Potremmo avere ereditato la suscettibilità alla Covid-19 dai Neanderthal

Secondo un nuovo studio un tratto del nostro DNA, legato allla letalità di Covid-19, ci è stato tramandato dagli uomini di Neanderthal quando ci incrociammo con loro più di 60.000 anni fa. Gli scienziati, al momento, non sono ancora in grado di spiegare il perché questo particolare segmento, riesca ad aumentare il rischio di gravi conseguenze a chi viene colpito dal Coronavirus.

2106

Sembra che esista un tratto di sei geni, che potrebbe essere in grado di aumentare il rischio di gravi complicazioni da nuovo Coronavirus.
Secondo un nuovo studio un tratto del nostro DNA, legato allla letalità di Covid-19, ci è stato tramandato dagli uomini di Neanderthal quando ci incrociammo con loro più di 60.000 anni fa. Gli scienziati, al momento, non sono ancora in grado di spiegare il perché questo particolare segmento, riesca ad aumentare il rischio di gravi conseguenze a chi viene colpito dal Coronavirus.
I nuovi risultati, pubblicati su biorxiv ma non ancora sottoposti a Peer Review, mostrano come molte informazioni riguardanti la salute moderna derivino direttamente da fattori molto antichi.
Joshua Akey, genetista dell’Università di Princeton che non è stato coinvolto nel nuovo studio, ha dichiarato che “l’effetto dell’ibridazione con i Neanderthal, verificatasi circa 60.000 anni fa, ad oggi, sta ancora causando delle ripercussioni”.
Lo studio ha scoperto che questa parte di genoma, che comprende i sei geni del cromosoma 3, è stata caratterizzata da un viaggio enigmatico avvenuto durante tutta la storia dell’uomo. Infatti, questo particolare segmento è presente nel 63% della popolazione in Bangladesh, e in Asia meridionale quasi un terzo della popolazione lo ha ereditato. Tuttavia, in altre parti del mondo il segmento è molto meno comune, con dei valori del 8% in Europa, del 4% in Asia orientale, mentre in Africa e quasi del tutto assente.
La domanda che si pongono gli scienziati è quale sia stato il modello evolutivo che ha portato a questa distribuzione avvenuta negli ultimi 60.000 anni. Uno degli autori dello studio, Hugo Zeberg, genetista del Karolinska Institute in Svezia, ha commentato dicendo che “questa è una domanda da 10 milioni di dollari“.
Una possibilità potrebbe essere che l’impatto genetico dei Neanderthal potrebbe essere stato dannoso e per questo motivo sta man mano scomparendo. Al contrario, potrebbe essere possibile che il segmento tramandato abbia invece migliorato la salute delle persone dell’Asia meridionale, fornendogli una forte risposta immunitaria ai virus presenti nella regione.
Il Dr. Svante Paabo Zeberg, co-autore dello studio e direttore del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia, in Germania, ha affermato che “bisogna sottolineare che a questo punto si potrebbe trattare di pura speculazione”.
I ricercatori, al momento, non hanno trovato ancora nessuna ragione che spieghi perché la Covid-19 sia più pericolosa per alcune persone rispetto ad altre. L’unica informazione disponibile è che le persone anziane hanno maggiori probabilità di contrarre il virus in maniera grave rispetto a quelle più giovani e che gli uomini sono più a rischio delle donne.
Un altro fattore che i ricercatori stanno considerando è la disuguaglianza sociale. Infatti, negli Stati uniti le persone di colore sembrano avere molte più probabilità dei bianchi di ammalarsi gravemente, probabilmente a causa delle disparità sociali causate dal razzismo sistemico del paese.
Secondo i ricercatori anche i geni svolgono un ruolo molto importante. Infatti, il mese scorso hanno messo a confronto soggetti italiani a e spagnoli che sono state affetti da una forma grave di covid-19 con connazionali che hanno contratto l’infezione solo in forma lieve. Lo studio ha riscontrato nel loro genoma  due segmenti associati ad un rischio maggiore. Il primo nel cromosoma 9, in cui è anche presente l’ABO, il gene che determina il gruppo sanguigno, mentre il secondo segmento è presente nel cromosoma 3, quello riconducibile agli uomini di Neanderthal.
