venerdì, Aprile 4, 2025
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Individuata una fusione galattica con tre buchi neri supermassicci nel nucleo della galassia risultante

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Delle miriadi di galassie che abbiamo individuato, NGC 6240 si è sempre distinta per la sua forma particolare e la sua insolita luminosità agli infrarossi. Fino ad ora si riteneva che fosse il risultato della collisione di due galassie.

Nel 1983, gli astronomi riportarono le prove della presenza di un doppio nucleo attivo – due buchi neri supermassicci attivi al centro di NGC 6240.

Ora, però, i ricercatori hanno individuato un terzo buco nero supermassiccio.

Questa nuova scoperta suggerisce che non due, ma tre galassie si sono fuse, portando ciascuna il proprio buco nero supermassiccio del nucleo galattico.

Attraverso le nostre osservazioni con una risoluzione spaziale estremamente elevata“, ha spiegato l’astrofisico Wolfram Kollatschny dell’Università di Gottinga in Germania, “siamo stati in grado di dimostrare che il sistema di galassie interagenti NGC 6240 ospita non due – come precedentemente ipotizzato – ma tre buchi neri supermassicci nel suo centro“.

Dal 1983 sono stati condotti numerosi studi su questa galassia, confermando la scoperta di due nuclei galattici attivi nel cuore di NGC 6240, che si trova a 300 milioni di anni luce di distanza.

Tuttavia, poiché i buchi neri supermassicci sono così vicini tra loro, nel luminosissimo centro galattico, il terzo è sfuggito all’osservazione per tutti questi anni.

Kollatschny e il suo team hanno utilizzato lo spettrografo MUSE 3D montato sul Very Large Telescope di otto metri dell’Osservatorio europeo meridionale in Cile per effettuare osservazioni spettroscopiche ad alta risoluzione della galassia.

Queste immagini hanno rivelato tre nuclei al centro di NGC 6240: un componente settentrionale e due meridionali.

Tuttavia, la nuova scoperta non significa che la ricerca precedente fosse sbagliata; le nuove prove suggeriscono che solo due dei buchi neri stanno attivamente accumulando materia mentre il terzo è attualmente inattivo.

Ognuno dei buchi neri supermassicci è grande oltre 90 milioni di volte la massa del Sole (il buco nero supermassiccio della Via Lattea, Sagittario A *, è di 4 milioni di masse solari). Tutti e tre sono bloccati in un’orbita limitata ad un’area di meno di 1 kiloparsec (3.260 anni luce), e si muovono lentamente verso l’interno l’uno verso l’altro. Inoltre, i due buchi neri meridionali sono separati da una distanza di soli 198 parsec (645 anni luce).

tre buchi neri(Kollatschny et al., A&A, 2019)

Tre buchi neri supermassicci, concentrati in così poco spazio, finora non era mai stata scoperta nell’Universo“, ha detto l’astrofisico Peter Weilbacher dell’Istituto di astrofisica di Leibniz Potsdam in Germania.

Il presente caso fornisce la prova di un processo di fusione simultanea di tre galassie con i loro buchi neri centrali.”

All’inizio di quest’anno è stata scoperta un’altra tripla fusione, con tre buchi neri supermassicci coinvolti nel processo di fusione al centro di una galassia chiamata SDSS J084905.51 + 111447.2; ma in quel sistema ogni coppia di buchi neri era separata da circa 10 kiloparsecs.

Il fatto che i buchi neri al centro di NGC 6240 siano così vicini l’uno all’altro significa che NGC 6240 è in una fase successiva della sua fusione, un processo che richiede più di un miliardo di anni. Questo stadio più avanzato significa anche che la galassia è più vicina a quello che è noto come il problema finale de parsec.

Secondo la modellazione teorica i buchi neri di due galassie che si fondono finiscon inesorabilmente per trasferire la loro energia orbitale al gas e alle stelle attorno a loro, e quindi iniziando ad orbitare in una spirale sempre più stretta.

Sappiamo che, alla fine, le coppie di buchi neri di massa stellare si uniranno e formeranno un singolo oggetto.

Con i buchi neri supermassicci, però, c’è un problema teorico.

Mentre la loro orbita si restringe, la regione dello spazio in cui possono trasferire energia si curva sempre di più. Quando sono separati da un parsec (circa 3,2 anni luce), teoricamente questa regione di spazio non è più abbastanza grande da supportare un ulteriore decadimento orbitale, quindi rimangono in un’orbita binaria stabile, potenzialmente per miliardi di anni. Questo equilibrio è noto come “problema finale del parsec”.

Le triple fusioni potrebbero essere una soluzione a questo problema, poiché il terzo buco nero potrebbe fornire il calcio in più di cui questi oggetti hanno bisogno per colmare quel vuoto finale.

Ovviamente, i buchi neri al centro di NGC 6240 non si avvicineranno presto a quel parsec finale, potrebbero volerci un altro miliardo di anni o due, e chissà se l’umanità esisterà ancora per vederlo accadere.

Ma i buchi neri dovrebbero produrre onde gravitazionali. Non siamo ancora in grado di rilevarli, ma studiando sistemi come questi, potremmo essere in grado di capire come rilevarli con strumenti futuri e capire cosa succede quando si arriva a quell’ultimo parsec.

La ricerca è stata pubblicata in Astronomy & Astrophysics.

I koala potrebbero essere “funzionalmente estinti” a causa degli incendi divampati in Australia

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L’Australia, sta vivendo un periodo di forte siccità e incendi da record, che causano la distruzione degli habitat naturali, con conseguente drastica riduzione della popolazione dei koala, che si possono dichiarare “funzionalmente estinti”.

Deborah Tabart, presidente della Australian Koala Foundation, stima che “oltre 1.000 koala siano stati uccisi dagli incendi e l’80% del loro habitat naturale è stato distrutto dalle fiamme”.

Gli esperti, ritengono che, a causa dei recenti incendi boschivi, della prolungata siccità e della deforestazione, i koala siano “funzionalmente estinti”

L’estinzione funzionale, avviene quando una specie arriva a contare un numero di esemplari tali da non poter assumere più un ruolo significativo per l’ecosistema, e di conseguenza a non potersi facilmente riprodurre. Il numero ridotto dei koala potrebbe causare un probabile impoverimento genetico con conseguente suscettibilità alle malattie, mettendo cosi a rischio la loro sopravvivenza.

