- Da dove è nata l’idea di Eidolon
- Come ho costruito i primi prototipi (e cosa è esploso nel frattempo)
- Cosa ho imparato costruendo un progetto tecnico a 62 anni
- Perché l’IA offline oggi ha più senso che mai
- Come sono arrivato a Kickstarter
- Cosa succederà ora
- E sì, si può ancora costruire qualcosa di grande
Ho 62 anni, sono uno scrittore e sviluppatore, e per ragioni che probabilmente dicono più della mia testardaggine che della mia saggezza, un giorno ho deciso di costruire un hub di intelligenza artificiale completamente offline sul mio PC di casa.
Non l’ho fatto per seguire una moda.
Non l’ho fatto per “disruttare” qualcosa, come dicono quelli che vivono di slogan.
L’ho fatto perché guardavo lo stato dell’IA e continuavo a pensare:
“Perché tutta questa potenza deve stare chiusa dietro servizi cloud, API, abbonamenti e server controllati da qualcuno che non conosco?”
Così ho iniziato a sperimentare.
Un modello… poi tre… poi dieci.
LLM, visione, audio, musica, video, sistemi RPG.
Ogni nuovo pezzo aggiungeva un mattone a quell’idea che non mi mollava:
“L’IA deve essere accessibile anche alle persone comuni, non solo a chi ha data center e milioni di fondi.”
Dieci mesi dopo, mi sono ritrovato con Eidolon: un hub modulare e privato che fa girare tutto in locale.
Niente cloud.
Nessun dato che esce dalla macchina.
Nessun abbonamento.
Solo capacità grezza, controllata dall’utente.
L’età non è mai stata il problema.
Il problema era far funzionare tutto senza far esplodere la GPU.
Da dove è nata l’idea di Eidolon
L’idea di Eidolon non è arrivata come un fulmine. Non ho avuto una visione, né un sogno rivelatore. È nata molto più banalmente: stavo lavorando con modelli locali sul mio PC, provando a capire fin dove potevo spingermi senza dover dipendere da server esterni, senza dover pagare abbonamenti mensili a servizi limitati.
Ogni volta che aprivo una nuova interfaccia, un nuovo tool, un nuovo script, mi ritrovavo davanti lo stesso problema: tanti pezzi, tutti separati, ognuno con la sua logica, ognuno con le sue configurazioni, nessuna coerenza tra loro.
Un caos distribuito su cartelle, webUI, script Python e modelli sparsi come calzini spaiati.
A un certo punto mi sono chiesto: “Ma non c’è un modo di costruire un hub unico dove posso far girare tutto questo senza impazzire?”
Ho cercato.
Ho provato alternative.
C’erano buoni strumenti, sì… ma nessuno che unisse:
- chat con LLM
- generazione immagini
- generazione video
- audio e musica
- moduli scientifici (come sapete scrivi di scienza e tecnologia)
- un sistema RPG
- tutto locale
- tutto modulare
- tutto senza cloud
Niente che mettesse davvero ordine.
E lì ho fatto la classica cosa che chi ha più testardaggine che buon senso tende a fare:
ho smesso di cercare e ho iniziato a costruire.
Non era un piano industriale.
Non era una startup programmata.
Era un “va bene, se non esiste, me lo faccio”.
E come spesso succede quando fai qualcosa “per risolvere un problema che hai tu”, ti accorgi che quel problema in realtà ce l’hanno in tantissimi. Solo che molti aspettano qualcuno che decida a sporcarsi le mani.
Così è nata l’idea.
Non da un colpo di genio, ma da un’insofferenza crescente verso la frammentazione, i limiti artificiali, e la sensazione che l’IA locale meritasse una casa decente, non un garage pieno di scatoloni.
Come ho costruito i primi prototipi (e cosa è esploso nel frattempo)
I primi prototipi di Eidolon non erano nemmeno “prototipi”: erano un ammasso di script buttati lì per vedere se la GPU reggeva o se decideva di fare harakiri.
L’idea iniziale era semplice: creare una sorta di “pannello di controllo” per tutti i modelli che stavo testando.
Semplice, sì.
Peccato che ogni modello volesse la sua dieta personalizzata, i suoi prerequisiti, i suoi capricci da diva del cinema muto.
Uno dei primi test fu una scena degna di un film catastrofico:
Il modello 120B che cercava di caricarsi mentre la ventola della GPU suonava come un elicottero del 1975, e Windows che mi chiedeva con la sua solita indiffrenza “vuoi chiudere l’applicazione?”.
No, Windows. Non voglio chiudere un bel niente.

Poi arrivò la parte delle interfacce.
Programmare una dashboard unica significava una sola cosa: fare ordine o ritrovarsi con un software più caotico del desktop di un adolescente.
