HomeCulturaFilosofiaCoscienza: è possibile oggettivare l'esperienza soggettiva?

Coscienza: è possibile oggettivare l’esperienza soggettiva?

La questione se la coscienza possa essere pienamente oggettivata entro i limiti della vita biologica rappresenta una delle sfide più radicali della filosofia della mente contemporanea. Il tentativo di ricondurre l'esperienza soggettiva a processi fisici misurabili si scontra con il "problema difficile" della coscienza, ovvero la difficoltà di spiegare come la materia possa generare una qualità sensibile senza ricorrere a dimensioni trascendenti o post-vitali

L’esistenza umana e animale è caratterizzata da una vita interiore profonda, un flusso soggettivo dove si intrecciano percezioni sensoriali, ricordi e stati emotivi complessi come la noia o la rabbia. Nonostante queste esperienze siano innate, esse rimangono un mistero insondabile per le scienze fisiche tradizionali.

Attualmente, non esiste una spiegazione scientifica definitiva che chiarisca come la materia biologica possa trasformarsi in coscienza, sentimenti astratti, permettendo a un organismo di fantasticare, amare o provare timore per il futuro.

Coscienza: è possibile oggettivare l'esperienza soggettiva?

L’enigma della soggettività e della coscienza

Il racconto di Pollan si apre con l’esplorazione della “sensibilità”, intesa come la sensazione primordiale di essere vivi. Attraverso il dialogo con esperti come Paco Calvo, Stefano Mancuso e František Baluška, emerge l’ipotesi che le piante siano esseri senzienti, capaci di risolvere problemi e persino di reagire agli anestetici. Questa prospettiva suggerisce che l’importanza dei neuroni potrebbe essere stata sopravvalutata dalla nostra visione antropocentrica, ipotizzando che l’intelligenza e la sensibilità possano esistere anche in assenza di un cervello come quello umano.

Un altro pilastro dell’indagine riguarda il principio di “energia libera” proposto da Karl Friston. Secondo questa visione, ogni organismo vivente agisce come un termostato biologico, monitorando costantemente l’ambiente per prevedere il futuro e minimizzare le deviazioni dai propri punti di equilibrio. In questo contesto, la coscienza viene interpretata come la percezione dell’incertezza. Queste riflessioni portano Pollan a ipotizzare che vita e coscienza siano interconnesse in ogni creatura, suggerendo la necessità di una revisione profonda delle teorie che pongono il cervello al centro esclusivo dell’esperienza cosciente.

Un altro pilastro dell’indagine riguarda il principio di “energia libera” proposto da Karl Friston. Secondo questa visione, ogni organismo vivente agisce come un termostato biologico, monitorando costantemente l’ambiente per prevedere il futuro e minimizzare le deviazioni dai propri punti di equilibrio. In questo contesto, la coscienza viene interpretata come la percezione dell’incertezza. Queste riflessioni portano Pollan a ipotizzare che vita e coscienza siano interconnesse in ogni creatura, suggerendo la necessità di una revisione profonda delle teorie che pongono il cervello al centro esclusivo dell’esperienza cosciente.

La sensibilità vegetale e la proto-coscienza

Nonostante la mappatura definitiva dei circuiti cerebrali resti un traguardo ancora da raggiungere, la ricerca scientifica ha prodotto teorie formali che cercano di connettere la coscienza ai substrati neurali. Michael Pollan esamina in particolare la teoria dell’informazione integrata e la teoria dello spazio di lavoro neuronale globale. Questi approcci, pur essendo rigorosi e verificabili, restano al centro di intensi dibattiti. Tuttavia, l’interesse di Pollan non risiede esclusivamente nella formalità dei modelli matematici; egli predilige l’esplorazione dell’esperienza qualitativa vissuta, ponendo l’accento sulla ricchezza della percezione soggettiva rispetto alle astrazioni numeriche.

