venerdì, Aprile 4, 2025
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La NASA ha appena testato con successo veicoli spaziali azionati dall’acqua gestiti dall’IA – video

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La NASA ha testato in orbita due piccoli cubesat azionati ad acqua.

I due piccoli satelliti, delle dimensioni di 10x10x10 cm, hanno comunicato tra loro da una distanza di circa nove chilometri e si sono avvicinati mentre uno controllava l’altro, secondo un rigido protocollo pianificato da terra.

Il fatto particolarmente interessante di questa missione di prova sta nel particolare sistema di propulsione che i due cubesat hanno utilizzato: acqua.

Tutto questo è parte del Programma spaziale per piccoli veicoli della NASA (SSTP.) In pratica la NASA sta cercando di sviluppare piccoli veicoli spaziali utili per l’esplorazione dello spazio, la scienza, le operazioni spaziali e le attività aeronautiche.

I due satelliti hanno stabilito un contatto radio tra loro e il capo missione ha ordinato all’altro di avvicinarsi utilizzando il suo propulsore ad acqua (il sistema trasforma l’acqua in vapore che viene sparato fuori attraverso un ugello per spingere il veicolo spaziale).

Con questo sistema, la NASA sta cercando di sviluppare piccoli veicoli spaziali che possono svolgere operazioni in modo autonomo. in pratica, dal comando missione verrebbe solo avviata la sequenza, lasciando la gestione dell’operazione ad un sistema autonomo dei CubeSats.

Dimostrazioni come questa aiuteranno a far progredire le tecnologie che consentiranno un uso più ampio e più esteso di piccoli veicoli spaziali dentro e fuori l’orbita terrestre“, ha dichiarato Roger Hunter, responsabile del programma per la tecnologia dei veicoli spaziali piccoli, in un breve comunicato stampa.

Questo esperimento è stato progettato con tutta una serie di protezioni. Vi erano rigide limitazioni sui tipi di istruzioni che un veicolo spaziale poteva inviare all’altro.

Il punto dell’esperimento era mostrare che un operatore umano poteva iniziare una sequenza, quindi il veicolo spaziale avrebbe curato i dettagli. Il veicolo spaziale “boss” poteva, però, emettere solo istruzioni autorizzate e pre-pianificate.

Il team OCSD è molto lieto di continuare a dimostrare nuove capacità tecniche come parte di questa missione estesa, oltre 1,5 anni dopo lo spiegamento“, ha affermato Darren Rowen, direttore del dipartimento dei piccoli satelliti di The Aerospace Corporation. “È emozionante pensare alle possibilità offerte rispetto allo spazio profondo, organizzando autonomamente sciami di piccoli veicoli spaziali“.

Sembra chiaro che la futura esplorazione dello spazio e dei corpi planetari sarà arricchita da veicoli più autonomi. In questo momento, MSL Curiosity della NASA è il principale veicolo di esplorazione spaziale in attività.

Ma funziona con istruzioni dettagliate inviate di volta in volta dalla Terra. È un modello che ha servito bene le nostre esigenze di esplorazione. In futuro, però, le cose cambieranno. Una piattaforma come Curiosity potrebbe essere più una nave madre l’esplorazione. Immagina uno sciame di droni collegati con una piattaforma scientifica che ne costituisce la base. I droni ricevono istruzioni su cosa esplorare e si organizzano secondo istruzioni e algoritmi pre-autorizzati che li aiutano a raggiungere i loro obiettivi.

Insomma, l’IA è sempre più centrale nello sviluppo dei veicoli per l’esplorazione spaziale. Questa è la visione, ma la recente missione di test è stata solo un piccolo passo.

Questa missione fa parte della missione OCSD (Optical Communications and Sensor Demonstration) della NASA. Un giorno ci saranno sciami di piccoli veicoli, volanti e di terra, che esploreranno le superfici di nuovi mondi e lune.

La prima missione OCSD fu lanciata nel 2015. Era una missione di riduzione del rischio progettata per calibrare e mettere a punto questi due veicoli spaziali, i veicoli spaziali OCSD-B e OCSD-C.

Tutti fanno parte del programma NASA Small Spacecraft Technology gestito dalla direzione di missione della tecnologia spaziale dell’agenzia. Lo SSTP è gestito dall‘Ames Research Center della NASA nella Silicon Valley, in California.

Fonte: Universe Today.

“Mad” Mike Hughes – temerario “terrapiattista”, oggi il suo nuovo volo

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Proprio oggi, 11 agosto 2019, “Mad” Mike Hughes tenterà di stabilire un nuovo record
e il tentativo sarà filmato da Science Channel per l’imminente nuova serie “Homemade Astronauts“.

Nel marzo 2018, dopo diversi fallimenti, Hughes si lanciò con successo a bordo del suo razzo, arrivò a 572 metri di altezza e sopravvisse al volo, atterrando grazie al suo paracadute. Nel tentativo di lancio, odierno Hughes punterà a un’altezza ancora maggiore: 1.500 m.

Hughes decollerà a bordo di una versione rinnovata e migliorata del suo razzo a vapore, economico e relativamente semplice. “Non ci sono costi il carburante è acqua“, ha affermato “Mad” Mike Hughes.

