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Marte è ancora lontano ma la NASA testa il nuovo thruster elettromagnetico al litio

La NASA ha testato con successo un thruster elettromagnetico al litio capace di operare a potenze mai raggiunte prima negli Stati Uniti. È il primo passo concreto verso una propulsione abbastanza efficiente da portare esseri umani su Marte negli anni '30

Andare su Marte non è solo una questione di destinazione: è prima di tutto una questione di come ci si arriva. Con i razzi chimici tradizionali, un viaggio verso il Pianeta Rosso richiederebbe circa sette mesi in condizioni ottimali, con un consumo di propellente colossale e un carico utile drammaticamente limitato. Per una missione con equipaggio umano — con tutto quello che comporta in termini di viveri, attrezzature, sistemi di supporto vitale e carburante per il ritorno — i limiti della propulsione convenzionale diventano rapidamente insormontabili.

È esattamente per questo che il Jet Propulsion Laboratory della NASA, il 24 febbraio 2026, ha acceso per la prima volta in molti anni un tipo di motore radicalmente diverso: un thruster magnetoplasmadinamico (MPD) alimentato a vapore di litio metallico.

Un motore da 120 chilowatt

Il test, condotto nella camera a vuoto da 8 metri del laboratorio di propulsione elettrica del JPL — una struttura unica nel suo genere, progettata specificamente per testare propellenti metallici in forma di vapore — ha portato il prototipo a operare a una potenza massima di 120 chilowatt. Per dare un’idea della portata di questo risultato: i thruster della missione Psyche, attualmente i propulsori elettrici più potenti in servizio su qualsiasi navicella NASA, operano a circa 4-5 kilowatt. Il nuovo thruster al litio li supera di oltre 25 volte.

Durante cinque accensioni successive, l’elettrodo in tungsteno al centro del motore ha raggiunto temperature superiori ai 2.800 gradi Celsius, emettendo un caratteristico pennacchio rosso luminoso — il segno visibile del plasma di litio accelerato elettromagneticamente.

Come funziona un thruster MPD

A differenza dei propulsori chimici, che bruciano un combustibile per generare spinta, e dei tradizionali motori ionici, che usano energia solare per accelerare ioni di xeno, un thruster MPD sfrutta correnti elettriche ad alta intensità che interagiscono con un campo magnetico per accelerare il plasma di litio a velocità elevatissime.

Il vantaggio fondamentale è l’efficienza del propellente: i sistemi di propulsione elettrica consumano fino al 90% meno propellente rispetto ai razzi chimici tradizionali. Meno propellente significa meno massa da lanciare, meno costi, e la possibilità di dedicare più spazio al carico utile. Per una missione umana su Marte, questo non è un dettaglio secondario: è la differenza tra fattibile e non fattibile.

La tecnologia MPD esiste teoricamente dagli anni ’60, ma non è mai stata impiegata in una missione operativa. Il motivo è semplice: per funzionare efficacemente richiede livelli di potenza che fino ad oggi erano difficilmente disponibili nello spazio. La soluzione identificata dalla NASA è abbinarla a un reattore nucleare di piccole dimensioni, capace di fornire la potenza necessaria senza dipendere dalla luce solare — che a distanze marziane è già significativamente più debole che nell’orbita terrestre.

La strada verso Marte

Gli obiettivi del team JPL sono ambiziosi ma chiari: portare la potenza del singolo thruster tra i 500 kilowatt e 1 megawatt nei prossimi anni. Una missione umana verso Marte richiederebbe tra i 2 e i 4 megawatt complessivi, il che significa impiegare più thruster in parallelo — ciascuno dei quali dovrebbe operare per oltre 23.000 ore senza cedimenti.

Le sfide tecniche non mancano. I componenti operano a temperature estreme, e dimostrare che possano resistere per migliaia di ore consecutive sarà uno dei banchi di prova più difficili. Il team, che oltre al JPL include la Princeton University e il Glenn Research Center della NASA, ha però dimostrato con questo primo test che la fisica funziona e che i livelli di potenza previsti sono raggiungibili.

Il progetto è finanziato nell’ambito del programma Space Nuclear Propulsion della NASA, avviato nel 2020 con l’obiettivo specifico di sviluppare una propulsione elettrica nucleare di classe megawatt per missioni umane su Marte.

Perché questo è importante adesso

Lo sbarco umano su Marte non è più solo fantascienza o un obiettivo lontano decenni: è diventato un cantiere aperto, con scadenze sempre più concrete. Ma ogni piano che immagina astronauti sul suolo marziano si scontra, prima o poi, con il problema della propulsione.

Un sistema basato su thruster MPD accoppiati a una sorgente nucleare potrebbe cambiare radicalmente i tempi di viaggio, ridurre la massa complessiva da lanciare e rendere possibile trasportare il carico utile necessario per una presenza umana prolungata. Non è ancora il warp drive della fantascienza, ma è un passo concreto, misurabile, reale.

Il fatto che un elettrodo di tungsteno abbia brillato a 2.800 gradi in una camera a vuoto a Pasadena, California, nel febbraio del 2026, è forse la notizia spaziale più importante di questo inizio anno — e quasi nessuno ne ha parlato.


Fonte: NASA Jet Propulsion Laboratory — nasa-fires-up-powerful-lithium-fed-thruster-for-trips-to-mars

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