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Brain hacking: cos’è

È possibile per un hacker attaccare il cervello di una persona invece di quello di una macchina? Ecco cos'è il brain hacking. Questo tipo di spionaggio mentale si è sviluppato con la tecnologia e la crescente digitalizzazione. Sebbene queste tecniche siano già in uso, il risultato dipende dall'intenzione con cui vengono applicate

È possibile per un hacker attaccare il cervello di una persona invece di quello di una macchina? Ecco cos’è il brain hacking. Questo tipo di spionaggio mentale si è sviluppato con la tecnologia e la crescente digitalizzazione. Sebbene queste tecniche siano già in uso, il risultato dipende dall’intenzione con cui vengono applicate.

Basta trascorrere qualche minuto sulla metropolitana o fare una passeggiata nel centro città per rendersi conto di quante persone siano completamente immerse nel proprio telefono cellulare. Lo smartphone è diventato un dispositivo che viene utilizzato con regolarità talvolta quasi ossessiva, in qualsiasi momento della giornata ed in qualsiasi luogo, vi sono gli estremi per parlare di dipendenza?

In inglese il fenomeno è chiamato “engagement” ma la sostanza è la stessa. I social network e le applicazioni, che abbiamo scaricato nel nostro telefono, sono stati progettati in modo da catturare la nostra attenzione e spingerci ad entrare nei nostri account ancora ed ancora, mantenendoci praticamente incollati allo schermo per lunghissimi periodi di tempo. Ed è questa capacità della tecnologia di modificare le nostre abitudini che oggi viene chiamata brain hacking.

Facendo ricorso agli istinti più basilari che governano il comportamento umano, le app funzionano esattamente come le buone vecchie slot machine. La leva è stata sostituita dall’accesso al proprio account ed il possibile premio in denaro è stato rimpiazzato da ricompense psicologiche come i likes, l’incremento dei follower, commenti con simpatiche emoji, richieste di amicizia, notifiche, etc…

Il meccanismo del brain hacking è forse anche più insidioso delle vere slot: un soggetto che accede ad uno dei tanti siti di gioco e inizia a giocare con una videoslot, ha infatti la possibilità di vincere un premio reale, costituito da denaro vero. Lo smartphone, invece, offre solo gratificazioni immateriali, che sono comunque sufficienti a sviluppare negli utilizzatori un comportamento di dipendenza.

L’obiettivo non dichiarato dei programmatori è quello di mantenere alto l’interesse del soggetto, perché più spesso il cliente si collega e più a lungo rimane connesso, maggiore è la quantità di informazioni che possono essere raccolte e di annunci pubblicitari che possono essere mostrati, il che si traduce in profitti più alti. Basta considerare che negli ultimi due anni, negli Stati Uniti, la spesa pubblicitaria all’interno dei social media è raddoppiata, raggiungendo quota 30 miliardi di dollari.

Per catturare l’attenzione degli utenti, i programmi vengono creati facendo ricorso alle conoscenze scientifiche in merito alla psicologia umana. Emozioni basilari come la necessità di essere apprezzati dagli altri, il timore di essere tagliati fuori dal gruppo, la paura di perdere informazioni importanti, vengono utilizzate proprio per modellare i comportamenti degli utenti e per catturare la loro attenzione.

L’utilizzo di social media e app, ci porta a sviluppare una sorta di abitudine che, anche in assenza di notifiche, ci ricorda che non abbiamo controllato Facebook o Instagram da 15/20 minuti. Questo pensiero attiva la produzione di cortisolo, nel nostro cervello. Tale ormone è in grado di produrre uno stato di ansietà che possiamo alleviare proprio andando a controllare se vi sono like o commenti presenti nei post, se ci sono nuovi messaggi o altri “premi”.

Non serve essere scienziati per osservare come, in pochi anni, l’utilizzo di smartphone, social e app sia stato in grado di modificare il comportamento delle persone, attuando una sorta di riprogrammazione del loro modo di pensare ed agire, proprio in funzione di queste gratificazioni digitali. Se poi si considera che una buona porzione dell’utenza dei social network è costituita da teenager, è evidente che il brain hacking potrà produrre effetti consistenti sulla psicologia, sulle emozioni e sulle abilità sociali degli adulti del futuro.

Proprio per investigare gli effetti du questo brain hacking, il governo federale americano, attraverso il National Institutes of Health sta effettuando uno studio che monitorerà oltre 11.000 bambini per un periodo di 10 anni. L’indagine che ha come obiettivo quello di comprendere come il tempo trascorso davanti ad uno schermo possa influenzare la struttura fisica del cervello dei giovani, la salute mentale ed il loro sviluppo emotivo, ha già prodotto i primi risultati: le scansioni cerebrali mostrano un assottigliamento della corteccia cerebrale nei bambini che trascorrono più di 7 ore al giorno davanti ad uno schermo.

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