Hughes decollerà da una piattaforma mobile, un altro aspetto unico di questa configurazione di lancio realizzata in casa. Nel 2018, si lancò dal retro di un camper che aveva comprato su un sito on line. Il decollo di oggi avverrà grazie ai finanziamenti di hud, un’app di appuntamenti casuali.

Quando organizzò il lancio del 2018 i media raccontarono che Hughes si preparava a dimostrare che la Terra in realtà è piatta.

Hughes in un’intervista su AP News dichiarò prima del lancio: “Non credo nella scienza … Non c’è differenza tra scienza e fantascienza“.
In seguito, però, Hughes ha smentito alcune dichiarazioni in un’intervista con Space.com.

Anche se crede che la Terra sia piatta e crede a molte altre teorie della cospirazione, queste convinzioni sono irrilevanti per la sua carriera di costruttore dilettante di razzi, affermando di credere alla Terra piatta ma che ciò non ha nessuna attinenza con le sue sperimentazioni con i razzi a vapore, essendo lui un temerario.

Hughes punta sul lancio di domenica che sarà, a suo dire, il primo passo prima di raggiungere la linea Karman, il confine che indica l’inizio dello spazio.

Anche se il lancio avrà successo, sarà ancora molto lontano dai 100 chilometri che Hughes dovrà raggiungere per entrare nello spazio circumterrestre e coronare il suo sogno.
Per superare la linea Karman, Hughes e il suo amico Waldo Stakes (che ha letteralmente messo insieme parti di un aereo militare missilistico sperimentale, una navicella spaziale della Nasa per creare il Sonic Wind Land Speed Record Vehicle) stanno sviluppando un “rock-oon”, che è in parte un razzo e in parte un pallone.

In sostanza, un pallone aerostatico porterebbe il razzo, con Hughes a bordo in quota, dove sarà poi acceso il motore del razzo, alimentato con perossido di idrogeno, per percorrere il resto della tragitto fino a superare il limite di Karman.

Stakes aiuta Hughes a progettare questi razzi, che in seguito costruisce. Essi sperano che il loro “rock-oon” sia completato e pronto per il lancio da 18 mesi a due anni dopo aver finito di raccogliere fondi per circa 2,8 milioni di dollari necessari alla costruzione.

Fonte: Space.com 
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L’Intelligenza Artificiale per capire gli strano segnali spaziali chiamati Fast Radio Burst

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Raffiche di onde radio brevissime continuano a giungere dallo spazio profondo colpendo le sensibilissime orecchie dei nostri radiotelescopi, riempiendo i rivelatori di dati confusi. Gli astronomi stanno cercando le origini per capire cosa li sta inviando dallo spazio da miliardi di anni luce di distanza utilizzando un nuovo approccio: l’Intelligenza Artificiale.

Queste raffiche di onde radio sono potenti, puntiformi, a banda larga (cioè coprono una vasta gamma di frequenze radio), arrivano a vampate di pochi millisecondi da parti del cielo al di fuori della Via Lattea.

A differenza di quello molte sorgenti radio naturali che conosciamo, un Fast Radio Burst viene rilevato per un brevissimo periodo di tempo con forza sufficiente da distinguersi dal rumore di fondo. La raffica, di solito, appare come un unico picco di energia senza alcun cambiamento nella sua forza nel corso del tempo. Le raffiche arrivano da ogni parte del cielo, e non sono concentrate sul piano della Via Lattea. Questo non è il tipo di segnale che che ci aspetteremmo da una semplice esplosione o qualsiasi altro evento noto che diffonde picchi di energia elettromagnetica nel cosmo.

Questi strani segnali vengono chiamati in gergo tecnico FRBs o raffiche radio veloci. Le emissioni sono energicamente comparabili alla produzione totale del nostro sole nell’arco di circa un secolo. Vennero scoperti nel 2007, studiando i dati registrati nel 2001 da Duncan Lorimer e il suo allievo David Narkevic mentre erano alla ricerca attraverso i dati d’archivio di pulsar e, per questo, sono comunemente indicati come segnali Lorimer Burst.

Da allora è stato compiuto un approfondito e continuo studio per individuare la loro origine.
Ma gli FRB arrivano in momenti casuali, la tecnologia oggi a nostra disposizione e i metodi di osservazione non sono ben preparati per individuare questi segnali. Gli astronomi hanno dato una serie di possibili spiegazioni per queste raffiche radio, dalla fusione di stelle di neutroni fino ad arrivare a tentare di spiegare i segnali con la presenza di civiltà extraterrestri estremamente avanzate.

In un articolo pubblicato il 4 luglio scorso sulla rivista Monthly advices of Royal Astronomical Society, un gruppo di astronomi ha affermato di aver rilevato cinque FRB in tempo reale utilizzando un singolo radiotelescopio.

Wael Farah, un “doctoral student” presso la Swinburne University of Technology di Melbourne, in Australia, ha sviluppato un sistema di apprendimento automatico che ha riconosciuto le firme degli FRB al loro arrivo al radiotelescopio di Molonglo dell’Università di Sydney, vicino a Canberra. Il sistema di apprendimento automatico ideato da Farah ha “insegnato” al radiotelescopio Molonglo a individuare FRB e passare alla sua modalità di registrazione più dettagliata, producendo le migliori registrazioni di FRB di sempre.

