Enrico Fermi e la prima pila atomica

Fermi, consapevole che il suo esperimento avrebbe potuto essere pericoloso, realizzò la pila a tappe, costruendo e fermandosi di volta in volta per monitorare che il livello delle radiazioni corrispondesse ai suoi calcoli

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Alcune scoperte, come la pila atomica, cambiano il nostro mondo influenzando diversi campi della ricerca scientifica. Un fisico italiano, Enrico Fermi, costruì il primo reattore atomico che produsse la prima reazione atomica a catena controllata, accadeva 79 anni fa a Chicago e il 2 dicembre del 1942 gli Stati Uniti annunciavano:

Il navigatore italiano è sbarcato nel nuovo mondo

Era un’espressione in codice che indicava che Enrico Fermi “il Papa della Fisica”, (cosi lo chiamavano i suoi colleghi, che lo consideravano infallibile quanto infallibile viene considerato il Papa dalla Chiesa Cattolica) e la sua squadra dell’Università di Chicago erano riusciti ad accendere la ‘Chicago Pile-1‘, la prima pila atomica.

La pila atomica Chicag Pile-1 o CP-1o 

La pila atomica Chicag Pile-1 o CP-1o era composta da 40 mila blocchi di grafite che incorporavano 19 mila barre di uranio con barre di sicurezza in cadmio che servivano a controllare la reazione a catena, per evitare che divenisse esplosiva. Fermi, consapevole che il suo esperimento avrebbe potuto essere pericoloso, realizzò la pila a tappe, costruendo e fermandosi di volta in volta per monitorare che il livello delle radiazioni corrispondesse ai suoi calcoli.

La potenza sviluppata dalla pila atomica era in grado a malapena di accendere una flebile lampadina. Erano anni bui, anni di guerra con il nemico nazifascista che incombeva e le scoperte di Fermi furono tenute segrete per paura che il nemico se ne impadronisse e sviluppasse armi di distruzione di massa.

Gli Stati Uniti, per scongiurare tale pericolo furono cosi i primi a sviluppare e testare armi atomiche grazie al progetto Manhattan che coinvolse lo stesso Fermi.



Il progetto Manhattan culminò con lo sgancio su Hiroshima del primo ordigno atomico.

Fermi nel 1938, a causa dell’approvazione delle leggi razziali, la moglie Laura era di origini ebraiche, lasciò l’Italia dopo aver fatto un viaggio a Stoccolma dove gli conferirono il premio Nobel per le sue ricerche sui nuclei atomici, e si trasferì negli Stati Uniti dove con altri scienziati si dedicò alla costruzione della pila atomica.

L’era atomica apriva una nuova epoca per la fisica che avrebbe in breve portato alla realizzazione di impianti per la produzione di energia e a macchine che avrebbero in seguito sondato l’infinitamente piccolo.

Certo che la potenza sprigionata dall’atomo ha cambiato molti aspetti della nostra vita, aspetti che riguardano i contrasti tra superpotenze o problemi insolubili come lo stoccaggio di sostanze altamente radioattive e altri ancora, ma ha indubbiamente aperto la via alla produzione di altre forme di energia che potenzialmente ci possono garantire un futuro più agevole.

L’avvio della pila atomica che portò alla prima reazione a catena controllata fu salutata con un brindisi, il fiasco di Chianti aperto nell’occasione è conservato nel museo del FermiLab a Batavia, vicino Chicago. Nel 1943 la pila di Fermi è stata trasferita nell’Argonne National Laboratory, a Sud-Ovest di Chicago, dove nel 1956 è stata sepolta. Una pietra ne indica il luogo di sepoltura.

Da un’intervista fatta ad Enrico Fermi:

“Sono trascorsi molti anni, ma ricordo come se fosse ieri. Ero giovanissimo, avevo l’illusione che l’intelligenza umana potesse arrivare a tutto. E perciò m’ero ingolfato negli studi oltre misura. Non bastandomi la lettura di molti libri, passavo metà della notte a meditare sulle questioni più astruse. Una fortissima nevrastenia mi obbligò a smettere; anzi a lasciare la città, piena di tentazioni per il mio cervello esaurito, e a rifugiarmi in una remota campagna umbra”.

Mi ero ridotto a una vita quasi vegetativa: ma non animalesca. Leggicchiavo un poco, pregavo, passeggiavo abbondantemente in mezzo alle floride campagne (era di maggio), contemplavo beato le messi folte e verdi screziate di rossi papaveri, le file di pioppi che si stendevano lungo i canali, i monti azzurri che chiudevano l’orizzonte, le tranquille opere umane per i campi e nei casolari”.

Una sera, anzi una notte, mentre aspettavo il sonno, tardo a venire, seduto sull’erba di un prato, ascoltavo le placide conversazioni di alcuni contadini lì presso, i quali dicevano cose molto semplici, ma non volgari né frivole, come suole accadere presso altri ceti. Il nostro contadino parla di rado e prende la parola per dire cose opportune, sensate e qualche volta sagge”.

Infine si tacquero, come se la maestà serena e solenne di quella notte italica, priva di luna ma folta di stelle, avesse versato su quei semplici spiriti un misterioso incanto. Ruppe il silenzio, ma non l’incanto, la voce grave di un grosso contadino, rozzo in apparenza, che stando disteso sul prato con gli occhi volti alle stelle, esclamò, quasi obbedendo ad una ispirazione profonda: «Com’è bello! E pure c’è chi dice che Dio non esiste»”.

Lo ripeto, quella frase del vecchio contadino in quel luogo, in quell’ora: dopo mesi di studi aridissimi, toccò tanto al vivo l’animo mio che ricordo la semplice scena come fosse ieri. Un eccelso profeta ebreo sentenziò, or sono tremil’anni: «I cieli narrano la gloria di Dio». Uno dei più celebri filosofi dei tempi moderni scrisse: «Due cose mi riempiono il cuore di ammirazione e di reverenza: il cielo stellato sul capo e la legge morale nel cuore»“.

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