La deforestazione e gli incendi boschivi sono il motivo della distruzione della principale fonte nutritiva dei koala, l’albero di eucalipto. Il koala adulto può arrivare a consumare, nell’arco della giornata, circa 2 chili di foglie di eucalipto, esso infatti è il suo principale ingrediente nutritivo. Le piante di eucalipto ricresceranno dopo gli incendi, ma non cosi velocemente da poter garantire una fonte di cibo, lasciando cosi i koala sopravvissuti ad immense difficoltà nel reperire risorse di cui cibarsi.

Molte associazioni stanno esortando il governo australiano ad adottare il “Koala Protection Act”, scritto nel 2016 ma mai approvato dopo il “Bald Eagle Protection Act” degli Stati Uniti. Il “Koala Protection Act”, sarebbe riuscito a proteggere gli habitat naturali e gli alberi di eucalipto, fondamentali per la vita dei koala, inoltre li avrebbe tutelati dalla caccia.

I recenti video in cui gli australiani sono intenti nel salvataggio dei koala dalle fiamme sono diventati virali e hanno portato ad un aumento delle donazioni per sostenere le cure degli esemplari feriti.

L’ospedale Koala di Port Macquarie, che si sta adoperando a salvare gli esemplari feriti, ha creato la pagina “Go Fund Me in” per raccogliere donazioni da utilizzare per le cure dei koala. Ad oggi, grazie a 30.000 persone è stato possibile raccogliere $ 1,33 milioni, ben oltre il loro obbiettivo di $ 25.000.

Le donazioni, oltre a fronteggiare le spese sanitarie, saranno utilizzate in parte a posizionare stazioni di abbeveraggio per i koala nelle aree devastate dagli incendi, e a creare il “Koala Ark”, un rifugio per accogliere i koala ustionati, dando loro la possibilità di vivere in un habitat naturale sano e sicuro durante la riabilitazione.

Contattismo: Udo Wartena e gli alieni

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Udo Wartena era un minatore che osservò un oggetto di grandi dimensioni dalla forma discoidale sospeso sopa un prato in una zona isolata. L’oggetto volante era simile a due piatti fondi contrapposti del colore dell’acciaio inossidabile.

Poco dopo Udo vide una scala dispiegarsi dal fondo dell’oggetto volante che si apri.  Dall’apertura sbucò un uomo che gli chiese il permesso di prendere un po d’acqua.

L’uomo, in seguito, invitò Udo  Wartena all’interno dell’oggetto. Wartena accettò e, una volta salito a bordo, incontrò un altro uomo che gli disse che provenivano da un pianeta lontano e avevano 609 anni.

L’incredibile incontro avvenne 7 anni prima del famoso avvistamento di Kenneth Arnold e dei fatti di Roswell, l’UFO crash simbolo dell’ufologia, ma anche quello che può farci capire quanti interessi ci sono nel moderno mondo ufologico.

Udo Wartena era un immigrato olandese che viveva negli Stati Uniti occidentali, e per anni tenne per sé quanto visse nel maggio del 1940 in un mattino di primavera. Solo poco prima della sua morte, avvenuta nel 1989, si confidò con due amici e poi scrisse i dettagli della sua esperienza in modo che non venissero dimenticati.

Questa storia, poco conosciuta nell’ambiente ufologico, ci è ora nota nei particolari grazie al ricercatore australiano Warren Aston. Il caso è simile ai classici raccontati da quelli che si fanno chiamare contattisti, individui che vantavano rapporti amichevoli con esseri extraterrestri.

L’anno è il 1940, la terra è al secondo anno di una terribile guerra, il secondo conflitto mondiale che vede impiegare armi e tecnologie mai viste prima, ma l’uomo è lontano dal conquistare lo spazio, mancano 17 anni allo Sputnik e solo pochi sognano di raggiungere la Luna o vivere nello spazio.

Lo sbarco

Udo una mattina dei primi di maggio 1940, seguiva l’attività mineraria nella foresta vicino alla base di Boulder Mountain, a breve distanza dal Canyon Ferry Lake, vicino alla cittadina di Townsend, a sud-est di Helena, nel Montana.

Udo, era un minatore di 37 anni di origine olandese, lavorava per la Northwest Mining Company. Il mese prima aveva trovato un deposito con tracce di minerali d’oro e cosi decise di iniziare a lavorare nel tempo libero ripulendo un vecchio fossato lungo il fianco della montagna che avrebbe usato per deviare l’acqua necessaria nella miniera. Durante le operazioni di scavo udi un ronzio, ma inizialmente non ci fece caso, poteva essere un aereo che ogni tanto sorvolava l’area dalla base di Great Falls a nord. Dapprima Udo notò poco il suono, ma quando il rumore continuò pensò che un veicolo era salito, quindi si arrampicò su un terreno più alto.

Da lì, vide un grosso oggetto discoidale, alto circa trenta piedi e largo più di un centinaio che si librava poco sopra il prato dove aveva costruito la sua diga. Udo lo descrisse come “due piatti da minestra, uno invertito sull’altro”  e del colore dell’acciaio inossidabile. Inizialmente pensò a un dirigibile ma ben presto notò che dal fondo uscì una figura umana. L’essere inizio a camminare verso di lui.

Udo decise di andargli incontro. Arrivato a una distanza di una decina di passi notò che l’uomo era di bell’aspetto e più o meno della sua stessa età. Indossava una tuta grigio chiara con un cappuccio e portava ai piedi dei mocassini o pantofole. L’uomo gli strinse la mano scusandosi per il disturbo e chiese a Udo se poteva rifornirsi di acqua.

Di lì a poco, Udo fu invitato a salire sull’oggetto volante dallo sconosciuto.

Udo entrò all’interno e nel suo racconto descrive minuziosamente l’interno del velivolo: una stanza ampia, illuminata dal soffitto, dotata di panche e con una porta scorrevole, come ogni astronave che si rispetti. All’interno della stanza Udo descrisse un uomo anziano, con i capelli bianchi. Anche l’uomo più giovane, quello incontrato per primo aveva i capelli bianchi e secondo quanto raccontò Udo avevano circa seicento anni quello più giovane e novecento quello anziano, dei Matusalemme insomma, cosa non rara nei racconti dei contattisti che descrivono esseri simili a noi capaci di vivere per secoli.

Udo chiese come mai gli occorreva l’acqua del ruscello, perché non prenderla dal lago? La risposta fu che quella del lago era piena di alghe.