Sulla base dei loro dati, i ricercatori hanno dedotto che tra i 59 e i 157 FRB, teoricamente rilevabili, “esplodono” sui nostri cieli ogni giorno . Gli scienziati hanno anche utilizzato i rilevamenti immediati per cercare i chiarori correlati nei dati provenienti dai raggi X, dai telescopi ottici e da altri radiotelescopi, nella speranza di trovare un evento visibile collegato agli FRB, ma per ora non hanno avuto fortuna.

La loro ricerca ha dimostrato, tuttavia, che uno dei tratti più peculiari degli FRB sembra essere reale: i segnali, una volta arrivati, non si ripetono mai. Ognuno sembra essere un evento singolare nello spazio che non accadrà mai più.

Fonte: Space.com

Assassini di dinosauri

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L’evento è oggi chiamato confine K-Pg, o confine Cretaceo-Paleogene, un indicatore tra un’era in cui i dinosauri popolavano la Terra e un mondo più simile a quello odierno.

Possiamo conoscere la storia della Terra studiando questo periodo di tempo migliorando le nostre conoscenze grazie allo studio di strati di roccia sempre più profondi che portano ciascuno un’impronta degli eventi che si sono verificati quando quelle rocce erano una volta in superficie.

Il sottile strato di roccia al confine K-Pg segna la fine dell’era mesozoica e, insieme ad essa, la fine della maggior parte delle specie mesozoiche, compresi di tutti i dinosauri non volanti. E proprio grazie allo studio di questi strati e all’utilizzo di nuove tecnologie quest’anno, due risultati entusiasmanti hanno suggerito due possibili cause del brusco cambiamento climatico al confine K-Pg: attività vulcanica e asteroidi.

Un impatto con un asteroide abbastanza grande, avrebbe potuto causare una devastazione rapida e completa. La grande nuvola di polvere sollevata dall’impatto sarebbe stata abbastanza spessa da avvolgere il pianeta e bloccare la luce solare che avrebbe causato la fine della catena alimentare.
A suggerire che l’estinzione dei dinosauri sia stata causata da un grande asteroide quattro prove principali:
La prima, un enorme cratere che si ritiene abbia segnato l’impatto dell’asteroide, noto come “cratere Chicxulub” , è stato trovato sepolto sotto terra nella penisola dello Yucatan in Messico. Un asteroide abbastanza grande da formare il cratere sarebbe stato largo da ~ 7 a 50 miglia e risalirebbe esattamente al periodo dell’estinzione dei dinosauri.

  • La seconda, la sabbia che ha avuto origine nell’oceano si trova depositata intorno al cratere Chicxulub, e ciò è coerente con uno tsunami gigante, che sarebbe stato innescato da un impatto, trascinando la sabbia nell’entroterra.

  • La terza, elementi come l’iridio che sono rari qui sulla Terra ma più comuni negli asteroidi, si trovano depositati in strati di roccia che risalgono all’ultimo periodo in cui i dinosauri popolavano sulla Terra.

  • La quarta, ci si aspetta che impatti enormi possano creare cristalli di quarzo a causa dell’intensa pressione, e frammenti di tali cristalli si trovano incorporati in strati di roccia risalenti a circa 65,5 milioni di anni fa, che corrispondono alla data del confine K-Pg e quanto misurato nell cratere Chicxulub.

Ad aggiungersi all’asteroide, una pubblicazione apparsa in the Proceedings of the National Academy of Sciences che afferma di aver trovato gran parte di queste prove e altro ancora tutte insieme in un sito che viene chiamato fotografia istantanea del “giorno i dinosauri sono morti”.

Di cosa si tratta e cos’ha di importante questa nuova prova? Il fatto che si sia trovato in un sito chiamato Tanis, che si trova nel nord Dakota, un intero ecosistema e non solo qualche resto come accaduto in altri siti.
Il sito si trova in una affioramento di strati rocciosi antichi, noti come Hell Creek Formation, per lo più dal periodo Cretaceo superiore, periodo in cui i dinosauri vivevano in quel posto i loro ultimi giorni.

I paleontologi hanno rinvenuto nel sito detriti da impatto e cristalli di quarzo. Hanno rinvenuto anche “tektiti”, costituiti principalmente da silicati delle dimensioni di pochi centimetri che gli scienziati ritengono si siano formati in conseguenza di un impatto meteorico sulla superficie terrestre. È interessante notare che le tektiti nel sito di Tanis formano uno strato più spesso di quanto sia stato osservato in altri siti, suggerendo che l’acqua sulla superficie del sito potrebbe essere stata spostata avanti e indietro per distribuirli.

Il sito funge anche da tomba per un nutrito banco di pesci gettati a terra dopo l’impatto e che presentano branchie piene di detriti. Nel sito sono presenti i resti di altre creature marine che, secondo gli autori, potrebbero essere la prova che un mare interno è stato improvvisamente costretto a monte al momento dell’impatto, sgorgando sulle rive del Tanis e combinando le creature del mare e del fiume in un’unica zona.

