticalmente verso il basso, mentre gli alberi più lontani vengono abbattuti perché l’onda di esplosione si avvicina all’orizzonte quando li raggiunge.

Esperimenti sovietici eseguiti alla metà degli anni Sessanta, con modelli di foreste e piccole cariche esplosive hanno prodotto modelli a forma di farfalla sorprendentemente simili al modello trovato nel sito di Tunguska.

Cometa: alcuni ricercatori ritengono che la causa dell’evento sia stata una cometa e non una meteora.

Le comete sono in gran parte costituite da ghiaccio e non roccia, come le meteoriti e questo spiegherebbe l’assenza di frammenti di roccia e anche l’assenza di un cratere. Il ghiaccio avrebbe iniziato ad evaporare all’ingresso in atmosfera e, quello residuato al tuffo in atmosfera avrebbe sublimato in seguito all’impatto con il suolo.

Nel 1930, l’astronomo inglese FJW Whipple suggerì che il corpo di Tunguska fosse una piccola cometa. L’ipotesi è stata ulteriormente supportata dai cieli incandescenti osservati per diverse sere dopo l’impatto, spiegato con la polvere e il ghiaccio che erano stati dispersi dalla coda della cometa attraverso l’atmosfera.

Nel 1978, l’astronoma slovacca Ľubor Kresák suggerì anche che si sarebbe potuto trattare di un frammento della cometa Encke.

Nel 1983, l’astronomo Zdeněk Sekanina pubblicò un documento di critica all’ipotesi della cometa, sottolineando che quest’ultima avrebbe dovuto disintegrarsi nell’atmosfera superiore, mentre l’oggetto di Tunguska, apparentemente, è arrivato quasi intatto nell’atmosfera inferiore. Sekanina sosteneva che le prove indicavano invece un asteroide. Secondo un suo studio, con una probabilità dell’83%, l’oggetto si doveva muovere su un percorso asteroidale, piuttosto che su quello cometario (probabilità del 17%).

Le teorie più bizzarre sull’evento di Tunguska

Sull’evento di Tunguska si sono accavallate negli anni moltissime teorie, alcune speculative, altre basate sul nulla, altre ancora sollevate dagli ufologi e dai complottisti. Vediamone alcune:

Antimateria: L’ esplosione di Tunguska è stata presumibilmente causata dall’annichilazione, processo fisico che si verifica quando una particella subatomica collide con la sua rispettiva antiparticella della carica opposta, producendo immense quantità di energia. Secondo questa teoria, suggerita da Lincoln LaPaz, l’evento di Tunguska è stato probabilmente causato dall’annientamento di un pezzo di antimateria che si abbattè sulla Terra in quel punto.

Anche se questa teoria spiega i fenomeni luminosi e perché non sono stati trovati residui di asteroide o cometa nella zona, l’esistenza di grossi pezzi di antimateria vaganti nello spazio viene considerata oggi impossibile. Inoltre, l’annichilazione del presunto pezzo di antimateria probabilmente sarebbe avvenuta negli strati alti dell’atmosfera.

Bomba a idrogeno naturale: gli astronomi D’Alessio e Hermes hanno offerto nel 1989 la teoria secondo cui una cometa contenente un’alta percentuale di deuterio si sarebbe avvicinata alla Terra e, all’ingresso in atmosfera, avrebbe subito una fusione nucleare per poi esplodere come una bomba a idrogeno naturale, liberando enormi energie. Cesar Siroont nel 1990 suggerì una teoria simile: l’esplosione iniziale avrebbe rilasciato un’elevata energia cinetica, scatenando un’esplosione termo-nucleare.

Tempesta geomagnetica: Diverse teorie tentano di collegare l’evento ad una tempesta elettromagnetica simile a quello che si verifica nella stratosfera dopo un’esplosione nucleare. Valerie Boarkov ha sviluppato un modello della palla di fuoco elettromagnetica che, secondo lei, spiega l’esplosione.

La torre di Tesla: lo storico della scienza Oliver Niklson, ha suggerito che l’incidente possa essere stato il risultato di un esperimento di Nikola Tesla, che proprio in quel periodo testava la sua torre. Questa teoria è però poco considerata perché in quel periodo la torre Ordnklif era in gran parte inattiva.

Ufo crash: alcuni ufologi ritengono che l’evento di Tunguska sia stato provocato dall’esplosione di una astronave aliena. Nel 2004, il gruppo “Tunguska Spatial Phenomenon” affermò che sul sito dell’evento furono ritrovati frammenti metallici di composizione aliena. Nel 2009, il dottor Yuri Labowein, presidente del “Tunguska Spatial Phenomenon“, ha ripetuto queste affermazioni e ha affermato che la rivendicazione si basa sui risultati delle lastre di quarzo presenti sul sito con sintomi inusuali, che egli afferma, sono i resti di un pannello di controllo della nave spaziale.

