Blackout game, l’uomo nero di Tik Tok e altri mostri

Non è certo la prima volta che si sente parlare di Blackout Challenge. da Johnatan Galindo, un meme nato nelle famigerate lande di 4chan e diffuso tra il giovanissimo e impressionabile pubblico di TikTok dai cosiddetti griefer, fino al Black Out game, passando per il Blue Whale. I mostri della rete sembrano avere trovato casa in TikTok, il social cinese dedicato ai giovanissimi

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Fa troppo male parlare della ragazzina di Palermo morta soffocata per aver partecipato ad un terribile gioco appreso in rete, sul social TikTok, probabilmente, ennesima vittima del famigerato Blackout game, ma è bene ripercorrere le tracce note dei mostri della rete che, più di una volta, hanno spinto numerosi adolescenti al suicidio.


E non c’è solo il Blackout game, ormai da tempo si parla su TikTok, e non solo, di Jonathan Galindo, Un personaggio da meme trasformatosi in uno dei tanti mostri che infestano la rete, capace di perpetrare la Blue Whale Challenge, il “gioco” che, in diverse varianti si diffuse rapidissimo su Internet. La Blue Whale Challenge era una sfida virtuale in cui dei non meglio identificati personaggi spingevano giovani e giovanissimi ad una serie di giochi assurdi fino a spingerli al suicidio.

Blackout game, l’uomo nero di Tik Tok e altri mostri

Partiamo da una considerazione fondamentale: come nel caso del Blackout game, dietro Johnatan Galindo non c’è una persona reale, perlomeno non una sola, ma solamente una serie di account fake. Allora cos’è, chi c’è dietro?

Johnatan Galindo è un meme nato nelle lande di 4chan e diffuso tra il giovanissimo e impressionabile pubblico di TikTok da personaggi dal dubbio umorismo chiamati griefer. 4chan è un sito web imageboard in lingua inglese fondato da Christopher Poole nel 2003, sul modello del sito web imageboard giapponese 2channel.

Gli utenti, in genere, pubblicano i loro contenuti in forma anonima e il sito è stato associato a diverse subculture internet, in particolare ad Anonymous, ad Alt-Right, e al progetto Chanology, più di recente anche aderenti all’ideologia Qanon vi hanno trovato spazio.

Il griefer, termine rubato al mondo dei videogiochi, trae piacere non dal divertirsi in un gioco, ma rovinando l’esperienza di gioco a tutti, nel mondo delle bufale il griefer è qualcuno che gode nel creare bufale che danneggino, impauriscono o causino danni materiali o morali a chi le prende sul serio.

Gianmarco Zagato, YouTuber e ricercatore dell’horror, cercando le immagini di Jonathan Gelindo su Google images, ha scoperto una serie di profili usa e getta creati per impressionare il pubblico dei vari social. Zagato ha scoperto che le foto che ritraggono Gelindo riportano all’incolpevole Samuel Catnipnik che nel 2010 aveva ideato la maschera del personaggio.

Nel 2012-2013 la stessa maschera compare in alcuni video sessualmente espliciti di un artista e videomaker americano che sui social si identifica come Dusky Sam, Sammy Catnipnik o Samuel Canini.

A partire dal 2017 le immagini di questo personaggio che ricorda “Pippo”, l’inseparabile compagno di Topolino, si sono trasformate in quelle di Jonathan Galindo che deve il successo al social Tik tok e all’utente registrato nell’autunno 2019 come jonathangalindo54.

Da allora, gli account con nomi simili si sono moltiplicati. Il successo diventa mondiale quando un influencer messicano di nome Carlos Name, e circa 1.700.000 followers su Instagram, rilancia la storia del “Pippo umano”, raccontando di averlo visto appostato fuori da casa sua, di notte.

Sembra che Jonathan Galindo sia passato da semplice “meme” a leggenda metropolitana: un personaggio disturbato con una maschera che nasconde una deformità fisica. Comunicare con lui sarebbe fatale, Gelindo manderebbe dei video inquietanti, corredati da foto della casa della vittima ripresa dall’esterno grazie a doti di persecutore in grado di scoprire ogni cosa degli utenti; insomma, uno stalker.