Il principale autore dello studio, il Dr. Robert DePalma, PhD student all’Università del Kansas e curatore del Museo di Storia Naturale di Palm Beach, suggerisce che c’è abbastanza da studiare sul sito per i prossimi decenni.
Nonostante l’entusiasmo, alcuni scienziati si mantengono scettici sulle conclusioni che si potrebbero trarre dal sito di tanis. Ad esempio, un articolo sul National Geographic evidenzia l’eccitante potenziale delle scoperte, ma sottolinea anche l’insolita sequenza temporale di un articolo su The New Yorker che è stato pubblicato prima dell’articolo della rivista e ha fatto più affermazioni rispetto al peer-reviewed.

Vulcani nell’India antica

Si è sempre pensato che la fine dei dinosauri sia avvenuta a causa di un grande asteroide ma, durante gli anni 80, alcuni scienziati erano arrivati a una conclusione leggermente diversa, l’asteroide non aveva agito da solo e la fine dei grandi rettili era stata decretata anche da antichi vulcani indiani.

Questa,, almeno è la risposta che all’inizio del 2019 hanno dato due nuovi studi pubblicati sulla rivista Science. I vulcani conosciuti come le trappi del Deccan erano molto più grandi dei vulcani odierni ed eruttarono per circa 1 milione di anni, spargendo oltre 135.000 miglia cubiche di lava, in un periodo di tempo a cavallo tra i tempi dell’evento che ha creato il cratere Chicxulub, stima temporale che concorda in tutti e due le pubblicazioni.

I due team però divergono sui dettagli della tempistica degli avvenimenti.

Un gruppo ha riportato più attività eruttiva dai vulcani nei circa 100.000 anni prima del sospetto impatto dell’asteroide che avrebbe messo un’ipoteca sugli ecosistemi appena in tempo per renderli estremamente vulnerabili al momento dell’arrivo dell’asteroide.

L’altro studio, tuttavia, ha scoperto che le eruzioni furono ancora maggiori in seguito, con il 75% della lava eruttata dopo l’impatto. In quello scenario, i vulcani non sarebbero stati un fattore così importante nel porre fine al regno dei dinosauri. Invece, l’impatto potrebbe aver causato alcune delle lunghe eruzioni.

Questo può sembrare un disaccordo piuttosto marcato, ma i due team concordano su un fatto importante: la tempistica dei vulcani di Deccan Traps è quasi coincidente con l’evento dell’impatto sospettato di aver causato l’estinzione dei dinosauri. Quindi, in entrambi i casi, i vulcani hanno altro da dirci sul perché i dinosauri sono scomparsi.

E, sebbene le nostre tecniche di datazione continuino a migliorare, è probabile che l’evento segnato dal limite di K-Pg rimanga una sfida da studiare perché si è verificato in un arco di tempo di giorni.

Fonte: quickanddirtytips.com

La Luna ha materiale fuso ai confini tra il mantello ed il nucleo

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Poco si sa circa la struttura interna della Luna, ma un importante passo in avanti è stato fatto da una scienziata dell’Università del Rhode Island che ha condotto esperimenti che le hanno permesso di determinare la temperatura al limite del nucleo e del mantello della Luna.

Secondo quanto rilevato, la temperatura era compresa tra 1.300 e 1.470 gradi Celsius, un valore che rientra nella fascia alta di un intervallo di 800 gradi che precedentemente gli scienziati avevano determinato.

Per capire la struttura interna della Luna oggi, dovevamo inchiodare meglio lo stato termico“, ha detto Ananya Mallik, assistente professore di geoscienze dell’URI che si è unito alla facoltà dell’Università nel dicembre 2018. “Ora abbiamo determinato i valori su due punti, il confine nucleo-mantello e la temperatura superficiale misurata da Apollo, e ciò ci aiuterà a creare un profilo termico interno della Luna. Abbiamo bisogno di quel profilo di temperatura per determinare lo stato interno, la struttura e la composizione della Luna“.

La temperatura superficiale della Luna è di circa -20 C.

Secondo Mallik, la Luna ha un nucleo di ferro, come quello della Terra, e una precedente ricerca che utilizzava dati sismici determinato che tra il 5 e il 30 percento del materiale al confine tra nucleo e mantello era in uno stato liquido o fuso.

La grande domanda è: perché dovremmo avere del materiale fuso nella Luna a quella profondità?“, ha detto Mallik.

Per iniziare a rispondere a questa domanda, Mallik ha condotto una serie di esperimenti nel 2016 presso l’Istituto di ricerca bavarese di geochimica e geofisica sperimentale in Germania utilizzando un dispositivo a incudine multipla che può esercitare le alte pressioni che si trovano nelle profondità della Luna. Ha preparato un piccolo campione di materiale simile a quello trovato sulla Luna, lo ha schiacciato nel dispositivo a 45.000 volte la pressione atmosferica della Terra, che è la pressione che si ritiene esista al limite del mantello centrale della Luna, e ha usato un riscaldatore di grafite per alzare la temperatura del campione fino a quando non si è parzialmente sciolto.