Una curiosità, Udo molti anni dopo raccontò che l’idrogeno estratto dall’acqua serviva come combustibile per il velivolo. Qualcuno salterà sulla sedia, ma questa informazione Udo la avrebbe potuta reperire ovunque, da un libro di chimica, da un film, ovunque.

Udo, incuriosito dal rumore del velivolo, chiese cosa lo producesse e i suoi interlocutori gli mostrarono il funzionamento del dispositivo che includeva dei volani in rotazione che mantenevano stabile la nave. A grandi linee i due spiegarono il funzionamento della nave che generava una gravità propria ed era capace di superare quella dei pianeti e delle stelle.

Il funzionamento avveniva tramite campi elettromagnetici, insomma, nulla di nuovo sotto il sole, cose che anche altri avevano raccontato.

Udo venne informato dai due su come il veicolo, concentrandosi su una stella avrebbe usato la sua energia per trascinarsi nello spazio cavalcando le onde luminose, andando a velocità maggiori di quella della luce. Affermazioni simili a quelle rilasciate dal controverso Bob Lazar fanno notare alcuni, ma Lazar rese note le sue teorie nel 1989, guarda caso nello stesso anno in cui Udo, prima di morire raccontò la sua storia affascinate.

Un caso?

Udo avrebbe potuto inventare una storia del genere attingendo a piene mani dalla fantascienza e dall’ufologia, quindi la storia apparentemente singolare ma raccontata a così tanti anni di distanza, non deve stupire l’attento lettore.

Fonte: http://galactic.no/rune/udo_wartena_case.htm

Close Encounter: David Leger e l’aviatrice

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Daniel Leger nel 1943 aveva 21 anni e faceva parte del servizio di lavoro obbligatorio tedesco. Era di stanza in un campo di lavoro a Gdynia, sulla costa baltica polacca.

Daniel Leger, diversi anni dopo, donò alle cronache ufologiche uno strano ma affascinante racconto che aveva tenuto per sé anche per il tipo di servizio da lui svolto in piena seconda guerra mondiale.

Inizialmente non dette all’incontro particolare importanza, reputandolo un incontro casuale con un pilota sperimentale tedesco che se guardato con occhi diversi poteva sembrare qualcosa di molto diverso e il pilota in realtà poteva provenire da molto più lontano.

Questo è uno dei pochi racconti, oltre agli avvistamenti dei Foo-fighters e qualche altro incontro con qualche aeronave di natura ignota, che parla esplicitamente di una qualche presenza aliena che proprio durante il sanguinoso secondo conflitto mondiale iniziava a interessarsi al pianeta Terra e ai suoi litigiosi abitanti. In seguito, pochi anni dopo, fecero nacquero i “contattisti” che raccontavano di essere, appunto, in contatto con gli alieni, esseri in tutto e per tutto simili a noi, che li avevano scelti come mediatori e che si preoccupavano della sorte della Terra portando un messaggio di pace e speranza.

Strano oggetto nella sabbia

Il 18 luglio 1943, Leger chiese il permesso di visitare la vicina città di Exelgroud. Sarebbe partito presto a piedi a causa della mancanza di mezzi di trasporto. Per questo motivo, Daniel decise di percorrere una scorciatoia per raggiungere la sua destinazione, andando oltre le dune di sabbia. Era una scorciatoia che gli avrebbe concesso un incontro affascinante.

Mentre si faceva strada tra le dune, vide un oggetto spiccare davanti a lui. Aveva un aspetto opaco e metallico, e sembrava essersi schiantato sulla sabbia, sotterrato per metà.

Di fronte al velivolo, riuscì a distinguere una figura. Indossava un abbigliamento attillato e nero che avvolgeva il corpo della figura dal collo ai piedi. Tuttavia Leger poteva vedere chiaramente che si trattava di una donna dai lunghi capelli biondi.

Leger in un primo momento credette di trovarsi dinnanzi a un pilota sperimentale tedesco, forse proveniente  dalla vicina base navale. L’oggetto semi sepolto nella sabbia di fronte a lei doveva essere un aereo da combattimento top-secret.

Leger inizialmente tentò di allontanarsi dalla scena. Prima che potesse farlo, tuttavia, la donna rivolse lo sguardo nella sua direzione.

L’Aviatrix

La donna sconosciuta si rivolse a Daniel in un linguaggio sconosciuto e nonostante ciò, ignara di non essere compresa continuò a parlare.

Leger ebbe la sensazione che la donna misteriosa capisse il suo francese. La donna a gesti fece poi capire a Daniel di avere bisogno di aiuto per disseppellire lo strano oggetto incagliato nella sabbia, richiesta cui Daniel acconsentì.

Il tedesco, durante il lavoro, notò che la donna era straordinariamente bella e priva di trucco, la tuta la copriva dal collo ai piedi, lasciando scoperti solo testa e mani con unghie corte e ben curate e senza smalto. Intorno alla vita portava una cintura nera, con un quadratino d’argento attorno a quella che doveva essere la fibbia.

Man mano che l’oggetto veniva liberato dalla sabbia, riusci a vedere altri dettagli. Leger avrebbe in seguito descrisse l’oggetto come “due piatti uniti!” Tra loro c’erano due anelli con una linea nera tra di essi. Forse, la cosa più evidente era la mancanza di saldature, giunzioni, bulloni. Come se l’intero oggetto fosse stato realizzato in un unico pezzo di metallo.

La nave misteriosa

L’oggetto venne liberato dopo dieci minuti di lavoro. Lo sguardo sul viso della donna, così come il tono delle sue strane parole, era la prova di apprezzamento per il suo sforzo.

Fu a questo punto che la donna sembrò rendersi conto che Leger non riusciva a capirla. Si fermò brevemente per assicurarsi che stesse guardando nella sua direzione e poi avrebbe puntato il dito verso il cielo, avrebbe toccato il suo petto, e poi gli avrebbe toccato delicatamente la mano sul petto.

Sconcertato e affascinato, continuando a ripetersi che questa enigmatica signora era una pilota sperimentale  tedesca, la guardò mentre premeva il quadrato d’argento sulla cintura. Dal nulla, una apertura apparve accanto a loro. La donna entrò nell’oggetto facendo cenno a Leger di allontanarsi, presumibilmente per la sua sicurezza. L’apertura si chiuse e nel metallo scomparve ogni traccia, come se l’apertura non ci fosse mai stata.