Quindi parliamo solo una gigantesca bufala? Zagato da parte sua non ha dubbi: “Secondo me sì. E’ una completa follia, una storia creata per parlare di qualcosa, ma dietro non c’è niente di niente. La cosa più brutta, secondo me, è che tutte queste storie comincino come presa in giro, tanto per parlare di una notizia, per fare un po’ di gossip e poi si sviluppano veramente e qualcuno si fa male. Queste storie nascono su Internet e muoiono quando la gente se le dimentica“.

Intanto, due anni fa, un ragazzino di 11 anni si è tolto la vita nel centro di Napoli lanciandosi dal balcone di casa. Il piccolo avrebbe lasciato nel cellulare e nel tablet pochi messaggi: “vi amo”, aggiungendo di avere di fronte un “uomo incappucciato” e di non avere “più tempo”. La Procura, come da prassi, ha indagato inutilmente sull’ipotesi di istigazione al suicidio e anche allora si parlò di Blackout game.

Queste frasi sembrano richiamare l’allarmante fenomeno delle catene social che si trasformano in vere e proprie spirali coinvolgendo i giovanissimi in sfide ad altissimo rischio. Per ora si tratta di una ipotesi ancora in corso di verifica, ma l’uomo nero, potrebbe essere proprio Jonathan Galindo.

L’ipotesi è che l’undicenne fosse caduto nella trappola del gioco ‘Jonathan Galindo’, in cui un uomo col cappuccio nero, dopo aver agganciato i piccoli sui social, li trascina in sfide e prove fino a causarne la morte, un po’ come succedeva qualche anno fa con il tragico “Black out game“ e con il già ricordato “Blue Whale“.

La Polizia Postale aveva messo in guardia dalla possibilità che adolescenti e bambini potessero essere contattati da questo profilo fake.

Ma chi si nasconde dietro l’account di Jonathan Galindo? Per ora non ci sono prove sull’esistenza di una persona fisica dietro Jonathan Gelindo. Tuttavia sarebbero questo tipo di “giochi” ad attrarre grazie all’alone di mistero che le avvolge.

Nei notiziari è tornato alla ribalta in questi giorni ma chi ha buona memoria e chi conosce i meandri della rete sa che il Blackout game, o Blackout challenge gira da parecchio tempo ed era già noto e praticato quando esplose il caso  del “Blue Whale“, la balena blu, il gioco uscito qualche tempo fa da VK, il principale social network russo, che portava adolescenti plagiati a togliersi la vita, filmando l’evento, come ultima di 49 prove che ne dovevano progressivamente testare la sottomissione e la dipendenza.

Il Blackout game esiste da decenni

Ora il Blackout Game torna alla ribalta, un “gioco” diverso ma, in qualche modo, simile. In un articolo di un paio d’anni fa, il sito web linkiesta, parlava di almeno 82 vittime registrate, con il 96% delle quali morte in solitudine, apparentemente alla ricerca di “un mix di eccitazione e di paura, di uno stato di euforia tale da poter addirittura diventare letale“.

Il Blackout game, in realtà, esiste da decenni, è noto anche come “pass out game” o come “scarf game” e non è stato inventato ieri o qualche giorno fa, una sua variante è una forma di perversione sessuale. L’obiettivo del “gioco” è quello di soffocarsi da soli, con buste di plastica, catene, corde, sciarpe e quant’altro, mentre in compagnia lo si fa attraverso le braccia o le mani di un assistente. Non bastasse questa assurda forma di perversione, si usa anche farsi fotografare o riprendere con filmati in diretta web attraverso telefonini o smartphone.

A riprova che questa cosa esiste da anni, bisogna aggiungere che i numeri forniti da “linkiesta” non sono relativi ad un anno fa, bensì a dieci anni prima e resi noti dal  National Centre for Injury Prevention and Control degli Stati Uniti su un articolo pubblicato dal Washington Post.

Giochi (o pratiche) simili esistono da moltissimo tempo tra gli adolescenti e sono spesso tentativi di compiere un qualche rituale di iniziazione legato al passaggio di età. Spesso sono ragazzi più grandi, con una sorta di nonnismo fuori tempo massimo, ma anche coetanei ad incitare l’adolescente a sottoporsi ad una prova dove può rischiare la vita per dimostrare la sua maturità, il suo diritto di sedere tra i grandi.

Nell’articolo pubblicato nel 2007 dal Washington PostRobert L. Tobin del National Centre for Injury Prevention and Control spiegava che, rispetto al passato, ora, con l’avvento dei telefonini dotati di telecamera in grado di riprendere la prova (e, aggiungiamo noi, in chiave ancora più moderna, degli smartphone in grado non solo di riprendere ma anche di trasmettere in diretta web la prova) “il fattore nuovo è che vengono praticati in solitudine e i fattori di rischio o la probabilità di morire aumentano proprio per questa ragione“.

