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Perché le zanzare pungono alcune persone più di altre

Le zanzare non scelgono le proprie vittime in modo casuale, ma sono guidate da un preciso e complesso cocktail chimico. Nuovi studi scientifici dimostrano che l'odore della pelle, la temperatura corporea e la quantità di anidride carbonica che espiriamo trasformano alcune persone in vere e proprie calamite biologiche, mentre sfatano vecchi miti popolari legati al gruppo sanguigno o al colore dei capelli

Gli scienziati stanno compiendo importanti progressi nel decifrare il complesso cocktail chimico che rende determinate persone più appetibili per i parassiti ematofagi. Non si tratta di una falsa percezione, poiché le zanzare mostrano una netta preferenza per alcuni individui rispetto ad altri, agendo come vere e proprie calamite biologiche. Una serie di stimoli sensoriali specifici induce le zanzare femmine, le uniche che pungono, a scegliere con precisione la loro preda.

Perché le zanzare pungono alcune persone più di altre
Perché le zanzare pungono alcune persone più di altre

I fattori principali che guidano questa selezione sono l’odore e il calore emanati dal corpo umano, insieme all’anidride carbonica che viene costantemente espirata. I recettori di questi insetti sono finemente sintonizzati per captare tali segnali e orientare il volo verso l’ospite ideale. Comprendere queste dinamiche è diventato fondamentale per sviluppare strategie di protezione sempre più efficaci.

L’identificazione dei meccanismi di attrazione permette anche di fare chiarezza su numerosi miti popolari che non trovano riscontro nella realtà. La ricerca scientifica si concentra ora sull’interazione tra i composti chimici della pelle e il comportamento dei vettori di malattie. Attraverso lo studio di queste variabili, l’entomologia medica cerca di arginare un problema sanitario globale.

I segnali sensoriali che guidano le zanzare

La comunità scientifica sa da oltre un secolo che le zanzare sono fortemente attratte dall’anidride carbonica espirata dagli esseri umani. Questo gas rappresenta il primo segnale a lungo raggio in grado di innescare il comportamento di caccia dell’insetto, attivandosi anche a decine di metri di distanza. Quando la zanzara riduce la distanza e si porta a circa dieci metri dall’obiettivo, entrano in gioco stimoli chimici più complessi.

A corto raggio, l’insetto inizia a percepire l’odore corporeo specifico che, combinato con la presenza di anidride carbonica, aumenta l’efficacia del richiamo. Man mano che l’avvicinamento si completa, la temperatura corporea e il tasso di umidità cutanea definiscono l’attrattiva finale dell’individuo. Questa combinazione di fattori spiega perché lo stesso insetto possa scartare un soggetto a favore di un altro vicino.

Al contrario, alcune credenze diffuse, come la preferenza delle zanzare per determinati gruppi sanguigni, non possiedono un solido fondamento scientifico. Gli studi passati che suggerivano tale correlazione sono stati condotti su campioni di persone troppo limitati per essere ritenuti validi. Allo stesso modo, i ricercatori hanno confermato che il colore della pelle, degli occhi o dei capelli non influisce minimamente sulle scelte dei parassiti.

Il ruolo dell’odore e del microbiota cutaneo

L’odore della pelle gioca un ruolo di fondamentale importanza nella selezione operata dalle zanzare femmine. Questa traccia olfattiva è generata da una miscela di molecole prodotte dal microbiota cutaneo, ovvero l’insieme di microrganismi che popolano la superficie del nostro corpo. Sebbene gli esseri umani rilascino una quantità compresa tra trecento e mille composti odorosi differenti, la scienza sta identificando solo ora i singoli elementi responsabili dell’attrazione.

In un recente studio di laboratorio, sono state analizzate le risposte della zanzara Aedes aegypti, responsabile della diffusione della febbre gialla e della dengue. I ricercatori hanno identificato una specifica combinazione di ventisette composti odorosi, sui mille totali presenti sulla pelle, che gli insetti sono in grado di rilevare. I soggetti preferiti dai parassiti producevano una quantità elevata di un composto derivante dalla scomposizione del sebo.

Questo composto chimico specifico, noto come 1-octen-3-olo o alcol di funghi, ha mostrato un impatto sorprendente sul comportamento dei vettori anche in caso di minimi incrementi. La presenza di questa molecola rende l’ospite particolarmente visibile ai sensori della zanzara. Tra le categorie di soggetti che manifestano una maggiore attrattiva figurano anche le donne nel secondo trimestre di gravidanza, a causa delle modificazioni chimiche del profilo cutaneo.

Gli effetti dell’alcol e la prevenzione

Il consumo di specifiche bevande, come la birra, è stato scientificamente collegato a un incremento significativo delle punture di zanzara. Questo fenomeno si verifica poiché l’alcol innalza la temperatura corporea, aumenta il volume di anidride carbonica espirata e altera la composizione chimica dell’odore della pelle. Esperimenti mirati hanno dimostrato che i vettori modificano le proprie preferenze subito dopo l’assunzione di alcolici da parte degli ospiti.

In una ricerca standardizzata condotta in Burkina Faso, la zanzara Anopheles, potenziale vettore della malaria, ha mostrato una netta preferenza per l’odore dei volontari che avevano assunto birra rispetto a chi aveva bevuto acqua. Un ulteriore studio condotto nei Paesi Bassi ha confermato questa tendenza su una vasta platea di volontari. Coloro che avevano consumato birra nelle ventiquattro ore precedenti il test sono risultati significativamente più attraenti per gli insetti.

La necessità di comprendere queste preferenze chimiche è diventata urgente a causa dei cambiamenti climatici, che stanno espandendo l’areale di diffusione di specie pericolose come la zanzara tigre. Per ridurre il rischio di morsi, gli esperti raccomandano l’uso di indumenti larghi che coprano la cute, l’installazione di zanzariere e l’applicazione di repellenti idonei. Viene inoltre consigliato di consumare pasti leggeri e di limitare l’assunzione di bevande alcoliche durante i periodi di maggiore attività dei parassiti.

Lo studio è stato pubblicato su Nature.

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