Negli ultimi giorni il dibattito si è concentrato sullo scontro tra Anthropic e l’amministrazione statunitense. Le discussioni hanno riguardato sicurezza nazionale, controllo delle esportazioni, accesso ai modelli avanzati e rapporti tra governo e aziende tecnologiche; sono temi importanti, ma rischiano di farci perdere di vista la questione più interessante.
Ttutto questo non riguarda Anthropic, non riguarda Trump, non riguarda nemmeno l’intelligenza artificiale.
Riguarda il controllo.
Governo USA obbliga Anthropic a disabilitare Fable e Mythos
Molti utenti hanno scoperto improvvisamente che l’accesso a uno strumento che utilizzavano quotidianamente può essere limitato, modificato o revocato da una decisione presa da qualcun altro.
Anche se hanno pagato o se hanno un abbonamento. Anche se utilizzano il servizio da mesi o anni.
Lo abbiamo già scritto altre volte per altre circostanze: quando utilizziamo un servizio cloud non possediamo realmente lo strumento. Possediamo soltanto una licenza temporanea per accedervi, alle condizioni stabilite dal fornitore.
E questa distinzione è fondamentale, infatti un abbonamento non equivale a proprietà così come un account non equivale a controllo e una licenza d’uso non equivale a sovranità tecnologica.
La storia dell’informatica è piena di esempi simili:
- Servizi chiusi.
- Funzionalità rimosse.
- Prezzi modificati.
- API disattivate.
- Interi prodotti abbandonati
quasi sempre senza consultare l’utente, lasciandolo improvvisamente con le pive nel sacco e nessuna possibilità di recuperare quanto perso.
Nel mondo dell’intelligenza artificiale il problema è ancora più evidente perché gli strumenti stanno diventando parte integrante del lavoro quotidiano di milioni di persone.
Per scrittori, ricercatori, programmatori, designer, studenti e ogni genere di professionisti, sempre più attività dipendono da modelli di Intelligenza Artificale che girano su server controllati da terzi.
Finché tutto funziona, il sistema appare comodo e conveniente ma i problemi emergono quando le regole cambiano, spesso senza preavviso, e a quel punto l’utente scopre di non avere alcun controllo reale sulla tecnologia da cui dipende.
Questo non significa che il cloud sia il male e che sia destinato a scomparire o restare appannaggio dei governi o di azineda abbastanza gradi da poter far sentire il proprio peso e farsi rispettare e non significa che i servizi online siano inutili.
Significa però che esiste una differenza sostanziale tra utilizzare uno strumento e possederlo, tra essere proprietari dei propri dati e del proprio lavoro ed esserne autori, tra custodire il tutto su uno strumento remoto gestito da altri e custodirlo su una macchina di cui si è proprietari e di cui se ne controlla la gestione.
Ed è proprio questa consapevolezza che sta alimentando il crescente interesse per le soluzioni locali.
Un modello installato sul proprio computer può essere, anzi è, meno potente; richiede spesso hardware dedicato e necessiterà di aggiornamenti continui per rimanere al passo con le inovazioni. ma ha una caratteristica unica: continua a funzionare anche quando cambiano le politiche aziendali aziendali altrui, a causa di condizioni commerciali o di decisioni governative.
La vicenda Anthropic probabilmente molti la ricorderanno in futuro per ragioni politiche ma la lezione più importante per i privati cittadini e le piccole medie aziende che ne stanno sofrrendo le conseguenze è certamente un’altra.
Quando una tecnologia diventa essenziale per il tuo lavoro o per la tua vita digitale, vale la pena porsi un semplice dubbio: la sto utilizzando o la sto realmente controllando?





































