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Musica anti-demenza: l’ascolto riduce il rischio del 40% negli over 70

L'identificazione di fattori di stile di vita modificabili che possono mitigare il rischio di demenza rappresenta una priorità cruciale nella sanità pubblica geriatrica. Un nuovo studio ha suggerito che l'ascolto regolare di musica in individui di età pari o superiore a 70 anni è correlato a una diminuzione del rischio di demenza di quasi il 40 percento

Un nuovo studio suggerisce che l’ascolto regolare di musica in età avanzata potrebbe ridurre il rischio di demenza di quasi il 40 percento. La ricerca si è basata sull’analisi dei dati di 10.893 australiani di età pari o superiore a 70 anni, residenti in comunità di pensionati e senza diagnosi preesistente di demenza. Ai partecipanti sono state chieste le loro abitudini.

Musica anti-demenza: l'ascolto riduce il rischio del 40% negli over 70
Musica anti-demenza: l’ascolto riduce il rischio del 40% negli over 70

Musica e salute cognitiva nell’età avanzata

L’ascolto della musica è risultato essere un fattore protettivo significativo. Le persone che ascoltavano musica “sempre” (rispetto a chi non lo faceva mai, raramente o occasionalmente) avevano il 39% di probabilità in meno di sviluppare demenza dopo un follow-up di almeno tre anni. Non solo, ma questi individui avevano anche il 17% di probabilità in meno di sviluppare forme più lievi di deficit cognitivi. Inoltre, hanno ottenuto risultati migliori nei test di cognizione generale e di memoria episodica, che è cruciale per ricordare gli eventi quotidiani.

Anche suonare uno strumento regolarmente è associato a una riduzione del rischio. Coloro che suonavano uno strumento regolarmente avevano il 35 percento di probabilità in meno di sviluppare demenza. Tuttavia, a differenza di quanto riscontrato in altri studi, questo studio non ha evidenziato un miglioramento significativo per altri tipi di deficit cognitivi correlati al suonare uno strumento. I partecipanti che sia ascoltavano che suonavano musica hanno mostrato una riduzione del rischio del 33% per la demenza e del 22% per i deficit cognitivi non correlati.

Il livello di istruzione sembra influenzare l’entità dei benefici. Gli autori dello studio hanno osservato che “i benefici derivanti dall’impegno musicale sono stati più evidenti nei soggetti con un’istruzione superiore (16+ anni), ma hanno mostrato risultati incoerenti nel gruppo con un’istruzione media (12-15 anni)”.

L’autrice principale dello studio, Emma Jaffa della Monash University in Australia, ha concluso che, pur non potendo stabilire una causalità, questi risultati indicano che “le attività musicali potrebbero rappresentare una strategia accessibile per preservare la salute cognitiva negli anziani”.

L’ipotesi del beneficio musicale

Mentre la ricerca ha esplorato l’affascinante potenziale della musica nel preservare la salute del cervello in età avanzata, l’affermazione che l’ascolto musicale possa prevenire la demenza rimane una questione di cautela scientifica. Sebbene studi recenti indichino una correlazione tra abitudini musicali e un rischio ridotto di demenza, stabilire un rapporto di causa-effetto diretto è metodologicamente complesso. La musica, tuttavia, si interseca con un fattore di rischio per la demenza ben più consolidato e modificabile: la perdita dell’udito.

L’ascolto e la pratica musicale impegnano vaste reti neurali nel cervello, coinvolgendo aree cruciali per l’elaborazione del suono, la memoria, le emozioni e le funzioni esecutive. Questa stimolazione cerebrale generalizzata è ipotizzata come un meccanismo di riserva cognitiva: più il cervello viene mantenuto attivo e connesso attraverso attività complesse come la musica, maggiore è la sua resilienza contro i processi neurodegenerativi. L’idea è che, anche se non vi è una prova definitiva di prevenzione, l’attività musicale contribuisce a un cervello più robusto e funzionale nel tempo.

Al contrario della musica, la perdita dell’udito non trattata è riconosciuta come uno dei principali fattori di rischio modificabili per la demenza. Le evidenze suggeriscono che una compromissione dell’udito non è solo un sintomo dell’invecchiamento, ma innesca una serie di conseguenze che possono accelerare il declino cognitivo.

Una delle teorie principali è il carico cognitivo: quando una persona fatica a sentire, il cervello deve allocare una quantità eccessiva di risorse cognitive alla decodifica del suono e del parlato, sottraendole a funzioni cognitive superiori come la memoria e il ragionamento. L’isolamento sociale, spesso causato dalla difficoltà a comunicare in contesti rumorosi, rappresenta un’altra conseguenza che contribuisce al rischio, dato che l’interazione sociale è fondamentale per la salute cognitiva.