  • Prima di allontanarsi, Leger riuscì a vedere all’interno del veicolo la donna “a quattro zampe”, le mani manipolavano qualcosa che non riusci a vedere. Leger affermò che la posizione della donna  gli ricordò qualcuno “alla guida di una moto in una competizione”!

Leger si allontanò dall’oggetto che decollò dolcemente. I due “piatti” stavano ruotando, ciascuno nella direzione opposta all’altro. La banda nera tra di loro ora brillava intensamente. Improvvisamente, l’oggetto accelerò dirigendosi verso l’alto e sparendo alla vista di li a poco.

La storia di Leger è simile a molte storie di incontri ravvicinati che si sono susseguiti nel tempo, soprattutto nel periodo dell’epoca d’oro dei contattisti che si sviluppò negli anni cinquanta portando alla ribalta numerosi personaggi che grazie alle loro storie divennero molto famosi.

Ma la storia può essere solo nata dall’interesse di Daniel Leger per i dischi volanti e questo racconto non è l’unico, già due anni prima, nel 1941 Daniel Leger fu testimone di un attacco aereo tedesco contro una strana nuvola grigia. Gli attacchi però non diedero alcun risultato perché ogni volta che si avvicinavano alla nuvola i motori parevano bloccarsi di colpo per tornare in funzione dopo essersi allontanati.

Storie del genere ci insegnano comunque qualcosa e, soprattutto in una mente razionale, e scettica fanno scattare alcune domande: come mai storie del genere non lasciano nulla se non la storia stessa in seguito abbellita e ampliata?

Questo è il vero mistero.

Fonte: https://www.ufoinsight.com/daniel-leger-aviatrix-strange-encounter/

Il video dell’esplosione avvenuta sulla Starship durante un test di tenuta dei serbatoi – video

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Il prototipo del razzo di SpaceX Starship Mark 1 è parzialmente esploso durante un test di tenuta della pressione dei serbatoi avvenuto a Boca Chica, in Texas.

L’incidente è avvenuto mercoledì pomeriggio ed è stato trasmesso in diretta streaming. Dopo l’incidente, la copertura dei serbatoi è balzata in aria per poi ricadere al suolo mentre dal razzo si alzavano dense volute di vapore.

Lo scopo del test odierno era quello di testare i limiti di tenuta dei serbatoi pressurizzati quindi il risultato non è stato del tutto inaspettato“, ha commentato a The Verge un rappresentante di SpaceX, aggiungendo: “Non ci sono stati feriti, né si tratta di una grave battuta d’arresto“.

Il razzo è rimasto fermo e in posizione verticale dopo l’evento, ma non è ancora chiaro se sarà recuperabile.

Il CEO Elon Musk in precedenza aveva affermato che SpaceX avrebbe realizzato diverse versioni di Starship, inclusi i prototipi Mark 2 e Mark 3.

Alla domanda su Twitter se SpaceX avrebbe proceduto con la sua iterazione Mark 3, Musk ha risposto positiviamente.

SpaceX sta sviluppando la Starship Mark 1 nel suo sito di lancio di Boca Chica, mentre la versione Mark 2 è in fase di sviluppo in Florida.

Resta ora da capire se e quanto questo incidente influirà sullo sviluppo della grande astronave che, nei piani di SpaceX dovrebbe effettuare il suo primo volo circumlunare entro la fine del 2021, mentre sembra oramai escluso che la Starship possa effettuare il suo primo volo ad una quota di 20 chilometri entro la fine dell’anno, come aveva auspicato Musk durante la presentazione avvenuta a settembre.

La NASA nega che ci siano “creature simili a insetti e rettili” attualmente viventi su Marte

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La NASA ha negato con veemenza che vi siano “creature simili a insetti e rettili” viventi su Marte, dopo che un professore dell’Università dell’Ohio ha fatto una controversa affermazione all’inizio di questa settimana.

L’opinione generale collettiva della grande maggioranza della comunità scientifica è che le condizioni attuali sulla superficie di Marte non sono adatte per l’acqua liquida o per la vita complessa“, ha dichiarato Alana Johnson, responsabile degli affari pubblici della NASA, in una nota a Fox News.

Johnson ha aggiunto che uno degli obiettivi della NASA è “la ricerca della vita nell’universo” e con il prossimo rover Mars 2020, l’agenzia spaziale spera di compiere i prossimi passi “nell’esplorazione del potenziale che sia esistita vita passata sul Pianeta Rosso“.

Sebbene non abbiamo ancora trovato segni di vita extraterrestre, la NASA sta esplorando il sistema solare e oltre per aiutarci a rispondere a domande fondamentali, incluso se siamo soli nell’universo“, ha continuato Johnson. “Dallo studio dell’acqua su Marte, sondando promettenti mondi oceanici, come Encelado, Europa e Titano, alla ricerca di biosignature nelle atmosfere dei pianeti al di fuori del nostro sistema solare, le missioni scientifiche della NASA stanno lavorando insieme con l’obiettivo di trovare segni inconfondibili di vita oltre la Terra “.

La NASA rilasciò una dichiarazione simile dopo che un ex scienziato della NASA, Gilbert Levin, che ha lavorato nelle missioni Viking sul Pianeta Rosso durante gli anni ’70, ha pubblicato un incredibile editoriale il mese scorso in cui affermava di essere convinto che l’agenzia spaziale “abbia trovato prove della vita” su Marte.

Il professor William Romoser, emerito dell’Università dell’Ohio, che ha trascorso diversi anni a studiare una serie di foto pubblicamente disponibili inviate dai vari rover su Marte, incluso il rover Curiosity, ha fatto la controversa affermazione di aver individuato una serie di “forme simili a insetti, strutturate in modo simile a api e forme simili a rettili”.

C’è stata ed c’è ancora vita su Marte“, ha detto Romoser, specializzato in arbovirologia ed entomologia generale / medica, in una  dichiarazione dell’università pubblicata martedì. “Esiste un’apparente diversità tra la fauna marziana simile ad un insetto che mostra molte caratteristiche simili agli insetti terrestri che vengono interpretati come gruppi avanzati – ad esempio la presenza di ali, flessione dell’ala, volo / volo agile ed elementi delle gambe variamente strutturati“.

Romoser ha anche menzionato in particolare il rover Curiosity, che sta esplorando il cratere Gale dall’atterraggio su Marte nell’agosto 2012. Curiosity ha fatto alcune strane scoperte, tra cui un picco sorprendente nel  livello di metano, così come lo strano comportamento dell’ossigeno “che finora gli scienziati non hanno potuto spiegare“.

