Un uomo è diventato la settima persona a non essere più sieropositiva dopo essere stato sottoposto a un trapianto di cellule staminali per il trattamento di un tumore del sangue. Questo risultato eccezionale rafforza la speranza di una cura definitiva per l’HIV.

Il dettaglio cruciale: cellule staminali non resistenti
Il paziente è il secondo tra i sette casi di successo a ricevere cellule staminali che non erano naturalmente resistenti al virus. Questa circostanza rafforza notevolmente la tesi scientifica secondo cui la specifica resistenza all’HIV nelle cellule del donatore potrebbe non essere un requisito indispensabile per ottenere una cura. Christian Gaebler, della Libera Università di Berlino, ha sottolineato: “Vedere che è possibile una cura senza questa resistenza ci offre più opzioni per curare l’HIV.”
In precedenza, cinque persone erano state dichiarate guarite dall’HIV dopo aver ricevuto cellule staminali da donatori che presentavano una mutazione in entrambe le copie del gene che codifica per la proteina CCR5. L’HIV utilizza questa proteina come “porta” per infettare le cellule immunitarie.
La conclusione degli scienziati era che la presenza di due copie di questa mutazione, la quale elimina completamente la proteina CCR5 dalle cellule immunitarie, fosse l’elemento cruciale per la cura dell’HIV. Gaebler ha confermato: “Si riteneva che l’utilizzo di queste cellule staminali resistenti all’HIV fosse essenziale.”
Questa convinzione è stata messa in discussione l’anno scorso quando una sesta persona, nota come il “paziente di Ginevra”, è stata dichiarata libera dal virus per oltre due anni dopo aver ricevuto cellule staminali che erano prive della mutazione CCR5. Sebbene molti scienziati ritenessero che un periodo di due anni non fosse sufficiente per la prova definitiva, questo caso aveva già suggerito che la mutazione CCR5 non fosse l’unica chiave della guarigione.
Il caso più recente non solo rafforza l’idea che il paziente di Ginevra sia guarito, ma fornisce ulteriori prove. Riguarda un uomo che, nell’ottobre del 2015, ha ricevuto un trapianto di cellule staminali per il trattamento della leucemia, un cancro del sangue che provoca una crescita incontrollata delle cellule immunitarie.
L’uomo, che aveva 51 anni all’epoca ed era affetto da HIV, è stato sottoposto a un trattamento che prevedeva la chemioterapia per eliminare la maggior parte delle sue cellule immunitarie malate e infette. Questo processo ha creato lo spazio necessario affinché le cellule staminali del donatore potessero attecchire e produrre un sistema immunitario sano e non più sieropositivo.
HIV: identificazione dei tratti immunologici chiave
La comprensione dei meccanismi immunitari che consentono a certi individui di mantenere il controllo del virus dell’HIV anche dopo l’interruzione della terapia antiretrovirale (ART) rappresenta una frontiera critica nella ricerca di una cura funzionale. Recentemente, la rivista scientifica ha ospitato la pubblicazione simultanea di due studi indipendenti che hanno investigato le caratteristiche immunitarie in soggetti che hanno dimostrato un controllo prolungato del virus a seguito di un trattamento basato sull’immunoterapia combinata.
Entrambi i lavori di ricerca, guidati rispettivamente dai team di Steven Deeks e David Collins, hanno focalizzato l’attenzione sui linfociti T, cellule fondamentali nella risposta immunitaria adattativa. I risultati di queste analisi hanno portato all’identificazione di specifici tratti fenotipici e funzionali di questi linfociti che sono risultati strettamente associati a una ripresa ritardata della viremia – ovvero, il tempo necessario affinché il virus torni a livelli rilevabili nel sangue dopo la sospensione del trattamento.
L’importanza di queste scoperte risiede nella loro capacità di fornire informazioni preziose per lo sviluppo di interventi medici più mirati e personalizzati.
L’individuazione di questi tratti specifici dei linfociti T, comuni ai soggetti che riescono a controllare il virus, ha permesso di delineare potenziali biomarcatori utilizzabili in ambito clinico. Un biomarcatore efficace è essenziale in una strategia terapeutica, poiché consentirebbe ai medici di prevedere quali pazienti hanno maggiori probabilità di mantenere la remissione o un basso livello di virus dopo l’immunoterapia o la sospensione dell’ART. Questa capacità predittiva è vitale prima di tentare l’interruzione della terapia farmacologica (la cosiddetta “interruzione controllata del trattamento”, o ATI).