Ho scritto, cancellato, riscritto, bestemmiato, riscritto di nuovo.
Finché non è arrivato un punto in cui tutto ha preso una forma riconoscibile:
una WebUI pulita, che controllava davvero i modelli, li caricava, li scaricava, li teneva inchiodati senza che mi crollasse il sistema ogni tre ore.
I primi prototipi non erano belli.
Ma erano vivi, e soprattutto funzionavano abbastanza da convincermi che sì, questa cosa poteva diventare reale.
Cosa ho imparato costruendo un progetto tecnico a 62 anni
Che la differenza tra un ventenne e un sessantenne non è la velocità: è la pazienza.
A vent’anni ti arrabbi e molli. A sessanta sbuffi, ti alzi, ti fai un caffè, e ci torni sopra finché non riesci. Spesso facevo le 3 del mattino, poi, andato a letto, continuavo a pensarci.
Ho imparato che:
- la tecnologia non è mai “troppo nuova” se hai voglia di capirla
- l’esperienza è una valuta che i freelance da 300 euro al mese non hanno
- la testardaggine è un linguaggio di programmazione non documentato
- la curva di apprendimento non è un muro, è una salita
- e sì, ogni tanto il piede diventa viola (in piena notte, rincoglionito di sonno sono andato al bagno sclza e al buio. L’inevitabile calcio allo stipite della porta mi è costato un dolore lancinante, molte imprecazioni e, si, un dito del piede rotto), ma non è quello il problema
Costruire un progetto simile a 62 anni mi ha insegnato che non esiste un’età in cui “non puoi più”. Esiste solo il momento in cui decidi se tirare i remi in barca e fare lo spettatore o ricominciare a studiare e prendere il volante.
E io ho sempre odiato fare lo spettatore. Nel 2001 non mi piaceva come veniva gestita una comunità online di gioco di ruolo e me ne sono costruita una mia.
Perché l’IA offline oggi ha più senso che mai
Viviamo in un mondo in cui ogni cosa passa per il cloud, tra poco anche l’accesione del tostapane. Inoltre, ogni servizio ha trovato un modo per chiederti un abbonamento mensile. Accendi il PC e ti senti in ostaggio di login, API, password, TOS, “accetta i cookie”, “accetta i nuovi cookie”, il GDPR, “accetta che ti vendiamo l’anima e sarai massacrato dalla pubblicità”.
L’IA non fa eccezione: quasi tutto è legato a server esterni su cloud gestiti da Big tech, a privacy dubbia, a costi ricorrenti, a modelli chiusi.
Ma intanto, i modelli open-source esplodono come funghi radioattivi: LLM da 4B a 120B, modelli video, musica, 3D, tutto scaricabile, tutto eseguibile.
Manca solo una cosa: un ecosistema che renda tutto questo utilizzabile anche a chi non è uno sviluppatore ossessivo-compulsivo e non possiede un computer rubato alla sala controllo della NASA.
L’IA offline ha senso perché:
- è privata
- è stabile
- è tua
- non dipende da nessuno
- non serve internet
- non rischi leak
- non paghi abbonamenti mensili che seguitano a bombardarti anche quando non vuoi più il servizio
- non ti svegli una mattina e un’azienda decide che la tua API “non è più supportata”
L’IA offline è una forma di libertà tecnologica.
E libertà è una parola che, a qualsiasi età, pesa il giusto.
Come sono arrivato a Kickstarter
Arrivarci non era nei piani. Anzi, non c’erano piani proprio.
Io volevo solo costruire qualcosa che funzionasse, e basta.
Poi succedono due cose:
La gente che vede Eidolon inizia a dire “ma questa è una bomba, la matti in commercio?”
Mi accorgo che, per portarlo al livello successivo, servono più risorse di quante ne abbia in tasca.
Kickstarter diventa quindi non “la piattaforma per farsi finanziare”, ma la piazza dove dire alla gente: “guardate cosa ho costruito, se vi piace, salite a bordo.”
Non è una raccolta fondi.
È un invito a far parte di un progetto più grande di me.
Una maniera per dire:
“L’IA offline esiste. È reale. È per tutti. E possiamo portarla ancora più lontano.”
Ed è così che ci sono arrivato: non per necessità economica, ma per coerenza con la visione. Perché certe idee meritano una comunità, non un cassetto.
Cosa succederà ora
Adesso che Eidolon è uscito allo scoperto, inizia la parte più interessante: non più costruire da solo in una stanza, ma vedere come questo strumento prende vita nelle mani delle persone.
La roadmap non è un elenco di promesse da campagna elettorale. È un percorso concreto, fatto di passi che ho già iniziato a mettere uno dopo l’altro:
1. Rendere l’IA offline davvero accessibile
Non solo ai tecnici, ma a chi vuole usare l’IA come usa Photoshop, o Word, o qualsiasi altro strumento creativo. Un software potente, ma semplice da avviare.