Le affermazioni di Romoser hanno suscitato ira da parte di alcuni membri della comunità scientifica, compresi altri entomologi.

Sono un po’ scettica“, ha detto la professoressa in visita alla Pepperdine University ed entomologa Susan Finkbeiner in una e-mail a Fox News. “Se queste sono forme di vita attuali, avremmo bisogno di vedere più prove che la vita possa essere sostenuta. Dove sono le risorse per questi artropodi? Che cosa stanno mangiando e si stanno riproducendo?

Finkbeiner, che non era coinvolto nell’esame delle foto, ha aggiunto che, se non altro, gli oggetti che Romoser afferma siano vivi potrebbero essere fossili.

Anche se i primi insetti sulla Terra avevano le ali, l’atmosfera sul nostro pianeta era più densa per consentire il volo e non sono convinto che la sottile atmosfera di Marte consentirebbe la possibilità di volare, ma è qualcosa su cui dovrebbe essere un fisiologo degli insetti o uno specialista in biomeccanica a dare conferma“, ha aggiunto Finkbeiner. “Se ciò che si osserva in fossero realmente artropodi, sono più propenso a pensare che non siano attualmente esistenti e che siano probabilmente fossili di creature estinte“.

L’atmosfera di Marte comprende il 95 percento di anidride carbonica, il 2,6 percento di azoto molecolare, l’1,9 percento di argon, lo 0,16 percento di ossigeno e lo 0,06 percento di monossido di carbonio. A fini comparativi, l’atmosfera terrestre è composta per il 78 percento di azoto, il 21 percento di ossigeno, lo 0,9 percento di argon e lo 0,03 percento di anidride carbonica e tracce di altri elementi.

Il rover Mars 2020 della NASA, che dovrebbe atterrare il 18 febbraio 2021, cercherà segni di prove fossili di vita marziana quando esplorerà il cratere Jezero del Pianeta Rosso.

Fonte: Fox news

“La rivoluzione incompiuta di Einstein” esamina il problema della fisica quantistica e della realtà

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La realtà ha bisogno di realismo?

Se ti sembra una domanda strana, considera il fatto che è quella più pressante per i fisici e per la loro teoria di maggior successo sul mondo fisico. Questa teoria si chiama meccanica quantistica e ogni dispositivo elettronico digitale che tu abbia mai usato deve la sua esistenza alla comprensione della fisica su scala atomica che ne deriva.

Ma con tutto il suo successo, la meccanica quantistica ha un piccolo problema: non la capisce nessuno.

Per essere più precisi, anche a un secolo dalla sua nascita, nessuno capisce veramente cosa ci dice la meccanica quantistica sulla natura della realtà stessa. Questo territorio aperto e incerto è al centro del libro di Lee SmolinRivoluzione incompiuta di Einstein: La ricerca di ciò che è al di là del quantum.

Smolin è un pensatore estremamente creativo che è stato un leader in fisica teorica per molti anni. È anche uno scrittore di talento che riesce a tradurre le sue intuizioni su come la scienza lavora in un linguaggio coinvolgente e storie avvincenti.

Questo libro ha incontrato poco favore nel mondo della fisica legato allo studio della Meccanica Quantistica e il disaccordo definisce praticamente il dibattito sul significato della meccanica quantistica, con il libro di Smolin che è l’ultima aggiunta a un flusso di eccellenti opere sull’argomento, tra cui “Through Two Doors at Once: the Elegant Experiment That Captures the Enigma of Our Quantum Reality” di Anil Ananthaswamy e “What is real? The Unfinished Quest for the Meaning of Quantum Physics di Adam Becker. Come si può capire dai titoli, a 100 anni dalla sua fondazione, la meccanica quantistica e la realtà rimangono un tema scottante.

Quindi, qual è il problema con la fisica e la realtà quantistica?

Se tutto quello che vuoi sono i calcoli per costruire un laser o un chip per computer, la risposta è nessuno.

La meccanica quantistica fornisce ai fisici meccanismi matematici iper-accurati per manipolare il mondo atomico a specifiche iper-accurate.

Il problema arriva quando fai una semplice domanda del tipo: “Cos’è un atomo?

Prima della meccanica quantistica, avresti potuto immaginare gli atomi come piccole palle da biliardo. Erano piccole “cose” che, come le grandi cose che incontriamo nella nostra vita quotidiana, avevano proprietà definite come la loro posizione o la velocità con cui si muovevano. Erano, in altre parole, reali nello stesso modo in cui pensiamo che tavoli e sedie siano reali. Ciò significa che pensiamo che tavoli e sedie (e le altre cose che incontriamo ogni giorno) esistano indipendentemente da noi. Questo ci rende, nelle parole di Smolinrealisti su tavoli e sedie. Smolin pensa che questo tipo di realismo sia l’essenza di un fisico:

Noi realisti crediamo che esista un mondo là fuori, le cui proprietà non dipendono in alcun modo dalla nostra conoscenza o percezione di esso… Crediamo anche che il mondo possa essere compreso e descritto con sufficiente precisione per spiegare come qualsiasi sistema nel mondo naturale si comporta“.

Sfortunatamente, la storia della meccanica quantistica ha reso difficile essere la versione di realista di Smolin sugli atomi.

È un campo pieno di stranezze. Ad esempio, nel modo standard di trattare la fisica quantistica se si mette un atomo in una scatola chiusa divisa in due sezioni, allora l’atomo esisterà in entrambe le sezioni della scatola allo stesso tempo. È solo aprendo la scatola (facendo una misura) che l’atomo “collassa” e finisce un lato o nell’altro della scatola.

Come può l’atomo essere in due posti contemporaneamente? E perché l’atto di guardarlo costringe l’atomo a scegliere una parte o l’altra?

Ammettiamolo, tavoli e sedie non si comportano in questo modo.

Quindi la domanda diventa: come interpretare la meccanica quantistica?

È il ruolo della misurazione, richiesto per dare all’atomo proprietà definite (come la posizione), che infastidisce i realisti. Le misurazioni e le osservazioni sono una parte essenziale dell’interpretazione standard di Copenaghen della meccanica quantistica stabilita dal fisico danese Niels Bohr. I realisti odiano l’interpretazione di Copenaghen. Quindi, come si può ancora tenere conto del realismo che abbiamo su tavoli e sedie per i fenomeni quantici su scala atomica?