L’obiettivo era determinare quale intervallo di temperatura avrebbe prodotto una fusione dal 5 al 30 percento, il che ci avrebbe detto l’intervallo di temperature del limite del nucleo-mantello“, ha spiegato.

Ora che l’intervallo di temperatura al confine è stato ridotto, gli scienziati possono iniziare a sviluppare un profilo di temperatura della Luna più preciso e procedere a determinare un profilo dei minerali che compongono il mantello dalla sua crosta al suo nucleo.

È importante conoscere la composizione della Luna per capire meglio perché si è evoluta così com’è“, ha detto Mallik. “Le storie della Terra e della Luna sono state intrecciate sin dall’inizio. In effetti, entrambi questi corpi celesti sono il prodotto di una grande collisione tra la proto-Terra e un corpo delle dimensioni di circa Marte verificatosi oltre 4,5 miliardi di anni fa. Quindi, per capire meglio la nostra Terra, dobbiamo conoscere il nostro vicino più prossimo perché abbiamo avuto un inizio comune”.

La Terra è complicata“, ha continuato. “Qualsiasi somiglianza nella composizione tra Terra e Luna può darci un’idea di come si sono formati questi due corpi planetari, quali sono stati i principi energetici della collisione e come si sono suddivisi nei due corpi celesti“.

Il geoscienziato dell’URI ha osservato che la Terra si è evoluta attraverso il processo della tettonica delle placche, che è responsabile della distribuzione dei continenti, della topografia della superficie terrestre, della regolazione del clima a lungo termine e forse anche dell’origine della vita. Ma non ci sono prove di tettonica delle placche sulla Luna.

Tutto sulla Terra accade a causa della tettonica delle placche“, ha detto. “Cosa ci dice questo sul nostro pianeta quando la Luna non sperimenta questo processo? È lo stessa ragione per cui studiamo Marte e Venere. Sono i nostri vicini in qualche modo abbiamo avuto tutti un inizio comune, ma perché sono così diversi dal nostro pianeta?

I prossimi passi della ricerca di Mallik riguarderanno la determinazione sperimentale della densità del materiale fuso al confine tra nucleo e mantello, che perfezionerà ulteriormente l’intervallo di temperatura. In collaborazione con Heidi Fuqua Haviland del Marshall Space Flight Center della NASA e Paul Bremner presso l’Università della Florida, combinerà questi risultati con metodi computazionali per ricavare il profilo di temperatura e la composizione degli interni della Luna.

La ricerca di Mallik è stata pubblicata sulla rivista Geochimica et Cosmochimica.

Pubblicazione: Ananya Mallik, et al., “Uno studio petrologico sull’effetto del ribaltamento del mantello: implicazioni per l’evoluzione dell’interno lunare”, Geochimica et Cosmochimica, 2019; doi: 10.1016 / j.gca.2019.02.014

Come stiamo cercando le intelligenze extraterrestri (ammesso esistano)?

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Passando da pochi flebili segnali radio a gigantesche astronavi aliene che attaccano la Terra, la fantascienza è piena di alieni che entrano in contatto con l’umanità. Mentre alcune rappresentazioni di questi esseri alieni sono grottesche, esagerate, inverosimili, assurde, sappiamo che molti esobiologi, e non solo, hanno studiato come una civiltà extraterrestre potrebbe entrare in contatto con noi.

Mega strutture aliene

Ma come dovrebbero essere, ad esempio, le strutture che la vita intelligente extraterrestre dovrebbe lasciare? Grandi o piccole che siano queste strutture per alcuni studiosi dovrebbero essere in grado di indicare a distanze cosmiche la loro esistenza, insomma come un immenso cartello con scritto “noi siamo qui”.

Con la speranza di trovare qualche megastruttura extraterrestre “artificiale gli scienziati hanno di recente tenuto sotto osservazione la stella KIC 8462852, che si è oscurata e illuminata misteriosamente e improvvisamente negli ultimi anni. Questo misterioso oscuramento è stato da alcuni interpretato come la presenza di una qualche struttura artificiale che occasionalmente blocca la luce della sua stella. Forse è cosi ma esistono anche altre spiegazioni, come la presenza di nubi di polvere, gruppi di esopianeti in transito o sciami di comete.

Impulsi laser

Se le civiltà extraterrestri esistono, forse hanno scoperto il laser e ne usano gli impulsi per entrare in contatto con noi, perché, in teoria, i laser potrebbero inviare segnali o messaggi su lunghe distanze. Per cercare di captare questi impulsi laser, i ricercatori si sono concentrati su bagliori di luce estremamente luminosi, che potrebbero essere causati con meno probabilità da fonti naturali. Nonostante i tentativi, per ora non è stato raccolto nessun segnale, anche perché gli alieni che tentassero di contattarci con segnali del genere lo dovrebbero fare sapendo della nostra esistenza, perché il laser va necessariamente puntato sul bersaglio.

Onde radio

L’idea delle onde radio fu proposta da Philip Morrison e Giuseppe Cocconi in un articolo pubblicato del 1959 sulla rivista Nature. I due fisici sostenevano che gli scienziati dovrebbero setacciare le onde radio per ricercare segnali prodotto da vita intelligente extraterrestre.

