Quando Lincoln voleva arruolare Garibaldi

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Dopo l’impresa dei Mille, Giuseppe Garibaldi eletto deputato a Napoli, l’8 aprile 1861 farà il suo esordio in Parlamento nel corso di una seduta infuocata, dove in camicia rossa e poncho, terrà un duro j’accuse al governo, per poi ritirarsi nell’amata isola di Caprera.
Un certa storiografia ha cercato di dipingere l’auto esilio dell’Eroe dei Due Mondi, quasi come quello di un novello Cincinnato. Garibaldi curvo sul suo orto, intento soltanto ad occuparsi di agricoltura e della sua piccola tenuta. Le cose non stavano esattamente così. Caprera era un crocevia di fedelissimi garibaldini, rivoluzionari di mezza Europa ed uomini politici insospettabili.
Ed in questo contesto che si sviluppa una pagina di storia poco conosciuta all’interno dell’epopea garibaldina. Il 12 aprile 1861, quattro giorni dopo il vibrante discorso di Garibaldi in Parlamento, era scoppiata la Guerra Civile americana.
In quella prima fase della guerra di secessione americana, gli Unionisti pur avendo un’indubbia superiorità di uomini e mezzi aveva una grave penuria di generali capaci. Per questo l’ambasciatore americano a Torino, George Pershins Marsh, suggerì al governo americano di arruolare Garibaldi nelle file nordiste.

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La fama del generale italiano già alta, era cresciuta a dismisura dopo l’impresa dei Mille ed il suo ritiro dalla scena politica e militare italiana apriva un’interessante finestra di opportunità. Marsh sapeva perfettamente che il Re ed il governo italiano non vedevano l’ora di togliersi dai piedi quella mina vagante che per loro era Garibaldi.
Inoltre l’Eroe dei Due Mondi era anche cittadino americano e questo rafforzava secondo l’ambasciatore statunitense la possibilità di una risposta positiva ad un eventuale appello lanciato dall’Unione. Così lo stesso Marsh scriveva al suo governo: “Ora il conquistatore delle Due Sicilie si è ritirato a Caprera deluso ed irritato, ma non certo rassegnato a rimanere inerte. Averlo quindi al nostro fianco sarebbe pertanto un grosso successo, perché pur essendo niente altro che un individuo solitario e privato, il signor Garibaldi in questo momento, è in se e per se, una delle più grandi potenze del mondo.”
Non si trattava di un’esagerazione dovuta all’ammirazione che l’ambasciatore americano nutriva nei confronti del condottiero italiano. Quando nel 1864 Garibaldi visitò l’Inghilterra oltre 700.000 persone festeggiarono la presenza dell’Eroe dei Due Mondi. Garibaldi godeva di una popolarità e di un credito internazionale come forse nessun altro italiano ha mai avuto.
Abramo Lincoln accettò di buon grado il suggerimento di Marsh e il 21 luglio 1861 i giornali americani pubblicarono il suo accorato appello all’Eroe della Libertà, affinché prestasse il suo ingegno miliare alla causa unionista. Garibaldi prese molto sul serio l’invito di Lincoln e chiese con una missiva privata l’autorizzazione al Re per quella che si prospettava una nuova, eccitante sfida.
Sire, – scriveva Garibaldi al Re – il presidente degli Stati Uniti mi offre il comando di quell’esercito ed io mi trovo in obbligo di accettare tale missione per un Paese di cui sono cittadino.
Nonostante, prima di risolvermi, ho creduto mio dovere d’informarne la Vostra Maestà e sapere se crede che io possa ancora avere l’onore di servirla.
Ho il piacere di dirmi di Vostra Maestà il devotissimo servitore G. Garibaldi”.
Forse il conquistatore del Regno di Napoli e delle Due Sicilie in cuor suo sperava in una risposta negativa del Re, adesso che morto Cavour, pareva aprirsi una stagione nuova nei controversi e difficili rapporti tra Garibaldi e la monarchia sabauda.

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Vittorio Emanuele invece colse l’occasione al volo e vergò sul retro del biglietto inviato da Garibaldi la seguente risposta: “Si risponda da parte mia in questi termini: Per quel che riguarda la questione degli Stati Uniti faccia quel che gli ispira la sua coscienza, che è sempre il solo giudice in affari di sì grave momento. Qualunque sia la decisione che prenderà, sono più che certo che non dimenticherà la cara Patria italiana che è sempre a capo dei suoi come dei miei pensieri”.
Garibaldi allora rispose al governo americano che avrebbe accettato l’invito a due condizioni: essere nominato Comandante in capo dell’esercito nordista e che venisse immediatamente abrogata la schiavitù, atto formale che Lincoln attuò soltanto nel 1865.
La risposta americana fu quella di offrire a Garibaldi il comando di un’armata indipendente, perché il Comandante in Capo delle forze armate era, come da costituzione il Presidente degli Stati Uniti e glissando sull’abolizione della schiavitù.
L’orientamento di Garibaldi dopo questa risposta stava virando verso il rifiuto, ma il colpo decisivo che fece “saltare il banco” fu lo scoop giornalistico del giornale liberale “Italia” di Torino, che pubblicò gli estremi della trattativa segreta.
Immediatamente la Sinistra parlamentare, i più influenti ufficiali garibaldini, ma soprattutto le proteste popolari che si diffusero per tutta la penisola, indussero Garibaldi a declinare definitivamente l’ìnvito di Lincoln di combattere alla testa delle armate nordiste nella Guerra Civile che avrebbe insanguinato l’America per quattro anni.

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