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Un fungo in grado di degradare la plastica

Uno dei principali problemi ambientali degli ultimi decenni è costituito dall'impossibilità di smaltire le enormi quantità di plastica che fabbrichiamo e che, prima o poi, finiscono tra i rifiuti, accumulandosi tra discariche ed oceani senza che sia possibile degradarle

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Uno dei principali problemi ambientali degli ultimi decenni è costituito dall’impossibilità di smaltire le enormi quantità di plastica che fabbrichiamo e che, prima o poi, finiscono tra i rifiuti, accumulandosi tra discariche ed oceani senza che sia possibile degradarle.

Mari ed oceani sono solcati da enormi isole costituite da frammenti di plastica tritati, ma non degradati, dagli elementi che sempre più, oltre a soffocare le acque, cominciano ad entrare nella catena alimentare attraverso i pesci che le ingoiano e comincia ad essere considerato reale e pressante anche il rischio che microparticelle di plastica stiano ormai inquinando anche l’acqua potabile destinata al consumo umano.

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Insomma, i nostri rifiuti di plastica, stanno pesantemente alterando l’ambiente.

Un fungo che mangia la plastica

Ultimamente, però, alcuni ricercatori hanno scoperto che la natura prova a ristabilire i suoi equilibri e alcuni organismi stanno provando a metabolizzare le materie plastiche. Ad esempio, I ricercatori hanno trovato una specie di fungo, nota come Aspergillus tubingensis, che è in grado di nutrirsi di plastica.

Negli esperimenti di laboratorio, pubblicati in Environmental Pollution, gli scienziati hanno scoperto che il micelio di questo fungo sembra in grado di colonizzare depositi di rifiuti di plastica in poliuretano di poliestere, causando degradazioni superficiali e cicatrici.

Non è la prima volta che vengono individuati organismi in grado di alimentarsi con rifiuti di plastica. Ci sono state molteplici scoperte di batteri in grado di abbattere la plastica e all’inizio di quest’anno è stato anche scoperto che una creatura molto più grande, il wax worm, può naturalmente degradare la plastica, a causa della sua struttura simile a quella della cera d’api, suo alimento naturale.

Queste osservazioni, e il loro moltiplicarsi, sta suscitando diversi gradi di interesse. Da una parte, i ricercatori stanno cercando di capire come si potrebbero sfruttare queste capacità di alcuni microorganismi per abbattere le spaventose quantità di plastica che noi come specie stiamo continuando a produrre ed abbandonare nell’ambiente, dall’altra è interessante capire come la vita cerca sempre di scavarsi una nicchia in cui vivere sfruttando ciò che mette a disposizione l’ambiente.

Uno studio ha evidenziato che dopo due mesi in un mezzo liquido, l’Aspergillum tubingensis aveva degradato un foglio di poliuretano di poliestere fino alla sua completa distruzione. Queste osservazioni ed i relativi esperimenti sono solo i primi tentativi di risolvere un problema che è ormai diventato molto serio ma dimostrano che l’uso di questo e altri microrganismi può contribuire perlomeno a contenere il problema.

C’è, però, da considerare un aspetto non proprio positivo: una delle ragioni del grande successo della plastica e del suo impiego ubiquitario in molteplici settori delle attività umane, dall’industria alla medicina, è la sua proprietà di essere inerte e quindi sterile. Con le plastiche produciamo non solo buste e imballaggi ma queste sostanze entrano anche nella produzione, ad esempio, di aerei e pacemaker.

Il fatto che vi siano microrganismi che appaiono in evoluzione per approfittare di questa così abbondante risorsa potrebbe diventare un giorno causa di grande preoccupazione: immaginate un fungo che attacca un pacemaker o una protesi o, magari, un componente fondamentale di un aereo.

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