Qualunque sia la causa dell’evento di Tunguska, questo rimarrà misterioso fino a quando non si potrà dimostrare scientificamente una delle ipotesi proposte o se ne potrà presentare una nuova basata su prove concrete.

Al momento la più accreditata resta quella che un piccolo asteroide sia caduto attraverso l’atmosfera ed esploso sui cieli di Tunguska ma, fin quando non avremo una prova inoppugnabile di quanto accaduto, ci saranno sempre mitomani, speculatori, ufologi, complottisti e semplici truffatori pronti ad inventare nuove, suggestive e fantasiose ipotesi, magari per guadagnare qualche soldo con la vendita di libri, per ottenere click sui siti web o solo per acquistare una qualche fama.

Superflares: la necessità di saperne di più

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Fu nel 2000 che gli astronomi presentarono raccolte di dati che provavano l’osservazione di “superflares” su stelle lontane, ampi di esplosioni solari molte migliaia di volte più potenti e cariche di energia dei tipici brillamenti solari.

Come i ricercatori osservarono negli studi successivi, queste intense eruzioni sono più comuni nelle stelle giovani a rotazione rapida e su stelle che presentano alti livelli di attività magnetica. C’è un discreto consenso sul fatto che il nostro Sole, una stella ormai di mezza età, non dovrebbe presentare manifestazioni così violente.

Pensavamo che stelle  a rotazione lenta come il nostro Sole non abbiano eventi di alta attività magnetica come i superflares“, spiega Yuta Notsu dell’Università del Colorado, il quale, però, ritiene che questa convinzione sul Sole sia errata.

Dopo una nuova analisi degli eventi superflare osservati dal telescopio spaziale Kepler, i ricercatori riferiscono che anche stelle simili al Sole possono produrre superflares, anche se molto meno frequentemente rispetto a stelle più giovani e più magneticamente attive.

Il nostro studio dimostra che i superflares sono eventi rari“, afferma Notsu. “Ma c’è qualche possibilità che potremmo vivere un evento del genere nei prossimi 100 anni o giù di lì.”

Prima di oggi, gli scienziati hanno già osservato stelle della sequenza principale di tipo G, stelle come il Sole, quindi, produrre superflares, ma ancora non è chiaro come si scatenino questi eventi ad alta energia, in parte a causa della mancanza di analisi.

Per capire qualcosa di più, il team di Notsu ha eseguito nuove osservazioni spettroscopiche con i dati di Kepler, utilizzando anche i dati della sonda Gaia dell’Agenzia Spaziale Europea e dell’Osservatorio di Apache Point nel Nuovo Messico.

In tutto, hanno individuato di 43 stelle simili al Sole che avevano prodotto superflares in passato – e l’analisi statistica ha offerto informazioni più chiare sulle caratteristiche di queste esplosioni energetiche. in definitiva i ricercatori sostengono di necessitare di molti più dati per capire quanto sia probabile che il nostro Sole produca un superflare.

Abbiamo bisogno di più studi per chiarire le proprietà delle stelle simili al Sole che generano superflare, il tutto allo scopo di rispondere alla domanda più importante: ‘Può il nostro sole avere superflares?’” Scrive Notsu.

“Il numero di stelle simili al Sole che hanno generato superflares finora osservate è molto piccolo e le attuali informazioni non sono sufficienti per costruire una statistica.”

Comunque sia, Notsu sostiene che dobbiamo imparare il più possibile sui superflares. Sembra ormai chiaro che i superflares siano un fenomeno abbastanza comune nelle stelle giovani, sembra però che anche stelle simili al Sole possano generare, sebbene di più raramente, questo potente e potenzialmente pericoloso fenomeno stellare.

Le stelle giovani emettono superflares una volta ogni settimana o giù di lì,“, dice Notsu. “Per una stelle dell’età del Sole la media sembra essere di una volta ogni qualche migliaio di anni“.

Questa informazione è tutto ciò che abbiamo per ora, ma è imperativo che cerchiamo di affinare la nostra conoscenza del fenomeno, non solo sulla probabilità che il Sole emetta un superflare, ma anche su cosa potrebbe accadere se dovesse accadere.

Le ricerche esistenti suggeriscono che un brillamento solare abbastanza potente potrebbe spazzare via tutti i sistemi di comunicazione e la tecnologia elettronica, causando potenzialmente migliaia di miliardi di danni in tutto il mondo e innescando ogni genere di strane e imprevedibili catastrofi.

Valutazioni più accurate degli effetti dei superflares devono essere fatte al più presto“, ha spiegato Notsu ad astronomia.com.

Lo studio è stato pubblicato su The Astrophysical Journal.