Spesso si osserva, in età adulta, un’accelerazione nella percezione del tempo, con il susseguirsi degli eventi e delle festività che sembra avvenire con crescente rapidità.
Questa esperienza contrasta nettamente con quella dell’infanzia e dell’adolescenza: per un dodicenne, ad esempio, l’attesa delle vacanze estive può protrarsi indefinitamente, e una giornata scolastica singola può apparire interminabile.
Tale discrepanza tra la dilatazione vissuta dal bambino e la condensazione percepita dall’adulto non è meramente aneddotica, bensì riflette un profondo cambiamento nel modo in cui la mente umana elabora e quantifica la durata degli eventi.

Il tempo: una percezione che cambia con l’età
I bambini vivono le loro giornate all’insegna delle “prime volte“: il primo bagno in piscina, il primo approccio alla divisione, il primo pigiama party fuori casa. Queste esperienze inedite riempiono il cervello di nuove immagini e informazioni da elaborare e archiviare, dilatando soggettivamente la durata di un singolo pomeriggio. Gli adulti, invece, tendono a seguire routine più familiari e ripetitive. Con un minor numero di nuove “istantanee” da memorizzare, le loro giornate si condensano, assomigliando più a un breve riassunto che a un lungo film.
Secondo lo psicologo Marc Wittmann dell’Institute for Frontier Areas of Psychology and Mental Health (IGPP), la sensazione che il tempo acceleri è strettamente correlata alla quantità di nuovo materiale che il nostro cervello registra quotidianamente. Wittmann evidenzia che memoria e percezione del tempo sono strettamente interconnesse a livello neurale: quando una rallenta, l’altra si contrae. La “novità” emerge dunque come l’elemento fondamentale di questo affascinante fenomeno.
Come la novità plasma la nostra percezione
Ogni volta che il nostro cervello elabora qualcosa di completamente nuovo, si verifica un rapido aumento dell’attenzione, segnalando l’evento come degno di essere ricordato. Più intensi sono questi segnali, più denso diventa il registro mnemonico e più lungo appare, a posteriori, quel determinato lasso di tempo.
I bambini, in quanto esploratori di un mondo quasi interamente nuovo, attivano costantemente questi segnali di novità. Una battuta in mensa, una parola imparata a scuola o una partita a rincorrersi: ogni esperienza rappresenta un piccolo, memorabile capitolo a sé. Gli adulti, al contrario, tendono a vivere giornate scandite da routine familiari, che differiscono spesso solo per la data sul calendario. Con meno “capitoli” inediti da registrare, il “libro” di una settimana si legge come un racconto breve, anziché un lungo romanzo.
Secondo la ricerca, la novità non si limita a dilatare il passato, ma affina anche la nostra percezione del presente. Uno studio del 2024, che ha utilizzato la realtà virtuale immersiva, ha rivelato come i volontari più anziani tendessero a sottostimare semplici intervalli di tempo di circa il 15%, evidenziando chiaramente come la novità sia in grado di acuire il nostro orologio interno.
Inoltre, la routine non solo comprime la nostra memoria del passato, ma sembra anche prosciugare la percezione del presente. Studi che hanno monitorato il periodo delle festività in vari Paesi hanno mostrato che le persone con ritmi quotidiani più prevedibili percepivano l’arrivo di Natale o Ramadan come più rapido di anno in anno, mentre coloro che integravano nuove attività segnalavano un avvicinamento più lento ai festeggiamenti.
Ogni sensazione, dall’occhio all’orecchio, deve viaggiare verso la corteccia cerebrale. Nei bambini, queste “autostrade neurali” sono brevi e incredibilmente efficienti. Con l’avanzare dell’età, i percorsi si allungano e la velocità di conduzione, sebbene ancora elevata, non può più eguagliare la rapidità iniziale.
A questo si aggiunge un rallentamento naturale nell’elaborazione dei segnali dovuto all’età, che porta il cervello a “campionare” il mondo con minore frequenza al secondo. Meno campioni significano meno “ticchettii” sul nostro cronometro soggettivo, motivo per cui una riunione mattutina sembra svanire più rapidamente per un quarantenne rispetto a un bambino di quarta elementare.