La risposta a Smolin è che la stranezza che affetta il realismo dal mondo atomico è un problema fondamentale con la teoria quantistica così com’è ora. Vede la stranezza come “lacune e fallimenti” che “sono alla base del fatto che siamo solo parzialmente andati a risolvere i problemi centrali della scienza prima di sembrare a corto di energie“. Per lui, ci deve essere una teoria più profonda che aspetta di essere scoperta.

Il compito che Smolin si è prefisso è di mostrare ai lettori che esistono già percorsi che potrebbero portare a una nuova teoria che va oltre la meccanica quantistica.

Per fare questo, Smolin inizia il libro con una spiegazione lucida delle regole di base della teoria dei quanti dove appare esattamente quello che lui chiama il fuoco “anti-realista” su misurazioni e osservazioni. Quindi porta i lettori attraverso un convincente tour storico che include una rivalutazione dei famosi argomenti tra l’anti-realista Niels Bohr e il realista impenitente Albert Einstein.

L’attenzione particolare di Smolin si rivolge, quindi, al fisico americano David Bohm e alla sua “teoria dell’onda pilota” che non ha mai richiesto agli osservatori di conferire realtà su tavoli e sedie. La storia di Bohm e di altri ribelli quantici anti-Copenaghen fu trattata abilmente Da Becker.

La rivoluzione incompiuta di Einstein è al suo meglio quando pone le basi per le argomentazioni realiste e antirealistiche.

La descrizione di Smolin di come funziona la meccanica quantistica è allo stesso tempo elegante e accessibile usando esempi del mondo reale come l’ordine in cui metti i vestiti, prima la biancheria intima e poi i pantaloni, e viceversa, per dimostrare un principio chiave della stranezza quantistica. La sua descrizione dell’alternativa di Bohm all’interpretazione di Bohr a Copenaghen è chiara e sarà utile per i non scienziati che cercano di capire in che modo queste diverse interpretazioni si ordinano e perché sono importanti. Se vuoi capire le questioni di base a portata di mano in questi dibattiti di lunga data, così come almeno una linea di alternative, ti piacerà questo libro.

La Rivoluzione incompiuta di Einstein, è particolarmente apprezzabile, proprio come i libri di Ananthaswamy e Becker. Insieme dimostrano quanto sia vivace questa discussione.

Parte del divertimento del libro di Smolin, st nel fatto che, anche l’uso dei termini “realismo” e “anti-realismo” ci impedisce di vedere il prezzo impetuoso che ogni interpretazione della meccanica quantistica ci costringe a pagare nel descrivere il mondo atomico.

Non si può tornare a semplici immagini di semplici biglie che rimbalzano nello spazio. Quando si tratta del regno atomico, ci sarà sempre una specie di stranezza. Quindi, finché non avremo esperimenti che separano un’interpretazione dall’altra (se mai li avremo), la vera domanda diventa: quale grado di stranezza siamo disposti ad accettare?

Ma Smolin esprime così chiaramente e abilmente la sua posizione che la Rivoluzione incompiuta di Einstein diventa utile se sei d’accordo, in disaccordo o semplicemente vuoi imparare alcune idee molto interessanti sulla fisica e la realtà.

Medicina: Per la prima volta esseri umani sono stati messi in animazione sospesa

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Per la prima volta nella storia, medici americani hanno posto esseri umani in animazione sospesa, nell’ambito di una procedura che mira a rendere possibile la riparazione di lesioni traumatiche che altrimenti causerebbero la morte.

Samuel Tisherman, della School of Medicine della University of Maryland, ha dichiarato a New Scientist che il suo team di medici ha posto almeno un paziente in animazione sospesa, definendo la procedura “un po’ surreale” quando è stata realizzata per la prima volta. Tisherman non ha rivelato quanti sono stati i pazienti sottoposti al procedimento e quanti sono sopravvissuti alle conseguenze.

La tecnica, ufficialmente chiamata conservazione e rianimazione di emergenza (EPR), viene condotta su persone che arrivano al centro medico dell’Università del Maryland, a Baltimora, con un trauma acuto – come un colpo di pistola o una coltellata – e hanno subito un arresto cardiaco. In questi casi il cuore ha già smesso di battere ed i pazienti hanno perso moltissimo sangue. Ci sono solo pochi minuti per operare, con una probabilità inferiore al 5% di sopravvivere.

La tecnica EPR comporta il raffreddamento rapido di una persona portando la sua temperatura tra i 10 ed i 15° C sostituendo tutto il sangue con una soluzione salina ghiacciata.

L’attività cerebrale del paziente si interrompe quasi completamente.

A questo punto, con il cervello che presenta ancora una minima attività, i pazienti vengono disconnessi dal sistema di raffreddamento e il loro corpo – che altrimenti sarebbe classificato come morto – viene spostato in sala operatoria.

Il team chirurgico ha quindi 2 ore per riparare le lesioni della persona prima che sia necessario riscaldare i pazienti e riavviare i loro cuoriTisherman afferma di sperare di poter annunciare i risultati completi del processo entro la fine del 2020.

Alla normale temperatura corporea, circa 37° C, le nostre cellule necessitano di un costante apporto di ossigeno per produrre energia. Quando il nostro cuore smette di battere, il sangue non trasporta più ossigeno alle cellule. Senza ossigeno, il nostro cervello può sopravvivere solo per circa 5 minuti prima che si verifichi un danno irreversibile. Tuttavia, abbassare la temperatura del corpo e del cervello rallenta o arresta tutte le reazioni chimiche nelle nostre cellule, che di conseguenza hanno bisogno di meno ossigeno.

Tisherman ha proposto di confrontare i risultati ottenuti su 10 persone sottoposte alla procedura EPR con quelli ottenuti su altre 10 persone che sarebbero state ammissibili per il trattamento, ma cui non è stato possibile effettuarlo per il fatto che la squadra corretta non era in servizio in ospedale al momento del ricovero.

Alla procedura è stato dato il via libera dalla Food and Drug Administration americana.

La FDA ha esentato questa procedura dal bisogno del consenso del paziente in quanto le lesioni con cui i candidati giungono in ospedale sono quasi sempre fatali e non esiste un trattamento alternativo. Il team ha avuto discussioni con la comunità locale e ha pubblicato annunci sui giornali per descrivere al procedura, indicando un sito Web dove è possibile notificare preventivamente la propria rinuncia a partecipare al programma.