Le onde radio viaggiano abbastanza indisturbate nello spazio e non vengono assorbite o riemesse dagli oggetti celesti e secondo i due scienziati un ipotetico messaggio viaggerebbe indisturbato per molto tempo coprendo lunghe distanze, era, ed è, logico pensare che extraterrestri evoluti tecnologicamente almeno al nostro livello dovrebbero aver scoperto e fatto uso delle onde radio. Questo metodo è ancora utilizzato ma ad esso si cercano altre alternative.

Forse non tutti gli alieni (se esistono) sono dell’idea che sia sensato contattare altre civiltà, forse alcuni non lo fanno per qualche valida ragione e cercano di emettere onde radio il meno possibile, ma secondo Freeman Dyson, anche gli alieni che evitano di comunicare potrebbero sviluppare una tecnologia per sottrarre energia dalla loro stella costruendo un oggetto orbitante che la inglobi, noto come sfera di Dyson.

Un oggetto del genere oscurerebbe la stella una volta completato perché ne bloccherebbe il 100% della luce, al suo posto potremo scoprire una traccia infrarossa. Molti astronomi sono al lavoro in questo senso e sia l’Allen Telescope Array che il telescopio spaziale WISE ( Wide Sur Field Infrared Survey Explorer ) stanno setacciando i cieli per trovare tali tracce infrarosse, aspettiamo fiduciosi.

Spostare le stelle

La ricerca di segni di civiltà extraterrestri evolute ha preso diverse strade, alcuni hanno addirittura pensato che civiltà molto più evolute della nostra possano addirittura spostare gruppi di stelle costruendo allineamenti che attirino altre civiltà. Tesi molto azzardata, se esistessero alieni così potenti avrebbero la capacità di viaggiare nel cosmo senza troppi problemi invece di costruire immensi cartelloni pubblicitari interstellari.

Altre civiltà aliene potrebbero sfruttare l’energia di una stella per mandare messaggi. Per esempio, se gli alieni potessero far girare piccole stelle estremamente dense chiamate stelle di neutroni nel modo giusto, potrebbero far sì che queste stelle emettessero luce come una sorta di faro lampeggiante, mandando segnali come un immenso faro interstellare. Possibile? Sono tecnologie fantascientifiche che non sappiamo come realizzare. A onor del vero, le prime stelle di neutroni scoperte hanno fatto pensare a segnali interstellari ad opera degli alieni. Questa scoperta ha fatto guadagnare all’astronomo Antony Hewish il premio Nobel per la fisica, il suo studente laureato Jocelyn Bell Burnell, che per primo scoprì una stella simile stella, è stato promosso per l’alto onore.

Li troveremo o ci troveranno?

Non sappiamo se gli alieni manderebbero messaggi verso di noi per caso o volutamente, l’universo è molto vasto, ha un diametro di circa 91 miliardi di anni luce e le civiltà potrebbero essere molto lontane da noi, potrebbero essere già estinte o troppo primitive per comunicare.

Ma proviamo a guardare più vicino a noi, cerchiamo stelle vicine che, se abitate, vedrebbero la Terra passare davanti al Sole e queste stelle pur poche rispetto alle stelle della nostra galassia ci sono.

In uno studio pubblicato nel febbraio 2016 nella rivista di preprint arXiv ha rilevato che ci sono 82 stelle nella zona di transito della Terra, un’area del cielo che ha una linea visuale diretta verso la Terra.
Lungo questa linea, c’è una banda molto piccola – una striscia di meno di un grado da cui gli osservatori extrasolari potrebbero vedere la Terra transitare davanti sole“, ha detto il coautore dello studio René Heller, un astrobiologo del Max Planck Institute for Solar System Ricerca a Göttingen, Germania.

Heller e il suo collega Ralph Pudritz della McMaster University di Hamilton, in Canada, hanno predetto che potrebbero esserci fino a 100.000 stelle in questa zona del cielo, alcune delle quali potrebbero avere pianeti che ospitano civiltà tecnologiche.

Un vantaggio di questo approccio è che la piccola fetta del cielo è relativamente facile da cercare. “Potresti semplicemente scremare o scansionare l’intera zona di transito terrestre nel giro di forse qualche decina di notti circa, a seconda di quanto sia grande il campo visivo del tuo radiotelescopio“, ha detto Heller a Live Science. Se questi esopianeti nascosti ospitano la vita, sarebbero a poche centinaia di anni luce di distanza al massimo.

Fonte: Livescience

Una stella vecchia quasi quanto l’Universo

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Gli astronomi hano individuato nella via Lattea un’altra stella antichissima. A circa 35.000 anni luce di distanza da noi, una gigante rossa di nome SMSS J160540.18-144323.1 che risulta avere i livelli di ferro più bassi di qualsiasi stella mai analizzata nella galassia.

Ciò significa che è una delle stelle più antiche dell’Universo, probabilmente appartenente alla seconda generazione di stelle dopo la nascita dell’Universo 13,7 miliardi di anni fa.