Ovviamente, i risultati genetici ottenuti vengono rapidamente aggiornati, man mano che vengono effettuati nuovi studi sulle persone colpite dal Covid-19. A tal proposito recentemente un gruppo internazionale di scienziati, il Covid-19 Host Genetics Initiative, ha rilasciato una nuova serie di dati che sembrano minimizzare il rischio legato al gruppo sanguigno. Invece, Mark Daly, genetista della Harvard Medical School, e membro dell’iniziativa, ritiene che “è ancora presto per dare delle informazioni, visto che i nuovi dati sembrano suggerire un legame forte tra la malattia e il segmento del cromosoma 3, fattore che potrebbe comportare una probabilità più alta di riscontrare una malattia più forte nelle persone che lo presentano”.
Il dr. Zeberg, dopo che la nuova serie di dati è stata pubblicata, ha deciso di scoprire se il segmento del cromosoma 3 sia stato ereditato dai Neanderthal. Dalle ricerche effettuate si sa che circa 60.000 anni fa alcuni antenati degli umani moderni migrarono fuori dall’Africa, arrivando a colonizzare l’Europa, l’Asia e l’Australia, dove si incrociarono con gli uomini di Neanderthal. A causa di questi incroci, l’eredità del DNA dei Neanderthal è rimasta impressa nel nostro codice genetico, diffondendosi così attraverso le generazioni anche molto tempo dopo la loro estinzione.
In realtà, la maggior parte dei geni che i Neanderthal hanno tramandato si è rivelata dannosa per l’uomo moderno, provocando problemi di salute e difficoltà nella riproduzione. Di conseguenza, i geni degli uomini di Neanderthal sono diventati sempre più rari, molti sono addirittura scomparsi del tutto dal nostro codice genetico.
Nonostante tutte le conseguenze negative apportate dai Neanderthal sul codice genetico, sembra che esistano invece alcuni geni che sono riusciti a fornire un vantaggio evolutivo, divenendo così abbastanza comuni. Infatti, la dott.ssa Zeberg, la dott.ssa Paabo e la dott.ssa Janet Kelso, anch’esse dell’Istituto Max Planck, hanno scoperto che un terzo delle donne europee presenta un recettore dell’ormone dei Neanderthal, che può essere associato ad un aumento della fertilità e ad un minor numero di aborti spontanei.
Zeberg sapeva che alcuni dei geni dei Neanderthal attualmente abbastanza comuni, sono in grado di combattere i virus. Probabilmente questa loro caratteristica si è diffusa quando si sono incrociati con gli antenati degli umani moderni in Asia e in Europa, trasferendo così le difese immunitarie dei virus che avevano già sconfitto, un tratto genetico che ancora oggi è presente.
Zeberg ha effettuato delle analisi sul cromosoma 3 in un database online di genomi dei Neanderthal, scoprendo così che il segmento che aumenta il rischio per le persone di contrarre gravi complicazioni col Covid-19 è lo stesso trovato in un Neanderthal che visse in Croazia 50.000 anni fa.
Tony Capra, genetista della Vanderbilt University, non coinvolto nello studio, ritiene plausibile che il frammento di DNA appartenente ai Neanderthal possa fornire un vantaggio, forse anche contro altri virus.
Una spiegazione possibile è che la risposta immunitaria che ha funzionato contro i virus antichi abbia finito per provocare una reazione eccessiva a contatto con il nuovo Coronavirus. La causa per cui le persone che si ammalano gravemente col Covid-19 potrebbe essere riconducibile ai loro sistemi immunitari, che lanciano attacchi incontrollati che finiscono per cicatrizzare i loro polmoni e causare le infiammazioni (tempesta di citochine).
Il dottor Paabo ha affermato che la spiegazione genetica potrebbe essere, almeno in parte, la ragione per cui le persone di origine bengalese hanno un alto tasso di mortalità con la Covid-19 nel Regno Unito. Al momento, però, il legame tra mortalità e il segmento dei Neanderthal in relazione alla Covid-19 non è ancora accertato.
Secondo Zeberg, lo studio sui reperti risalenti a 60.000 anni fa, inerenti a questo tratto di DNA nella nostra specie, potrebbe aiutare a spiegare perché oggi sia divenuto così pericoloso. “la sua storia evolutiva potrebbe fornirci molti interessanti indizi”, ha concluso.
Fonte: The New York Times