L’interesse di Tisherman per questo tipo di ricerca è legato alla constatazione che troppo spesso i chirurghi perdono i pazienti a causa dello scarso tempo a disposizione prima del decesso ed il raffreddamento potrebbe consentire più tempo per provare a salvarli.

Studi sugli animali hanno dimostrato che i suini con trauma acuto possono essere raffreddati per 3 ore, ricuciti e rianimati. “Abbiamo sentito che era ora di provare questa tecnica sui pazienti”, ha spiegato Tisherman. “Ora lo stiamo facendo e stiamo imparando molto mentre miglioriamo la tecnologia. Una volta che potremo dimostrare che funziona qui, potremo espandere questa tecnica per aiutare i pazienti a sopravvivere in casi in cui altrimenti non ce la farebbero“.

Voglio chiarire che non stiamo cercando di mandare le persone a Saturno“, ha puntualizzato. “Stiamo cercando di guadagnare più tempo per salvare vite umane“.

In effetti, non è chiaro per quanto tempo sia possibile tenere qualcuno in animazione sospesa con questo sistema. Quando le cellule di una persona vengono riscaldate, possono verificarsi lesioni da riperfusione, in cui una serie di reazioni chimiche danneggiano la cellula, e più a lungo le cellule restano senza ossigeno, maggiore può essere il danno.

Potrebbe essere possibile propinare ai pazienti un cocktail di farmaci per ridurre al minimo queste lesioni e prolungare il tempo in cui sono sospese, “ma non abbiamo ancora identificato tutte le cause delle lesioni da riperfusione“.

Tisherman ha descritto i progressi del suo team durante un simposio tenuto alla New York Academy of Sciences.

Ariane Lewis, direttrice della divisione di cure neuro-critiche della NYU Langone Health, ha dichiarato di ritenerlo un lavoro importante, ma che siamo solo ai primi passi. “Dobbiamo vedere se la tecnica funziona e cominciare a pensare a come e in quali casi possiamo metterla in pratica“.

Fonte: New Scientist

Un nuovo farmaco contro l’emicrania

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Una nuova classe di farmaci per l’emicrania potrebbe fare una “grande differenza” per coloro che hanno un disperato bisogno di sollievo.

Il farmaco ubrogepant non è stato ancora approvato dalla Food and Drug Administration degli Stati Uniti, ma uno studio clinico su larga scala suggerisce che questa pillola orale potrebbe funzionare in sicurezza dove altri trattamenti non lo fanno.

I ricercatori hanno scoperto che entro due ore dall’assunzione, l’ubrogepant può bloccare una grave emicrania, con prestazioni significativamente migliori rispetto a un placebo e con meno rischi rispetto ad altri farmaci.

Avere ubrogepant come potenziale nuovo farmaco per il trattamento acuto dell’emicrania fornirà un’innovazione necessaria per affrontare una patologia che causa la perdita di tempo per milioni di persone“, afferma il neurologo Richard Lipton, consulente di Allergan, la società farmaceutica che sponsorizza il processo.

Un’emicrania debilitante non è solo un brutto mal di testa ed è molto più difficile da trattare per i medici. Negli Stati Uniti, oltre 38 milioni di persone soffrono di questa malattia neurologica e i sondaggi mostrano che meno di un terzo è soddisfatto delle loro cure.

Quando si tratta di un trattamento efficace e sicuro, ogni paziente è un po’ diverso e, in alcuni dei casi più gravi, le opzioni sono limitate e possono persino peggiorare le cose.

Dagli anni ’90, i triptani sono rimasti la classe più popolare di farmaci per l’emicrania per i casi in cui i medicinali da banco semplicemente non funzionano.

I triptani, però, possono aiutare a ridurre il dolore e l’infiammazione, ma provocano la costrizione dei vasi sanguigni del corpo. Di conseguenza, questi farmaci non sono sicuri per le persone ad alto rischio di malattie cardiache o ictus, e altri ancora non rispondono affatto.

Anche così, non ci sono stati nuovi trattamenti per l’emicrania acuta da molto tempo. In effetti, la FDA ha recentemente approvato una nuova classe di farmaci, chiamati gepants, che possono aiutare a fermare il mal di testa prima ancora che inizi.

A differenza dei triptani, che colpiscono la serotonina nel cervello, i gepanti usano anticorpi monoclonali per colpire una molecola chiamata peptide correlato al gene della calcitonina (CGRP) che ha un ruolo noto nelle emicranie.

Finora, solo tre inibitori CGRP sono stati approvati dalla FDA e tutti questi sono iniezioni. Se l’ubrogepant verrà considerato abbastanza sicuro ed efficace, sarà uno dei primi gepants orali in grado di prevenire l’emicrania acuta.

In uno studio clinico di Fase 3, che è stato randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, i ricercatori hanno testato due diverse dosi di ubrogepant su 1.686 pazienti, ognuno dei quali ha riportato emicrania tra 2 e 8 volte al mese.

Ai partecipanti è stata somministrata una compressa di ubrogepant contenente 50 mg, 25 mg o un placebo. Durante il processo, è stato chiesto loro di assumere una compressa il prima possibile o entro 4 ore dall’emicrania moderata o grave.

Se la dose iniziale non si fosse dimostrata sufficiente per fermare il dolore, era consentita una seconda dose, e questa è stata randomizzata in modo che il paziente ricevesse un placebo o una dose ripetuta di ubrogepant. I “farmaci di salvataggio“, come il paracetamolo, i FANS, gli oppioidi, gli antiemetici o i triptani, venivano usati solo nei casi in cui entrambe le dosi si rivelavano inefficaci.

Di tutti coloro che hanno assunto la dose più bassa e più alta di ubrogepant, oltre il 20% era libero dal dolore entro due ore. In confronto, il placebo ha alleviato solo il 14 percento.

Sbarazzarsi dei sintomi più fastidiosi è stato un po’ più difficile e ha richiesto una dose più alta di ubrogepant. In questo caso, solo quelli che assumevano 50 mg hanno avuto miglioramenti significativi rispetto a coloro che assumevano il placebo.

I risultati attuali indicano che 50 mg di ubrogepant hanno il potenziale per raggiungere gli obiettivi chiave della terapia nel trattamento acuto dell’emicrania“, scrivono Lipton e i suoi colleghi. “Il meccanismo d’azione di Ubrogepant può renderlo un’opzione per le persone che non rispondono ai farmaci attualmente disponibili“.