La cosa che lascia perplessi è che di questi giochi nessuno abbia mai sentito parlare primagenitori, psicologi, assistenti sociali, insegnanti, magistrati inquirenti, investigatori, tutti cadono dal pero, eppure Whatsapp, Telegram, Facebook, come nel caso del Blue Whale, sono pieni di chat recanti numeri ed indicazioni.

Insomma, volendo approfondire l’argomento, si scopre che i “giochi del suicidio”, nelle loro varie declinazioni, non nascono oggi, non sono la conseguenza di una gioventì priva di valori e fin troppo connessa e senza controllo.

Si trovano decine di casi nelle cronache internazionali. Nei bollettini del The American Journal of Forensic Medicine and Pathology, i medici legali raccontano con statistiche, tabelle e gergo medico l’evoluzione del fenomeno, dal 1995 in poi, utilizzando descrizioni, nude e crude, di vere e proprie scene macabre che hanno coinvolto bambine o poco più (11-12 anni) ritrovate legate ai letti con collari e guinzagli e le vie respiratorie bloccate.

Secondo la Polizia Postale, famiglie e amici dovrebbero prestare attenzione ad un elenco di consigli per cercare di capire in anticipo se qualcuno sia un soggetto a rischio. Fra i suggerimenti compaiono anche consigli di puro buon senso come “prestare attenzione ai cambiamenti repentini di umore e rendimento scolastico”; “osservare se ci sono comportamenti masochistici come ferite auto inflitte” o “aumentare il dialogo sulla sicurezza in rete”.

Ora, come fu per la vicenda legata al Blue Whale, il Blackout Game è tornato sulla stampa generalista ma gli approfondimenti e le analisi che non si fermano alla superficie mostrano come proprio nei meandri del dark web esistano da sempre gruppi dedicati alla scottante tematica del suicido. 

Non si tratta di gruppi di incitamento e non sono nemmeno forum di auto aiuto, perlomeno non solo, ma piuttosto luoghi dove il suicidio viene affrontato senza quella coltre di tabù che lo rivestirebbe in una normale conversazione quotidiana. Ed è l’anonimato garantito dalla rete che permette questo tipo di discussione.

Il problema è che, di solito, si decide di praticare il Blackout Game per ragioni diverse dal suicidio e, quindi, nella maggior parte dei casi, non sono mai stati osservati quei sintomi rivelatori che la polizia postale invita a cercare.

Non è un caso che il “blackout game” sia noto anche come “gioco dello svenimento“, perchè, in realtà, è una sorta di gioco del soffocamento in cui le persone, sfidano la morte rimanendo il più a lungo possibile senza ossigeno, allo scopo di provare l’ebbrezza di quando si rimane senza ossigeno a 7.000 metri di altitudine oppure quando si sta per morire.

Come spiegato in precedenza, certe perversioni sessuali ricercano l’esaltazione dell’orgasmo mentre si arriva al limite della resistenza senz’aria, di solito con una busta di plastica sigillata a racchiudere la testa per non avere la possibilità di poter vincere il naturale impulso di respirare.

Il passo finale di questa sfida insensata è riuscire a perdere i sensi per poi rinvenire dopo pochi secondi in preda all’euforia, il tutto davanti ad una webcam che riprende l’evento diretta, a beneficio di altri praticanti del gioco.

Basta fare qualche ricerca in rete per rendersi conto che si tratta di una pratica abbastanza diffusa tra i giovanissimi. I casi di cronaca sono numerosi, in Italia, se ne sono registrati a Bressanone, Rovigo e Padova.

Sfide estreme, forme di perversione sessuale, prove di coraggio, riti di passaggio eseguiti nell’incoscienza e nell’ignoranza.

Se vogliamo un responsabile, c’è ed è il silenzioquel silenzio omertoso che regna tra i ragazzi che sanno quando un amico ha iniziato a sottoporsi a questo rituale che procede per gradi e livelli, come un malefico videogame in cui ogni livello porta ad una sfida più estrema, al solo scopo di dimostrare di essere abbastanza forti per farlo.

Ma anche quel silenzio che, troppo spesso, vige nei rapporti tra genitori e figli.