Questa stella incredibilmente anemica, che probabilmente si è formata a poche centinaia di milioni di anni dopo il Big Bang, ha livelli di ferro 1,5 milioni di volte inferiori a quello del Sole“, ha spiegato l’astronomo Thomas Nordlander dell’ARC Center of Excellence per All Sky Astrophysics in 3D e Australian National University.

È come una goccia d’acqua in una piscina olimpionica“.

Ed è così che possiamo dire quanti anni ha la stella, perché l’Universo all’inizio non aveva affatto metalli. Le prime stelle erano costituite principalmente da idrogeno ed elio e si pensava che fossero molto massicce, molto calde e di breve durata. Queste stelle si chiamano Popolazione III e non le abbiamo mai viste.

Le stelle sono “alimentate” dalla fusione nucleare, attraverso la quale i nuclei atomici di elementi più leggeri vengono combinati per creare quelli più pesanti. Nelle stelle più piccole, questa è principalmente la fusione dell’idrogeno nell’elio. Ma nelle stelle più grandi – come si pensa che siano state le stelle della Popolazione III – si possono forgiare elementi fino al silicio e al ferro inclusi.

Quando tali stelle finiscono la loro vita in spettacolari esplosioni di supernova, proiettano quegli elementi nell’Universo. Man mano che si formano nuove stelle, gli elementi rimangono intrappolati in esse – e quindi, il contenuto in metallo di una stella è un indicatore affidabile di quando si è formata.

Ad esempio, sappiamo che il Sole si è formato parecchie generazioni, forse 100, dopo il Big Bang, basandoci sul contenuto in metalli della nostra stella.

Ma abbiamo trovato altre stelle nella Via Lattea che hanno un basso contenuto in metalli, indicando un’origine prossima all’Universo primordiale. Uno di questi oggetti è 2MASS J18082002–5104378 B, il precedente detentore del record per il più basso contenuto di ferro di [Fe/H]=−4,07 ± 0,07 – circa 11.750 volte meno metallico del Sole.

Ma SMSS J160540.18–144323.1 è a [Fe/H]=−6,2 ± 0,2. Come ha detto Nordlander, questo è circa 1,5 milioni di volte meno metallico.

È improbabile che le stelle di Popolazione III siano sopravvissute abbastanza a lungo da consentirci di studiarle. Ma attraverso le stelle che sono seguite, le loro storie possono essere svelate.

I ricercatori ritengono che la stella che ha dato a SMSS J160540.18-144323.1 il suo ferro avesse una massa relativamente bassa per l’Universo primordiale, solo circa 10 volte la massa del Sole. Abbastanza massiccia da produrre una stella di neutroni; e, dopo una supernova relativamente debole, il team crede che sia quello che ha fatto.

Un’esplosione di una supernova può innescare un rapido processo di cattura dei neutroni o r-process. Questa è una serie di reazioni nucleari in cui i nuclei atomici si scontrano con i neutroni per sintetizzare elementi più pesanti del ferro.

Non c’erano prove significative di questi elementi nella stella, il che potrebbe significare che questi elementi sono stati catturati dalla stella di neutroni appena morta. Ma è fuoriuscito abbastanza ferro da essere incorporato nella formazione di SMSS J160540.18-144323.1.

Era probabilmente uno dei primissimi membri di quella seconda generazione di stelle.

E sta morendo. È un gigante rosso, il che significa che la stella è alla fine della sua vita, sta consumando le sue ultime riserve di idrogeno prima di passare alla fusione dell’elio.

Il team ritiene che studiarla più da vicino potrebbe fornire ulteriori informazioni sulle stelle della popolazione III.

La ricerca è stata pubblicata in Monthly Notices of the Royal Astronomical Society.

Perché è così preoccupante che luglio 2019 è stato il mese più caldo di sempre

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Luglio è sempre caldo nell’emisfero settentrionale, ma il mese scorso è stato particolarmente caldo, con un numero di paesi europei che hanno visto la colonnina di mercurio raggiungere nuove vette.

E, complessivamente, la temperatura globale per luglio 2019 è stata la più calda mai registrata, secondo il servizio Copernicus sul cambiamento climatico dell’Unione Europea.

Il record precedente per il mese più caldo nel set di dati di Copernicus era luglio 2016 e il mese scorso lo ha superato, in particolare di 0,04° C. Oltre ai picchi di temperatura di sempre, questo luglio è stato di 0.56° C più caldo della media dei mesi di luglioo dal 1981 al 2010 e 1,2° C sopra i livelli preindustriali.

Tanto per ricordarlo, l’accordo sul clima di Parigi mirava a limitare l’aumento della temperatura globale media a 1,5° C al di sopra dei livelli preindustriali. Se il mese scorso è indicativo, non siamo proprio sulla buona strada.

Ciò che rende particolarmente preoccupante l’ondata di caldo di luglio è che non è stata associata a un forte evento come El Nino, come fu per il precedente record stabilito a luglio 2016. El Nino è un fenomeno climatico che tende ad alimentare un picco nelle temperature calde, ma quest’anno il fenomeno è stato relativamente debole il mese scorso, il che significa che non è responsabile di questa estate particolarmente afosa.