La buona notizia risiede nel potenziale terapeutico degli interventi uditivi. La ricerca dimostra che l’uso di apparecchi acustici per correggere la perdita uditiva può concretamente ridurre il declino cognitivo in alcuni individui. Questi dispositivi non solo migliorano la qualità della vita, ma potenzialmente interrompono il ciclo di eccessivo carico cognitivo sul cervello. Ristabilendo la chiarezza dell’input sonoro, il cervello può ritornare a dedicare le proprie risorse all’elaborazione di informazioni, alla memoria e all’impegno sociale, che sono tutti elementi protettivi contro la demenza.

Tenendo conto di queste interconnessioni, l’impegno verso la musica può essere visto come una parte di una più ampia strategia di salute cerebrale. Anche in assenza di prove di prevenzione diretta, ascoltare le proprie canzoni preferite offre un beneficio misurabile in termini di benessere emotivo, riduzione dello stress e potenziale stimolazione neurale. In combinazione con l’importanza cruciale di affrontare la perdita dell’udito con apparecchi acustici, l’ascolto musicale rimane un’attività a rischio zero e ad alto rendimento per il miglioramento della qualità della vita e il sostegno indiretto della salute cognitiva in età avanzata.

L’attivazione cerebrale multidimensionale

La dichiarazione della neuroepidemiologa Joanne Ryan, autrice principale della Monash University, sottolinea il meccanismo fondamentale attraverso il quale la musica può esercitare un effetto protettivo sul cervello. Ascoltare musica non è un’attività passiva, ma un complesso processo neurale che “attiva una vasta gamma di regioni del cervello”, fornendo di conseguenza una significativa stimolazione cognitiva utile per potenzialmente ridurre il rischio di demenza.

L’ascolto musicale coinvolge contemporaneamente e in modo integrato diverse aree cerebrali, rendendolo un’attività eccezionalmente olistica dal punto di vista neurale. L’elaborazione di un brano inizia nelle cortecce uditive, ma si espande rapidamente ben oltre. Le aree uditive primarie decodificano l’altezza e la frequenza, mentre il ritmo coinvolge le cortecce motorie e premotorie, anche quando l’ascoltatore rimane immobile, predisponendolo al movimento.

L’ascolto di musica familiare innesca il rilascio di neurotrasmettitori come la dopamina nel sistema limbico, in particolare il nucleo accumbens e l’amigdala, legati al piacere e alle risposte emotive. Inoltre, l’ippocampo, cruciale per la formazione della memoria, è attivato nel ricordare melodie e contesti associati.

La comprensione della struttura musicale, come l’armonia e la progressione, attiva aree della corteccia prefrontale e persino regioni associate all’elaborazione del linguaggio, poiché il cervello cerca di dare un senso coerente ai pattern sonori. Questo coinvolgimento estensivo e sincronizzato di regioni cognitive, motorie ed emotive costituisce l’essenza della “stimolazione cognitiva” a cui si riferisce la dottoressa Ryan.

Il valore di questa intensa attivazione cerebrale risiede nella sua potenziale capacità di costruire e mantenere la riserva cognitiva. La riserva cognitiva è la capacità del cervello di far fronte al danno neuropatologico, ritardando o mascherando la manifestazione clinica dei sintomi della demenza. La stimolazione cognitiva ripetuta, come quella fornita dall’ascolto regolare di musica, incoraggia la plasticità neurale. Ciò può comportare la formazione di nuove connessioni sinaptiche (sinaptogenesi) o il rafforzamento di percorsi neurali esistenti, creando di fatto una rete cerebrale più densa, efficiente e resiliente.

Anche se la malattia neurodegenerativa danneggia alcune aree, una riserva cognitiva elevata permette al cervello di utilizzare percorsi neurali alternativi per eseguire le stesse funzioni. L’ascolto musicale, coinvolgendo molteplici percorsi, aiuta a mantenere queste “strade secondarie” ben percorribili. In sintesi, l’esposizione alla musica mantiene il cervello in uno stato di costante fitness neurale, rendendolo più resistente all’impatto del declino legato all’età e alle patologie come l’Alzheimer. Questo supporta la conclusione che l’ascolto musicale rappresenta una strategia accessibile e piacevole per preservare la salute cognitiva negli anziani.

La ricerca è stata pubblicata sull’International Journal of Geriatric Psychiatry.

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