Alla fine del 2025, l’attore Dick Van Dyke ha celebrato il traguardo dei cent’anni, accompagnando questa ricorrenza con la pubblicazione di un’opera intitolata “100 regole per vivere fino a 100 anni: una guida ottimistica per una vita felice”. L’artista, celebre per il suo intramontabile entusiasmo e la sua vitalità, ha più volte dichiarato di non svegliarsi mai di cattivo umore. Questa sua disposizione d’animo, apparentemente semplice, potrebbe costituire un fattore determinante per la sua longevità, offrendo spunti di riflessione scientifica di grande interesse.

Dick Van Dyke: l’ottimismo come pilastro della longevità eccezionale
La letteratura scientifica, inclusi i contributi della scienziata della salute Jolanta Burke, suggerisce che l’ottimismo possa effettivamente favorire una maggiore durata della vita. Sebbene non esistano formule garantite per raggiungere il secolo di età, la correlazione tra bassi livelli di stress, atteggiamenti positivi e benessere a lungo termine appare sempre più solida. L’ottimismo si configura, pertanto, come una variabile potenzialmente controllabile in grado di influenzare significativamente il percorso di invecchiamento di un individuo.
Le evidenze empiriche a sostegno di questa tesi sono molteplici e includono studi longitudinali di lunga data. Una ricerca condotta sulle novizie, iniziata negli anni ’30, ha rivelato come le partecipanti che esprimevano una maggiore positività in gioventù abbiano vissuto, in media, dieci anni in più. Analogamente, uno studio britannico del 2019 ha evidenziato che gli ottimisti presentano una probabilità superiore del 15% di raggiungere una longevità eccezionale, intesa come il superamento degli 85 anni di età.
Le radici sociali del benessere duraturo
La scienza sta ancora indagando le ragioni profonde per cui uno stato mentale positivo promuova la salute fisica. La positività è intrinsecamente legata alla felicità, alla percezione di uno scopo e, soprattutto, alla qualità delle relazioni interpersonali. Il più longevo studio al mondo sulla felicità, avviato nel 1938, ha dimostrato attraverso decenni di analisi e interviste che la soddisfazione relazionale costituisce un indicatore di salute superiore rispetto al semplice patrimonio genetico.
Coloro che, raggiunta l’età matura, dichiarano una maggiore appagamento nelle proprie reti affettive mostrano risultati di salute migliori al compimento degli 80 anni. Tali individui risultano meno soggetti a patologie croniche e manifestano una capacità di recupero superiore in caso di malattie. Gli esperti sospettano che una vita sociale attiva funga da scudo protettivo contro l’ansia e lo stress quotidiano, elementi che incidono negativamente sulla fisiologia umana.
Alcune stime attuali suggeriscono che il raggiungimento dei 90 anni sia determinato per il 70% da comportamenti legati allo stile di vita e solo per il 30% dal corredo genetico. In questo contesto, le relazioni affettive e il sostegno sociale rappresentano componenti cruciali per mantenere la positività necessaria. La cura dei legami umani si conferma, dunque, non solo come un conforto emotivo, ma come una strategia biologica per favorire la longevità.
Lo scopo come motore dell’invecchiamento attivo
Il caso di David Attenborough, anch’egli centenario, offre un ulteriore esempio dell’importanza di uno scopo nella vita. Pur attribuendo la sua longevità alla fortuna, Attenborough ha mantenuto un costante impegno fisico e sociale, rifiutando l’idea della pensione e coltivando la sua passione per il mondo naturale. La ricerca scientifica conferma che gli adulti sopra i 50 anni dotati di un forte senso di finalità tendono a registrare parametri di salute migliori.
Uno studio estensivo sui centenari e le loro famiglie ha confermato tale tendenza, evidenziando che i figli dei centenari possiedono spesso una chiara motivazione esistenziale, associata a tassi ridotti di deterioramento cognitivo e disabilità fisica. La biostatistica Paola Sebastiani ha sottolineato, già nel 2018, come la sensazione di benessere e la soddisfazione per la propria vita debbano essere considerate pilastri fondamentali di un invecchiamento sano, superando la mera prospettiva di assenza di malattia.
In definitiva, l’invecchiamento sembra essere un fenomeno multifattoriale che abbraccia fatti biologici, stati mentali e, inevitabilmente, una componente di fortuna. Come suggerito da Dick Van Dyke nel suo libro “Continua a muoverti”, mantenere un passo svelto e un luccichio negli occhi può aggiungere valore e durata alla propria esistenza. L’approccio ottimistico verso il tempo che passa non è quindi soltanto una scelta filosofica, ma un elemento che può effettivamente arricchire la qualità e la lunghezza del tempo vissuto.
Lo studio è stato pubblicato su JAMA network.





