Oltre a stabilire record in Europa, anche l’Alaska ha temperature record, ad Anchorage per esempio, e ha registrato i minimi dell’estensione di ghiaccio marino nel mare di Chukchi. Nel frattempo, il mese si è concluso con un’ondata di caldo in Groenlandia che ha portato a un grande evento di fusione della calotta glaciale. E, intanto, enormi incendi stanno incenerendo le foreste della Siberia, aumentando gli effetti del caldo sull’Artico.

La NASA, il NOAA e altre agenzie devono ancora pubblicare le proprie recensioni sulla temperatura media mondiale del mese scorso, ma probabilmente lo faranno nelle prossime settimane.

Un appassionato di astrofotografia ha ripreso l’impatto di un bolide su Giove

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In questi giorni Giove è ben visibile nel cielo notturno ed è quindi un ottimo periodo per osservare il colosso del sistema solare con il telescopio. Ebbene, un astrofotografo ha potuto fare la foto della vita riprendendo quello che sembra essere il lampo di un impatto, provocato da qualcosa che è esploso nella densa atmosfera superiore del pianeta.

Il 7 agosto 2019, alle 4:07 UTC, Ethan Chappel è riuscito ad immortalare il rarissimo episodio sulla sua macchina fotografica.

Immagine di Giove stasera“, ha scritto su Twitter. “Sembra un lampo da impatto nella [cintura equatoriale meridionale]“.

Dopo aver controllato il video e aver visto il flash, la mia mente ha iniziato a correre! Ho sentito con urgenza la necessità di condividerlo con persone che avrebbero trovato utili i risultati“, ha detto Chappel a ScienceAlert.

Sulla striscia marrone della nuvola appena sotto l’equatore, all’estrema sinistra, un punto si illumina visibilmente prima di sbiadire – niente come uno dei normali processi di Giove, come un lampo o un’aurora.

In effetti, non assomigliava affatto a un evento di impatto.

Non ho mai visto nulla di simile prima”, ha detto a ScienceAlert l’astronomo Jonti Horner dell’Università del Queensland meridionale in Australia. “È semplicemente mozzafiato“.

L’impatto di un bolide su Giove non è un evento raro. I bolidi, meteore che esplodono a mezz’aria a causa dell’ingresso atmosferico, sono abbastanza comuni sulla Terra, e il nostro pianeta è certamente un bersaglio molto più piccolo e molto meno gravitazionalmente intenso di Giove.

Inoltre, Giove è circondato da oggetti che può attrarre con la sua gravità: sia comete a breve che a lungo termine, nonché asteroidi dalla cintura posta tra il gigante gassoso e Marte.

In effetti, uno studio del 1998 scoprì che il tasso di grandi impatti su Giove è probabilmente compreso tra 2.000 e 8.000 volte il tasso di impatti sulla Terra. Ma ciò non significa che sia facile vederli; in effetti sono stati pochissimi gli impatti ripresi fino ad oggi.

Molti ricorderanno la cometa Shoemaker-Levy 9 che, nel 1994, si spezzò a causa delle forze di marea di Giove e produsse una serie di impatti. Questi avvennero sul lato opposto del pianeta, ma il telescopio da 2,2 metri nelle Hawaii fotografò le firme del calore di questi siti di impatto mentre orbitavano in vista, e Hubble catturò le macchie scure lasciate sulle nuvole di Giove.

Altri impatti sono stati ripresi nel 2009 e di nuovo nel 2010 ma, nonostante la frequenza stimata, vederli accadere è molto raro.

View image on TwitterView image on Twitter“Si tratta di eventi fugaci, appaiono e scompaiono in pochi secondi”, ha detto Horner a ScienceAlert.

Limitandosi ad osservare attraverso l’oculare del telescopio possono facilmente sfuggire. Molte volte queste cose passeranno inosservate. Inoltre, la metà di questi impatti accade dalla parte opposta del pianeta“.

Il fatto che abbiamo un video in tempo reale dell’evento, e che possiamo vederlo chiaramente illuminarsi e sfumare, è la parte più eccitante“, ha detto. “Significa che possiamo confrontarlo l’impatto con altri bolidi, come la meteora di Chelyabinsk del 2013, per vedere come varia il tempo impiegato da ogni evento per illuminarsi e sfumare“.

Stavo guardando il cielo per vedere le Perseidi quando è successo, quindi non ho visto il flash durante la registrazione“, ha raccontato Chappel a ScienceAlert. “L’ho notato solo in seguito grazie a un ottimo software chiamato DeTeCt di Marc Delcroix, progettato appositamente per trovare questi flash“.

È anche possibile che l’impatto abbia lasciato una cicatrice che può essere studiata da altri strumenti, ad esempio la sonda di Giove JunoI primi rapporti suggeriscono che l’impatto è stato troppo piccolo per produrre una cicatrice, ma potremmo essere fortunati.

Non sappiamo ancora quanto fosse grande l’oggetto, ma dovrebbe essere relativamente grande per produrre un evento visibile dalla Terra.

Per chi volesse tentare la fortuna con la fotografia di Giove, Chappel ha gentilmente fornito un elenco delle sue attrezzature su Twitter.

In ogni caso, un evento indimenticabile per un astronomo dilettante.

Fonte: ScienceAlert

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