Il percorso di analisi inizia con il concetto di “sensibilità” o proto-coscienza, intesa come la sensazione fondamentale di essere vivi. Attraverso il dialogo con esperti come Stefano Mancuso e Paco Calvo, emerge una prospettiva radicale: l’idea che le piante siano esseri senzienti capaci di risolvere problemi e reagire a sostanze anestetiche. Questa visione mette in discussione il ruolo centrale dei neuroni, suggerendo che la loro importanza sia stata sopravvalutata a causa della nostra dipendenza umana dal cervello e che la sensibilità possa manifestarsi anche in forme di vita prive di sistema nervoso centrale.

Un contributo significativo alla discussione arriva da Karl Friston e dal suo principio di “energia libera”. Secondo questo modello, ogni organismo vivente agisce come un termostato biologico, monitorando costantemente l’ambiente per ridurre le deviazioni dai propri stati interni ottimali. In quest’ottica, la coscienza emerge come la percezione dell’incertezza rispetto agli input sensoriali. L’ipotesi conclusiva suggerisce che vita e coscienza siano intrinsecamente legate in ogni creatura, rendendo necessaria una profonda revisione delle visioni contemporanee che limitano l’esperienza cosciente alle sole funzioni cerebrali superiori.

L’indagine si sposta infine sulle emozioni, descritte come sentimenti “incarnati” e radicati nelle sensazioni corporee elementari come il piacere, il dolore o la fame. Studiosi come Antonio Damasio e Mark Solms indicano la parte superiore del tronco encefalico come la fonte originaria di queste sensazioni. Essendo questa regione cerebrale molto più antica della neocorteccia dal punto di vista evolutivo, ne deriva che la base della coscienza potrebbe risiedere in strutture primordiali condivise da molte specie, piuttosto che nelle aree del cervello dedicate al pensiero logico e astratto.

La stabilità interna come motore della coscienza

Seguendo la scia del pensiero di Friston, i ricercatori Antonio Damasio e Mark Solms collegano l’emergere della coscienza alla necessità biologica di mantenere un ambiente interno stabile. Questa capacità di adattamento costante ai cambiamenti esterni si basa sul lavoro dei neuroni interocettivi del tronco encefalico, i quali hanno il compito di elaborare incessantemente i segnali provenienti da ogni distretto del corpo. In questa prospettiva, la coscienza non è un’astrazione intellettuale, ma una funzione vitale radicata nella gestione della sopravvivenza fisica dell’organismo.

L’idea che anche le macchine debbano monitorare parametri interni ha spinto Damasio e Solms a tentare la progettazione di un agente di intelligenza artificiale che sia, in un certo senso, cosciente. A differenza dei sistemi attuali, questo modello verrebbe dotato di preferenze specifiche, come il mantenimento di una temperatura operativa costante, e di obiettivi volti a ridurre l’incertezza attraverso la costruzione di un modello del proprio ambiente. L’integrazione finale in un corpo robotico mira a superare il limite delle reti neurali “disincarnate” che alimentano i moderni modelli linguistici, i quali, pur essendo sofisticati, mancano di una base fisica e sensoriale reale.

Senza una teoria della coscienza universalmente accettata, stabilire se una macchina sia davvero senziente rimane una sfida complessa, complicata dalla naturale tendenza umana ad attribuire intenzionalità agli oggetti inanimati. Michael Pollan solleva un dubbio critico: interrogare direttamente un’intelligenza artificiale non può fornire prove valide, poiché tali sistemi sono stati addestrati su ogni testo mai scritto riguardo alla coscienza stessa. Per mettere alla prova queste macchine, Pollan propone provocatoriamente di addestrare un programma rimuovendo ogni riferimento al tema, verificando se il software sia ancora in grado di discutere la coscienza in modo convincente senza averne mai “letto”.

In ultima analisi, Pollan resta profondamente scettico sulla possibilità di costruire sistemi artificiali realmente coscienti. Il punto di rottura risiede nella natura stessa delle emozioni: sentimenti come la paura, il desiderio o il disgusto sono troppo intrinsecamente legati alle sensazioni viscerali e corporee per poter essere riprodotti fedelmente da un codice informatico. Secondo questa visione, la mancanza di un corpo biologico e delle sue risposte chimiche e sensoriali rappresenta una barriera invalicabile per qualsiasi software che aspiri a una vera vita mentale interiore.

Lo studio è stato pubblicato su Nature.

 

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