Il numero di ossa presenti nel corpo umano non è un dato statico, ma subisce una variazione significativa nel corso della vita. È un fatto scientificamente noto che i neonati possiedano un apparato scheletrico più frammentato, composto da un numero di elementi compreso tra 275 e 300.

L’evoluzione dell’apparato scheletrico dal neonato all’adulto
Questa configurazione non è casuale: le ossa più piccole e morbide forniscono ai neonati la flessibilità necessaria per rannicchiarsi nello spazio ristretto dell’utero e per affrontare senza traumi il passaggio attraverso il canale del parto. Con la crescita, queste strutture iniziano a indurirsi e a fondersi tra loro, portando la maggior parte degli adulti a contare un totale standard di 206 ossa.
Nonostante la cifra di 206 sia considerata la norma, esiste la possibilità concreta che un individuo adulto possieda un numero superiore di ossa. Queste formazioni aggiuntive sono classificate in ambito medico come ossa accessorie o soprannumerarie. La loro origine è solitamente legata a un’anomalia nel processo di sviluppo: in alcuni casi, infatti, le ossa che dovrebbero unirsi seguendo il modello standard non si fondono completamente, rimanendo come entità separate all’interno dell’organismo.
Nella stragrande maggioranza dei casi, la presenza di queste ossa extra non si manifesta attraverso segni evidenti o sintomi dolorosi. Come spiegato dal Dott. Vandan Patel, chirurgo ortopedico a Baltimora, è estremamente comune che una persona ignori del tutto di avere un osso accessorio. Queste strutture vengono solitamente identificate in modo fortuito, ad esempio durante l’esecuzione di una radiografia prescritta per motivi del tutto indipendenti, rivelando una particolarità anatomica che altrimenti sarebbe rimasta occulta per tutta la vita.
Le sfide diagnostiche nell’identificazione delle ossa accessorie
L’individuazione delle ossa soprannumerarie rappresenta spesso una sfida per i medici, poiché anche quando appaiono chiaramente nelle radiografie, tendono a essere ignorate o confuse con altre condizioni. Secondo il professor Eren Ogut dell’Università Medeniyet di Istanbul, queste formazioni vengono frequentemente interpretate in modo errato come frammenti derivanti da vecchie fratture o come alterazioni ossee tipiche dell’invecchiamento. Sebbene le statistiche ufficiali indichino che tali ossa siano presenti in una percentuale compresa tra il 10% e il 30% della popolazione, la loro reale diffusione potrebbe essere decisamente superiore a causa della frequenza con cui passano inosservate durante i controlli di routine.
Le estremità inferiori rappresentano il sito più comune per lo sviluppo di queste strutture extra. Il chirurgo ortopedico Vandan Patel identifica l’osso trigonum come la variante più frequente, riscontrabile in una quota della popolazione che oscilla tra il 10% e il 25%.
Situato nella parte posteriore della caviglia, questo osso può diventare fonte di disagio fisico, in particolare per categorie come le ballerine, poiché il dolore si manifesta quando il piede viene teso verso il basso. Un’altra formazione ricorrente è l’osso navicolare accessorio, presente in circa il 12% delle persone. Localizzato nella parte interna del piede, può causare un apparente ingrossamento dell’area e dolore all’arco plantare, risultando spesso correlato alla condizione del piede piatto.
Oltre alle varianti più note, la letteratura medica documenta l’esistenza di ossa accessorie molto meno comuni, spesso scoperte solo attraverso studi specialistici su cadaveri o indagini diagnostiche avanzate. Un esempio significativo è costituito dall’osso acetabolare, una struttura aggiuntiva situata nell’area dell’anca. Nonostante la sua rarità — interessa infatti meno del 5% degli individui — la sua presenza non è clinicamente irrilevante, poiché può essere associata a dolori persistenti all’articolazione dell’anca che richiedono una diagnosi specifica per essere correttamente inquadrati e trattati.
Le costole cervicali: un’anomalia strutturale del collo
Sebbene la gabbia toracica umana sia composta da un numero fisso di elementi nella maggior parte degli individui, esiste una rara variante anatomica che prevede la presenza di costole aggiuntive situate al di sopra della prima costola standard. Secondo i dati forniti dalla Cleveland Clinic, circa l’1% della popolazione nasce con una o due di queste ossa extra, comunemente identificate come costole cervicali. Queste strutture originano dall’ultima vertebra del collo e si discostano notevolmente dalla morfologia delle costole toraciche a cui siamo abituati.
A differenza delle costole tipiche, che presentano una curvatura orizzontale atta a proteggere gli organi interni del torace, la costola cervicale mostra spesso una conformazione atipica. Essa può svilupparsi con un orientamento più verticale o diagonale, presentandosi talvolta come un osso completo e ben formato, mentre in altri casi appare come una semplice striscia di tessuto fibroso non completamente ossificata. Nonostante la loro presenza possa sembrare allarmante, queste ossa accessorie non svolgono alcuna funzione fisiologica o di sostegno per l’organismo, rappresentando un residuo dello sviluppo embrionale che non si è riassorbito correttamente.
Nella stragrande maggioranza dei soggetti, la costola cervicale rimane una presenza silenziosa e del tutto asintomatica per l’intera durata della vita. Tuttavia, in determinate circostanze, la sua posizione anomala può esercitare una pressione meccanica sui vasi sanguigni o sui nervi che transitano dal collo verso l’arto superiore. Quando questo accade, il paziente può avvertire dolore localizzato, intorpidimento o una marcata debolezza nel braccio e nella mano. Queste manifestazioni cliniche sono spesso il risultato di una compressione del plesso brachiale, una complessa rete nervosa che controlla i movimenti e la sensibilità degli arti superiori.
Il trattamento per le complicazioni derivanti dalle costole cervicali varia in base alla gravità dei sintomi riportati dal paziente. Inizialmente, i medici tendono a prediligere approcci conservativi, come la fisioterapia mirata a migliorare la postura e a decomprimere l’area interessata, o la prescrizione di farmaci per gestire l’infiammazione e il dolore.
Nei casi più severi, dove il dolore diventa cronico o la funzionalità del braccio è compromessa, si può ricorrere alla rimozione chirurgica dell’osso accessorio. Poiché la costola cervicale è priva di utilità funzionale, la sua asportazione permette di liberare lo spazio necessario per il passaggio dei nervi e dei vasi, risolvendo definitivamente la sintomatologia compressiva.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Scientific Reports.





