È un farmaco efficace, ma non è così impressionante come altri farmaci già sul mercato. Ricerche precedenti, ad esempio, hanno dimostrato che entro un’ora i triptani possono mostrare tassi di risposta sicuri ed efficaci fino al 70% dei pazienti.

Il neurologo Stephen Silberstein, che non è stato coinvolto nello studio, ha detto alla CNN che mentre gli ubrogepants potrebbero essere utili per coloro che non tollerano i triptani, non sono migliori e non sono una cura magica.

Invece, è meglio considerare ubrogepant come una nuova promettente modalità di trattamento.

Per la prima volta da molto tempo non siamo passati da nessuna notizia a molte buone notizie“, ha scritto Silberstein in una recente recensione della ricerca.

Abbiamo nuovi medicinali per la prevenzione dell’emicrania“.

Ulteriori ricerche saranno necessarie per valutare la sicurezza a lungo termine di questi farmaci, ma secondo Lipton, l’approvazione della FDA potrebbe arrivare già il mese prossimo.

Questo studio è stato pubblicato su JAMA.

Scoperto un nuovo bosone che potrebbe veicolare una quinta forza fondamentale: siamo sull’orlo di una rivoluzione del modello standard?

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Tutto nel nostro Universo è tenuto insieme o separato da quattro forze fondamentali: gravità, elettromagnetismo e due interazioni nucleari, una debole ed una forte.

Ma una nuova ricerca sembra indicare che possa esistere una quinta forza fisica che emerge da un atomo di elio.

Non è nemmeno la prima volta che i ricercatori affermano di averla intravista. Alcuni anni fa, la individuarono nel decadimento di un isotopo di berillio. Ora lo stesso gruppo di ricercatori afferma di avere ha visto un secondo esempio della misteriosa forza in gioco – e la particella che pensano la stia trasportando, che chiamano X17.

Se la scoperta fosse confermata, non solo imparando di più su X17 potremmo capire meglio le forze che governano il nostro Universo, ma potrebbe anche aiutare gli scienziati a risolvere il problema della materia oscura una volta per tutte.

Attila Krasznahorkay e i suoi colleghi dell’Istituto per la ricerca nucleare in Ungheria sospettavano di aver visto qualcosa di strano già nel 2016, dopo aver analizzato come un atomo di berillio-8 eccitato emette luce mentre decade.

Se quella luce è abbastanza energetica, si trasforma in un elettrone e in un positrone, che si allontanano l’uno dall’altro ad un angolo prevedibile prima di rimpicciolire. In base alla legge di conservazione dell’energia, all’aumentare dell’energia della luce che produce le due particelle, l’angolo tra loro dovrebbe diminuire. Statisticamente parlando, almeno.

Stranamente, questo non è esattamente ciò che Krasznahorkay e il suo team hanno visto. Un inaspettato aumento del numero di elettroni e positroni che si separavano con un angolo di 140 gradi.

Lo studio sembrava abbastanza solido e presto ha attirato l’attenzione di altri ricercatori in tutto il mondo che la responsabile dell’anomalia potesse essere una particella completamente nuova.

Non poteva essere una particella già nota; le sue caratteristiche suggerivano che doveva essere un tipo completamente nuovo di bosone fondamentale.

Non è una pretesa da poco. Attualmente conosciamo quattro forze fondamentali e sappiamo che tre di loro hanno bosoni che determinano attrazione e repulsione.

La quarta forza, la gravità, dovrebbe essere veicolata da un’ipotetica particella nota come “gravitone, che, però, gli scienziati non sono ancora riusciti a rilevare.

Questo nuovo bosone non potrebbe essere una delle particelle che trasportano le quattro forze conosciute, grazie alla sua massa distintiva di (17 megaelettronvolt, o circa 33 volte quella di un elettrone), e alla sua breve durata (da circa 10 a meno di 14 secondi).

Quindi, tutti i segni indicano che questo bosone sia il portatore di una qualche nuova quinta forza.

Ma la fisica non è entusiasta di festeggiare prematuramente. Trovare una nuova particella è sempre una grande novità in fisica e richiede moltissime verifiche, per non parlare della necessità di poter ripetere l’esperimento.

Fortunatamente, la squadra di Krasznahorkay non è stata esattamente seduta sugli allori negli ultimi anni. Da allora hanno cambiato il focus dall’osservare il decadimento del berillio-8 a un cambiamento nello stato di un nucleo di elio eccitato.

Anche in questo caso, i ricercatori hanno trovato coppie di elettroni e positroni che si separano con un angolo che non corrisponde ai modelli attualmente accettati. Questa volta, il numero era più vicino a 115 gradi.

Lavorando all’indietro, il team ha calcolato che il nucleo dell’elio avrebbe potuto produrre anche un bosone di breve durata con una massa appena inferiore a 17 megaelettronvolt.

Per semplicità, lo chiamano X17. Siamo però ancora molto lontani dal poter affermare che abbiano trovato ufficialmente una nuova particella da aggiungere a qualsiasi modello sulla materia.

Mentre l’esperimento del 2016 è stato accettato su Physical Review Letters, questo ultimo studio non è ancora stato sottoposto a peer review. I risultati sono disponibili su arXiv, dove sono stati caricati per essere esaminati da altri specialisti del settore.

Il fato importante è che se questo strano bosone non è solo un’illusione causata da qualche vibrazione sperimentale, il fatto che interagisca con i neutroni suggerisce l’esistenza una quinta forza che non agisce come le quattro forze tradizionali.

Qui si inserisce il mistero della materia oscura e della spettrale azione che sembra avere sull’universo: una particella fondamentale completamente nuova potrebbe indicare una soluzione al mistero che sta dando il mal di testa a tutti i fisici, fornendo un modo per collegare la materia che possiamo vedere con la materia che non vediamo.

In effetti, un certo numero di esperimenti sulla materia oscura hanno inquadrato una particella da 17 megaelettronvolt. Finora non hanno trovato nulla, ma è troppo presto per escludere qualsiasi cosa.

Riorganizzare il modello standard di forze conosciute e le loro particelle per fare spazio a un nuovo membro della famiglia comporterebbe una vera e propria rivoluzione nella nostra idea di come funziona l’universo, non sarebbe un cambiamento da apportare alla leggera.

Tuttavia, qualcosa come X17 potrebbe essere proprio quello che stiamo cercando.

Questa ricerca è disponibile su  arXiv in attesa delle peer review.