C’è o c’è stata vita su Marte? La NASA ha annunciato oggi che il rover Perseverance, attualmente operativo sul suolo marziano, ha individuato una delle prove più promettenti finora raccolte sulla possibilità che, miliardi di anni fa, sul Pianeta Rosso potesse esistere la vita.
Il campione analizzato proviene da una formazione rocciosa soprannominata Sapphire, nel canyon Bright Angel, nei pressi della zona denominata Neretva Vallis, all’interno del cratere Jezero. Si tratta di una mudstone ricca di argilla, un tipo di sedimento che sulla Terra si forma spesso in ambienti acquatici calmi, ideali per la proliferazione di forme di vita microbiche.
Cosa c’è nel campione?
Le analisi di Perseverance hanno rilevato nel campione:
Carbonio organico
Vivianite e greigite, due minerali associati alla presenza di fosforo e ferro, tipici di ambienti biologicamente attivi
Tracce di zolfo, cloro e altri elementi che indicano interazioni chimiche complesse
Secondo Joel Hurowitz, responsabile della missione per la NASA, la combinazione di questi elementi costituisce “una forte suggestione”, anche se non una prova definitiva. “Queste strutture e composizioni sono compatibili con una origine biologica,” ha affermato, “ma possono essere spiegate anche con processi puramente chimici.”
Il contesto: segnali ricorrenti
Non è la prima volta che le missioni marziane intercettano segnali di questo tipo. Già nel 2024, un altro campione soprannominato Cheyava Falls aveva mostrato strutture carboniose con pattern regolari simili a possibili tracce fossili.
Anche il rover Curiosity, nel 2018, aveva identificato idrocarburi a lunga catena (decano, undecano, dodecano) nel campione “Cumberland”, segnando un record per la complessità dei composti organici mai individuati su Marte.
E ora?
Il passo successivo sarebbe ovvio: analizzare questi campioni in laboratori terrestri, dove strumenti più sofisticati potrebbero sciogliere definitivamente il dubbio. Tuttavia, il programma Mars Sample Return, che dovrebbe riportare sulla Terra i campioni raccolti, è attualmente rimandato alla seconda metà degli anni ’30 o oltre, per motivi tecnici e di budget.
Nel frattempo, la comunità scientifica mantiene un atteggiamento cauto ma ottimista. I dati raccolti non provano l’esistenza passata della vita su Marte, ma rafforzano la possibilità che, miliardi di anni fa, ci fossero condizioni ambientali favorevoli – e forse anche qualcosa che, almeno da lontano, somiglia alla vita.
Cosa dice l’INAF
L’analisi di 839 spettri raccolti in due zone chiave del cratere Jezero (Quartier e Pilot Mountain) ha evidenziato la presenza di composti organici complessi associati a solfati. Gli esperimenti in laboratorio, realizzati dall’INAF a Firenze, hanno ricreato materiali analoghi per rafforzare la plausibilità delle firme rilevate. Ma i solfati potrebbero aver conservato molecole nate da processi geochimici, non viventi .
Conclusione
Le nuove analisi di Perseverance non offrono una conferma, ma costituiscono un ulteriore tassello nella lunga indagine sull’abitabilità di Marte. Un’indagine fatta di pazienza, dati, e roccia dopo roccia.
E chissà: quando quei campioni arriveranno davvero sulla Terra, potremmo finalmente avere una risposta a una delle domande più antiche dell’umanità. Siamo soli nell’Universo?
Forse, da qualche parte tra i granelli di polvere del cratere Jezero, si nasconde un indizio.





