L’analisi comparata dei due studi suggerisce, inoltre, come le future strategie terapeutiche possano essere ottimizzate. Conoscere le esatte caratteristiche dei linfociti T che conferiscono un controllo efficace del virus può guidare la progettazione di vaccini terapeutici o di immunoterapie cellulari che mirino specificamente a indurre o potenziare tali tratti immunologici nei pazienti non in grado di controllare naturalmente l’HIV. L’obiettivo finale è “educare” il sistema immunitario a contenere la replicazione virale senza la necessità di farmaci antiretrovirali quotidiani, muovendo un passo decisivo verso una cura funzionale dell’HIV.
Ridefinizione del concetto di remissione virale
Secondo gli autori della ricerca sui trapianti di cellule staminali non resistenti, i risultati ottenuti in pazienti con comorbilità oncologiche e HIV non solo rappresentano un successo clinico, ma contribuiscono a una profonda ridefinizione concettuale della remissione del virus. Tradizionalmente, la possibilità di una cura radicale dell’HIV tramite trapianto di midollo osseo era strettamente legata all’uso di cellule staminali provenienti da donatori portatori della mutazione $\text{CCR5}-\Delta32$.
La recente evidenza che la guarigione possa avvenire anche in assenza di questa resistenza genetica primaria suggerisce che l’eradicazione virale non dipenda unicamente dal blocco dell’ingresso del virus nelle cellule, ma probabilmente da una combinazione di fattori che includono l’intensa chemioterapia (che elimina il serbatoio virale), l’effetto trapianto contro il tumore/virus (Graft-versus-Leukemia/Virus) e la completa sostituzione del sistema immunitario del paziente con quello del donatore. Questo allarga la comprensione della remissione da un fenomeno genetico specifico a un risultato immunologico complesso.
La dimostrazione che le cellule staminali non mutate possono portare alla guarigione ha un impatto clinico immediato e di vasta portata, in particolare per i pazienti che necessitano con urgenza di un trapianto per curare il cancro, come la leucemia. La mutazione è relativamente rara nella popolazione mondiale, limitando drasticamente il numero di donatori compatibili e resistenti all’HIV. Il fatto che i trapianti di cellule staminali “standard” possano essere ugualmente efficaci elimina questo vincolo genetico.
Questo amplia esponenzialmente il potenziale numero di donatori compatibili disponibili nel registro globale del midollo osseo. Per i pazienti affetti contemporaneamente da HIV e da una malattia oncologica del sangue (comorbilità oncologica), l’avere un pool di donatori più vasto si traduce in una maggiore possibilità di trovare rapidamente un match compatibile, un fattore cruciale per il successo del trapianto e per la sopravvivenza.
Nonostante i risultati incoraggianti, gli autori sottolineano che la ricerca è ancora in una fase iniziale ed è necessario un rigoroso lavoro di approfondimento. Saranno necessarie ulteriori ricerche per dissezionare e comprendere appieno i meccanismi immunologici e virologici che sottendono l’eradicazione virale in assenza della mutazione CCR5. Le indagini future dovranno concentrarsi sull’analisi molecolare del serbatoio virale residuo, sulle risposte dei linfociti T specifici e sul ruolo di altre molecole o proteine, al fine di isolare i fattori chiave che hanno determinato la scomparsa del virus.
Infine, la replicabilità del risultato in popolazioni più ampie e in diversi contesti clinici è un obiettivo fondamentale. Sebbene il successo in sette individui sia rivoluzionario, il trapianto di cellule staminali rimane una procedura ad alto rischio e invasiva, riservata a pazienti che già soffrono di una condizione fatale come il cancro del sangue. La sfida futura sarà quella di traslare le conoscenze acquisite da questi casi di trapianto per sviluppare terapie meno aggressive – come l’ingegneria genetica in vivo o le terapie farmacologiche mirate – che possano indurre una remissione o una cura funzionale in tutti gli individui sieropositivi.
Lo studio è stato pubblicato su Nature.





































