Il web e le “legioni di imbecilli”

Come fare soldi sul web con bufale e fake news, grazie al bisogno compulsivo di complottisti, haters ed elementi anti scientifici di riaffermare i propri pregiudizi

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Nel 2015, pochi mesi prima di morire, Umberto Eco nel corso della cerimonia per l’ennesima laurea honoris causa ricevuta dichiarò: «Il web dà diritto di parola a legioni di imbecilli. Quelli che prima parlavano solo al bar, dopo due o tre bicchieri di rosso, e non danneggiavano la società. Gente che poi veniva messa a tacere dai compagni: “Ma tas ti, stupid!” e che adesso ha lo stesso diritto di parola di un premio Nobel».

La frase scatenò, come era prevedibile, non poche polemiche. In realtà il grande intellettuale italiano non affermava affatto che il web fosse un creatore di “imbecilli”, ma soltanto che questi, prima dell’era di massa dei social, erano confinati nel loro piccolo mondo e spesso, le loro farneticazioni erano spente sul nascere dalle persone con cui nella vita reale entravano in contatto.

L’era dei social e della “connessione” continua non soltanto ha fornito un grande amplificatore alle argomentazioni degli “imbecilli”, scavalcando gli attori sociali del mondo della comunicazione che fungevano da intermediari, ma sono diventati essi stessi un’ambita platea di riferimento per politici, professionisti dell’informazione e naturalmente per una vasta pletora di individui in cerca di facili guadagni attraverso la mistificazione e la falsificazione di notizie e teorie.

Si perché corteggiare e foraggiare il desiderio degli “imbecilli” ha aperto facili piste per fare velocemente ed in modo tutto sommato semplice, soldi, a volte una vera e propria montagna di soldi. I confezionatori di bufale, nutrimento essenziale per una platea sempre più grandi di persone, utilizzano fra l’altro una tecnica chiamata clickbait, che possiamo tradurre come “esca da click”.

Di cosa si tratta esattamente?



Il principio di fondo è quello di costruire siti che apparentemente siano simili a reali testate informative o blog di notizie, me che “sparano” articoli con titoli così mirabolanti e sensazionalistici (corredati spesso da fotografie in grado di suggestionare e corroborare implicitamente il titolo stesso) da spingere tantissime persone a cliccare sul link per saperne di più.

Il meccanismo nella sua semplicità è quasi banale, si fabbrica una notizia falsa, si fa girare a tappeto sui social (Facebook, Twitter, Istagram, Telegram etc.). Quando la notizia in base ai click cresce, l’algoritmo che governa la pubblicità su internet si impenna, Google AdSense paga: più click si registrano più soldi si incassano.

Gli esempi di questa pratica fraudolenta sono numerosissimi. Qualche anno fa ne documentò uno il Los Angeles Times. Era la vicenda di Paris Wade e Ben Goldman e del loro sito LibertyWriters.com. I due erano una coppia liberal, tanto da aver votato per Obama per entrambi i mandati.

Nel 2016 per rimettere a galla la loro barcollante agenzia pubblicitaria iniziarono a pubblicare delle vere e proprie bufale. La prima riguardava presunti scienziati nord coreani che erano fuggiti in Corea del Sud parlando di orribili esperimenti sull’uomo che venivano eseguiti nello stato comunista. Per “avvalorare” il titolo (“PROVA: Esperimenti della Corea del Nord su esseri umani”) cercarono una foto contenente un ammasso di pelle umana con cui accompagnare l’articolo. In meno di dieci minuti la coppia guadagnò 120 dollari.

Fiutato il business, il sito della coppia si rivolse alla crescente platea dei sostenitori di Trump pubblicando fake news a go go, con articoli dai titoli tanto enfatici quanto inverosimili (“Il segreto sulla nascita di Obama” o “ULTIMISSIMA: Michelle Obama organizza raduni femministi nella sua CASA DEGLI SCHIAVI!”).

La fabbrica delle false notizie volte a favorire l’elezione di Trump si rivelerà un’autentica gallina dalle uova d’oro. Il sito di fake news di Jestin Coler, che si avvale di uno staff di 25 collaboratori incassò ogni mese una cifra che oscillava intorno ai 30.000 dollari. La cosa paradossale era che Coler inizialmente si era “infiltrato” nell’ambiente dei “fabbricanti” di notizie false con lo scopo di smascherare il loro modo di agire ma, dopo essersi reso conto della facilità e dell’entità del guadagno, passò disinvoltamente dall’altra parte della barricata. Come recita un famoso motto di Vespasiano, pecunia non olet.

Guai a ritenere che i foraggiatori del popolo di complottisti, elementi anti scientifici ed haters in servizio permanente ed effettivo sia limitato agli Stati Uniti. Un ruolo decisivo viene rivestito da siti i cui server sono collocati in Russia, nei paesi dell’est Europa e nei Balcani.

Emblematica in questo senso il ruolo di un piccolo stato come la Macedonia, dove nel 2016 operavano un centinaio di siti con il compito di effettuare “propaganda sporca”. Uno dei pionieri macedoni di questa vera e propria filiera delle fake news, un ventiquattrenne in un intervista dichiarò che il suo sito, prima di essere chiuso da Facebook e Google, incassava 2500 dollari al giorno. Uno stipendio medio in Macedonia si attesta intorno ai 430 dollari al mese.

In conclusione le “fabbriche” delle bufale forniscono quotidianamente un vasto armamentario di munizioni a quelli che Eco definì “imbecilli”, che naturalmente ben si guardano da effettuare qualunque tipo di verifica sull’attendibilità di queste notizie. Bufale che soddisfano pienamente i loro pregiudizi politici e sociali e che corroborano le loro convinzioni a dispetto dell’inverosimiglianza, spesso plateale di queste non-notizie.

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