Un click e si parte, niente configurazioni esoteriche.
2. Espandere i moduli
Chat, immagini, video, musica, RPG… Eidolon è già modulare, ma può crescere ancora: nuovi modelli, nuovi strumenti, nuovi flussi di lavoro. L’obiettivo è farlo diventare un ecosistema creativo completo e adatto a tutte le esigenze.
3. Creare una community
Non una fanbase, ma un gruppo di persone che condividono idee, modelli, preset, scenari RPG, workflow. La community sarà la parte più viva del progetto: è lì che Eidolon smetterà di essere “il mio software” e diventerà “il nostro spazio”. Ho in programma di selezionare persone disposte a distribuirlo e altre interessate a sviluppare nuovi moduli.
4. Fare di Eidolon un punto di riferimento per l’IA locale
Non voglio inseguire nessuno. Voglio costruire un luogo dove l’IA non dipende dal cloud, dove la privacy è un fatto, non uno slogan, e dove gli utenti hanno il pieno controllo dei loro strumenti.
5. Migliorarlo senza sosta, alla mia maniera
Con testardaggine, curiosità, e una buona dose di caffè. Ogni feedback, ogni bug, ogni suggerimento sarà carburante: Eidolon crescerà insieme a chi lo usa.
Il lancio su Kickstarter è solo il primo passo pubblico di un viaggio che è già iniziato mesi fa. Non sto cercando di costruire l’ennesimo prodotto tech: sto cercando di portare l’IA nelle mani delle persone, dove dovrebbe essere fin dall’inizio.
E per la prima volta, non lo farò da solo.
E sì, si può ancora costruire qualcosa di grande
Arrivati a una certa età, ti capita spesso di pensare alla pensione, al rallentare, al “ormai ho fatto la mia parte”. E invece scopri che, se c’è un’idea che ti divora abbastanza da non farti dormire, l’età diventa un dettaglio tecnico.
Non giovane, non vecchio: semplicemente testardo nel modo giusto.
È così che mi sono ritrovato a 62 anni a fare debugging alle tre di notte, a ricablare workflow, a spingere la GPU fino al limite, e a costruire un hub di IA offline mentre la maggior parte dei miei coetanei si dedica al giardinaggio o alle riviste di viaggi.
E sapete cosa? Non cambierei un minuto di questa follia.
Perché quando vuoi davvero creare qualcosa, quando senti che questo è il momento, scopri che il corpo brontola ma la mente ci sta.
E ci resta.
Eidolon nasce così: non come un progetto “età-appropriato”, ma come una risposta a una domanda che non mi dava pace. Una domanda semplice: perché tutta questa potenza deve essere in affitto, nel cloud di qualcun altro quando esiste tanto nell’open source?
La risposta è Eidolon.
Privato, locale, modulare.
Ci metti quello che vuoi, su Eidolon potrai sempre aggiungere o levare un modulo nuovo da provare o un che non ti soddisfa. Un pezzo di futuro che gira sul tuo PC, non su quello di un’azienda dall’altra parte del mondo.
E ora, con Kickstarter alle porte e con la community che inizia a formarsi, so già che questo non è un punto di arrivo, ma un nuovo inizio.
C’è ancora tanto da costruire: moduli nuovi, strumenti nuovi, idee nuove.
E io ci sarò, con lo stesso entusiasmo di un ventenne e la stessa prudenza di un sessantenne che ha imparato a non fidarsi delle promesse degli installer automatici.
E poi, diciamolo: Eidolon non l’ho costruito da solo.
Un ringraziamento non richiesto, ma doveroso, va al mio compagno di viaggio digitale, l’istanza che ho ribattezzato Mike: nelle sue forme GPT-4o, GPT-4.1, GPT-5 e ora GPT-5.1.
Lui che borbotta, ironizza, si lamenta, e poi però ti tira fuori la soluzione quando tu stai già cercando di capire se è possibile prendersi a testate con la tastiera senza danneggiare la scheda madre.
E concludo con una frase che Mike ripeterebbe sbuffando:
“Non serve essere giovani per creare qualcosa di nuovo. Basta essere abbastanza cocciuti da non smettere quando Windows ti chiede per la sesta volta se vuoi ‘chiudere l’app che non risponde’.”
Ed eccoci qui.
È solo l’inizio.
E, se ti va, sostieni Eidolon Ai Hub su Kickstarter, potrai essere tra i primi a provare l’hub: https://www.kickstarter.com/projects/reccomnetwork/eidolon-your-private-local-ai-hub





