Questo “campionamento” si manifesta anche attraverso i nostri occhi. I nostri occhi si muovono rapidamente da un punto all’altro con movimenti saccadici, fermandosi in brevi fissazioni mentre il cervello cattura un fotogramma visivo. Gli occhi giovani e riposati concentrano più fissazioni al minuto. Al contrario, gli occhi più anziani o affaticati rallentano, offrendo al cervello meno “fotogrammi” da assemblare.
Con una “pellicola” più sottile, la proiezione del giorno sembra accelerare. Gli scienziati che studiano i movimenti oculari paragonano questa percezione a un “flipbook“: ogni fissazione è una pagina. Sfogliare le pagine abbastanza velocemente crea l’illusione di un’azione fluida. Quando le fissazioni rallentano, il “flipbook” perde pagine; il movimento è ancora percepibile, ma la trama diventa frammentata e, nel ricordo, si accorcia.
Sonno e percezione del tempo: un legame cruciale
Una singola notte di sonno ristoratore ha il potere di rallentare la frenesia delle giornate percepite. Quando i neuroni sono ben riposati, si attivano più velocemente, aumentando la capacità di notare dettagli e di formare ricordi più nitidi. Gli atleti conoscono bene il rovescio della medaglia: scendere in campo dopo una notte insonne rende l’intera partita confusa, con le azioni che si susseguono ma la mente che registra solo rari momenti prima del fischio finale. Lo stesso accade agli studenti che passano la notte in bianco: un esame può sembrare finire pochi istanti dopo essere iniziato.
La stanchezza cronica amplifica ulteriormente questo effetto. Un riposo continuamente interrotto riduce la prontezza mentale di base, diminuendo la nostra capacità di reagire e registrare il giorno per giorno. Con il passare dei mesi, la vita può apparire scivolare via rapidamente, non perché il tempo oggettivo sia accelerato, ma perché il nostro “registratore” mentale ha rallentato. A ciò si aggiunge che la dopamina, un neurotrasmettitore cruciale per la motivazione e la stima del tempo, diminuisce con la privazione del sonno, distorcendo ulteriormente il senso della durata.
I feed infiniti sui social media promettono varietà, ma la maggior parte degli algoritmi ripropone contenuti simili. Scorrendo video dopo video dello stesso trend di danza, il cervello registra un cambiamento minimo. Le ore evaporano, mentre il registro della memoria rimane quasi vuoto. Se a questo si aggiunge il ritardo del sonno indotto dalla luce blu degli schermi, si crea un doppio svantaggio: meno “istantanee” vengono catturate e si dorme meno.
Ridurre lo scrolling passivo o sostituirlo con attività genuinamente innovative – come provare una nuova ricetta o imparare un accordo di chitarra – nutre il cervello con momenti più distinti. Questi momenti dilatano il tempo soggettivo, trasformando una serata altrimenti confusa in qualcosa di più appagante e memorabile.
Oltre a un’elaborazione sensoriale più lenta, gli adulti spesso gestiscono lunghe liste di responsabilità. L’attenzione si concentra sui compiti da svolgere – e-mail, commissioni, budget – e si analizza meno l’ambiente circostante in cerca di nuovi input. Conseguentemente, la novità diminuisce e le giornate soggettive si accorciano.
Un’indagine del 2023 ha confrontato giovani adulti e pensionati, rilevando che il gruppo più anziano percepiva l’anno come “passante velocemente” quasi il doppio delle volte, attribuendo questa sensazione alla prevedibilità delle routine quotidiane piuttosto che a problemi di salute. Tuttavia, non tutti gli anziani sperimentano questa percezione accelerata. I ricercatori che studiano i cosiddetti “super-anziani” notano che coloro che continuano ad apprendere nuove competenze e a impegnarsi socialmente mantengono una percezione del tempo più acuta, oltre a prestazioni mnemoniche più elevate. In sintesi, la varietà è fondamentale per mantenere attiva e efficiente la “fotocamera” del cervello.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista European Review.





































