Un team di archeologi nell’Italia nord-orientale ha fatto una scoperta eccezionale in un pozzo vicino a Faenza, in provincia di Ravenna: i resti, purtroppo altamente degradati, di un neonato vissuto tra 4.000 e 5.000 anni fa, risalente all’Età del Rame.
Sebbene lo scheletro fosse ridotto a poche corone dentarie e minuscoli frammenti ossei, un team di ricerca guidato dall’Università di Bologna è riuscito a ricostruire aspetti cruciali della vita, della salute e della discendenza del neonato, grazie all’applicazione di metodologie scientifiche avanzate.

Il ritrovamento di un neonato vissuto tra 4.000 e 5.000 anni fa
Lo scavo, eseguito durante un’indagine archeologica di routine precedente un progetto di costruzione, aveva inizialmente fornito pochi dati dalle analisi osteologiche tradizionali, a causa del grave stato di conservazione dei resti. Gli scienziati hanno quindi adottato un approccio interdisciplinare, impiegando tecniche di istologia dentale, datazione al radiocarbonio, biogeochimica, paleoproteomica e DNA antico (aDNA) per massimizzare le informazioni ottenibili.
Owen Alexander Higgins, ricercatore presso il Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Bologna e autore principale dello studio, ha sottolineato l’importanza di analizzare anche i resti del neonato più degradati, affermando che “la nostra ricerca dimostra che anche i materiali osteologici altamente degradati contengono informazioni importanti se esaminati con metodi avanzati“.
Attraverso l’analisi microscopica di due denti – un molare da latte e un molare permanente in via di sviluppo – gli scienziati hanno stimato che il neonato fosse deceduto all’età di circa 17 mesi. L’esame istologico non ha rivelato alcun segno di malnutrizione o stress nelle prime fasi dello sviluppo, suggerendo un inizio di vita relativamente sano per il neonato.
Determinare il sesso del neonato era un’impresa ardua a causa della frammentarietà dei resti. Sia l’analisi proteomica dello smalto dentale che l’esame genomico dei frammenti ossei hanno confermato che il neonato era di sesso maschile. Un dato ancora più sorprendente è emerso dall’analisi del DNA antico, che ha identificato un raro aplogruppo mitocondriale, V+@72. Questo specifico aplogruppo era stato scoperto in precedenza solo in un altro campione antico proveniente dalla necropoli eneolitica di Serra Cabriles, situata nella Sardegna nord-occidentale, suggerendo un possibile legame genetico tra le popolazioni di queste due regioni distanti nell’Età del Rame.
Un aplogruppo raro e la sua distribuzione geografica
La scoperta dell’aplogruppo mitocondriale V+@72 nei resti del neonato dell’Età del Rame, rinvenuto vicino a Faenza, ha implicazioni profonde per la nostra comprensione delle dinamiche demografiche preistoriche. Questo specifico aplogruppo, trasmesso per via materna, è infatti estremamente raro nelle popolazioni europee odierne. La sua presenza è prevalentemente associata ai Sami dell’Europa settentrionale e alle popolazioni che abitano lungo la costa cantabrica in Spagna. Questa distribuzione geografica così frammentata e distante lo rende un marcatore genetico di grande interesse per gli archeogenetisti.
La rilevazione di V+@72 nell’Italia dell’Età del Rame, una regione geograficamente distante dalle sue attuali concentrazioni primarie, suggerisce possibili connessioni materne a lunga distanza che finora non erano state documentate. Questa presenza anomala indica la probabilità di migrazioni preistoriche non registrate o di interazioni culturali significative tra gruppi umani nell’Europa preistorica.
La presenza dell’aplogruppo V+@72 in un contesto inatteso suggerisce l’occorrenza di scenari in cui piccoli gruppi o singoli individui si sono spostati attraverso il continente, veicolando il loro patrimonio genetico. Tali spostamenti potrebbero essere stati indotti da motivazioni quali attività commerciali, scambi culturali, unioni matrimoniali inter-comunitarie o la ricerca di nuove risorse e territori.
Ridefinire la mobilità umana nell’Età del Rame
La scoperta dell’aplogruppo mitocondriale V+@72 in un contesto così inatteso, come i resti di un neonato dell’Età del Rame in Emilia-Romagna, funge da catalizzatore per una profonda revisione della nostra comprensione delle dinamiche sociali e demografiche di quel periodo. Fino a poco tempo fa, le ricostruzioni delle società preistoriche si basavano prevalentemente su evidenze archeologiche tradizionali, quali insediamenti, manufatti e strutture funerarie. Questi dati, sebbene fondamentali, tendevano a suggerire una mobilità umana relativamente limitata, con comunità stabilizzate e interazioni confinate a brevi distanze geografiche.
L’analisi genetica offre ora una prospettiva radicalmente diversa. La presenza di un marcatore genetico materno estremamente raro in Europa, e le cui attuali concentrazioni primarie si trovano in regioni geograficamente distanti come la Scandinavia settentrionale (Sami) e la costa cantabrica spagnola, indica una mobilità umana ben più articolata e su larga scala di quanto si fosse precedentemente ipotizzato. Non si trattava, dunque, solo di movimenti di piccoli gruppi limitati a contesti regionali, ma di connessioni e spostamenti che attraversavano ampie porzioni del continente europeo.
Questa minuscola traccia genetica, rilevata in un singolo individuo, si configura come un potente indicatore di antiche connessioni e scambi tra popolazioni che, secondo le precedenti interpretazioni, erano percepite come geograficamente e culturalmente isolate. La sua esistenza suggerisce l’occorrenza di scenari complessi: forse matrimoni inter-comunitari che coinvolgevano individui provenienti da aree remote, scambi culturali e commerciali su lunghe distanze che facilitavano il movimento di persone, o persino migrazioni di piccoli nuclei familiari o clan che si spostavano per ragioni ignote, come la ricerca di nuove risorse o la pressione demografica.
Queste nuove evidenze genetiche stanno quindi aprendo nuove e significative prospettive sulla preistoria europea. Ci permettono di immaginare un’Età del Rame non come un mosaico di comunità statiche e scollegate, ma come una rete dinamica di interazioni, migrazioni e scambi che hanno plasmato il patrimonio genetico e culturale del continente. La ricerca archeogenetica, in questo senso, sta riscrivendo le narrazioni storiche, fornendo dettagli intimi sulle vite e sui movimenti di individui che hanno contribuito a tessere la complessa trama delle popolazioni europee migliaia di anni fa.
Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Archaeological Science.





































