Il rover Perseverance della NASA, solitario abitante robotico di un cratere marziano, sta riscrivendo la storia geologica del Marte. Mentre esplora un paesaggio oggi arido e polveroso, le sue analisi confermano che miliardi di anni fa quest’area ospitava un complesso sistema fluviale. Tuttavia, le ultime scoperte indicano che l’abbondanza di acqua non si limitava a ciò che è visibile oggi in superficie, suggerendo una presenza idrica molto più duratura e profonda di quanto ipotizzato in precedenza.

Marte: un passato sommerso nel cratere Jezero
Il merito di questa nuova prospettiva va a RIMFAX, uno strumento all’avanguardia capace di sondare il sottosuolo marziano con una precisione senza precedenti. Penetrando nelle profondità del cratere Jezero, il rover ha individuato un vasto sistema deltizio sepolto, alimentato da acqua corrente in un’epoca ancora più remota rispetto al delta attualmente visibile in superficie. Questa struttura sotterranea testimonia che i processi fluviali e l’alterazione acquosa hanno interessato la regione per un arco temporale molto più esteso, ampliando significativamente i confini della nostra conoscenza sull’evoluzione geologica del pianeta.
Secondo la geomicrobiologa Emily Cardarelli, l’esistenza di un ambiente deltizio così antico sotto quello attuale suggerisce che le condizioni favorevoli alla vita siano persistite per un tempo prolungato. Questa estensione temporale è un tassello fondamentale per la ricerca astrobiologica, poiché una presenza duratura di acqua liquida aumenta le probabilità che forme di vita microbica abbiano avuto il tempo necessario per originarsi e svilupparsi. Marte emerge dunque non solo come un mondo che un tempo fu umido, ma come un pianeta che ha mantenuto scenari potenzialmente abitabili per epoche molto più lunghe di quanto i soli rilievi superficiali lasciassero intendere.
L’indagine nel sottosuolo dell’unità Margin
A differenza della Terra, dove la tettonica a placche e i fenomeni atmosferici rimodellano costantemente il suolo, Marte ha conservato il suo paesaggio quasi intatto per miliardi di anni. Il delta del cratere Jezero, attualmente sotto la lente del rover Perseverance, risale a un periodo compreso tra il tardo Noachiano e l’inizio dell’Esperiano, circa 3,7 miliardi di anni fa. In quell’epoca remota, la presenza di acqua corrente creava le condizioni ideali per l’erosione e la successiva sedimentazione, lasciando tracce preziose che gli scienziati stanno ora decodificando per comprendere l’evoluzione del pianeta.
L’attenzione dei ricercatori si è focalizzata su una specifica formazione minerale ricca di carbonati e olivina, denominata unità Margin. Per svelarne le origini, tra settembre 2023 e febbraio 2024, Perseverance ha condotto una campagna di analisi intensiva utilizzando il radar a penetrazione del terreno RIMFAX. Attraverso 78 diverse traversate e un percorso di circa 6,1 chilometri, lo strumento ha permesso di guardare letteralmente sotto la superficie, raggiungendo profondità superiori ai 35 metri e raccogliendo dati fondamentali per ricostruire la storia nascosta del cratere.
L’analisi dei radargrammi ha rivelato uno scenario sorprendente: una serie di strutture geologiche complesse che fino ad ora erano rimaste invisibili. I dati hanno mostrato strati rocciosi inclinati, formazioni a lobi e canali sepolti, tutti elementi che sulla Terra caratterizzano i sedimenti depositati dall’acqua che fluisce in ampi bacini. La dottoressa Emily Cardarelli ha sottolineato l’entusiasmo nel visualizzare caratteristiche come solchi e massi sepolti, tipici degli ecosistemi fluviali dinamici, la cui conservazione non è affatto scontata nel tempo.
Integrando le singole misurazioni radar lungo l’intero tragitto del rover, gli scienziati sono riusciti a ricostruire un deposito sedimentario molto più massiccio di quanto apparisse inizialmente, stimando uno spessore complessivo per l’unità Margin di circa 90 metri. Questa struttura è il risultato di molteplici episodi di deposizione intervallati da periodi di erosione. Le nuove evidenze suggeriscono che il sistema deltizio di Jezero fosse già attivo e funzionale nel Noachiano, tra 4,2 e 3,7 miliardi di anni fa, retrodatando significativamente l’epoca in cui l’acqua scorreva con vigore su Marte.
Le dimensioni e la complessità del deposito marziano
Le analisi condotte dal team di ricerca hanno permesso di stimare che l’unità Margin possieda un’estensione verticale effettiva, ovvero uno spessore reale, compreso tra gli 85 e i 90 metri. Questa imponente struttura geologica non è uniforme, ma presenta caratteristiche morfologiche estremamente variegate. Le documentazioni raccolte mostrano infatti elementi che variano sensibilmente nelle dimensioni, passando da dettagli di frazioni di metro fino a formazioni che si estendono per centinaia di metri in lunghezza, testimoniando la vastità e la complessità del deposito sedimentario.
L’insieme delle prove raccolte suggerisce che Marte non abbia ospitato acqua liquida solo per un fugace momento geologico. Al contrario, il pianeta ha attraversato diverse fasi distinte in cui l’acqua scorreva liberamente sulla sua superficie, modellandone attivamente la forma e il paesaggio. Questa lunga e articolata storia idrica è di fondamentale importanza per la scienza, poiché amplia notevolmente la finestra temporale durante la quale la vita avrebbe potuto emergere e stabilirsi sul pianeta.
Le scoperte effettuate nel cratere Jezero aprono nuove e promettenti prospettive per l’abitabilità del sottosuolo e per la conservazione di potenziali biosignature. I ricercatori ritengono che le strutture interne analizzate a scala fine possano aver preservato la composizione minerale originale e le specifiche condizioni geochimiche legate agli antichi eventi idrici. Questi strati profondi potrebbero aver offerto, in un passato remoto, l’ambiente protetto e le condizioni ideali per sostenere la vita microbica, custodendo oggi le tracce di quegli antichi processi.
La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Science Advances.





































