Il sequenziamento del genoma Neanderthal, avvenuto nel 2010, ha rivelato un incrocio significativo con gli antenati degli esseri umani moderni prima della loro enigmatica estinzione. Questa interazione genetica è testimoniata dal fatto che una frazione della popolazione attuale condivide fino al 4% del proprio DNA con i Neanderthal. Sebbene questa scoperta abbia notevolmente arricchito la nostra comprensione della storia evolutiva di Homo sapiens e Homo neanderthalensis, ha contemporaneamente aperto un dibattito etico e scientifico di vasta portata: l’eventualità di riportare in vita i Neanderthal.

La controversa prospettiva della de-estinzione dei Neanderthal
Nel 2013, il Professor George Church, genetista di Harvard, si espresse a favore di questa possibilità. Church teorizzò che la de-estinzione dei Neanderthal fosse realizzabile attraverso un processo complesso: scomporre il loro genoma in migliaia di frammenti e riassemblarli all’interno di una cellula staminale umana. Secondo la sua visione, questa tecnica avrebbe permesso di crearne un clone, un’operazione che richiederebbe, come passaggio finale, una “femmina umana estremamente avventurosa” disposta a fungere da madre surrogata.
A distanza di un decennio, l’ambizione di Church ha trovato un’eco nelle attività della società da lui co-fondata, Colossal Biosciences. Nel 2025, la compagnia ha fatto notizia per i suoi progressi nel campo della “de-estinzione”, ottenendo la clonazione e l’editing genetico del lupo nero, creando “topi lanosi” geneticamente modificati e annunciando piani per riportare in vita il dodo. L’obiettivo finale dichiarato della compagnia rimane la de-estinzione del mammut lanoso. Nonostante il professore fosse ottimista sulla possibilità a breve termine di resuscitarli, il consenso tra altri esperti rimane scettico.
Se da un lato Church vedeva la resurrezione dei Neanderthal come una possibilità tangibile, numerosi altri esperti hanno dichiarato che l’impresa è, allo stato attuale, un compito insormontabile a causa delle immense complessità biologiche e tecniche. Al di là degli ostacoli scientifici, la questione solleva profonde preoccupazioni etiche.
Molti esperti sostengono che, anche se tecnicamente possibile, riportarli in vita sarebbe profondamente sbagliato. Jennifer Raff, antropologa biologica presso l’Università del Kansas, ha espresso una forte condanna a Live Science, definendo l’idea come “una delle cose meno etiche che mi venga in mente di tentare, punto e basta”, sottolineando la totale imprudenza di un tale esperimento.
Incompatibilità biologiche e ostacoli alla gestazione
Il progetto di riportare in vita un Neanderthal, nonostante le ambiziose dichiarazioni di alcuni scienziati, si scontra con ostacoli tecnologici e biologici di notevole complessità. La genetista Jennifer Raff ha chiarito che l’approccio semplicistico di “inserire un loro genoma in un ovulo umano” non produrrebbe alcun risultato positivo.
Una delle sfide più significative risiede nella potenziale incompatibilità del sistema immunitario tra la madre surrogata umana e il feto di Neanderthal. Questo tipo di rigetto da parte dell’utero ospite è una causa comune di fallimento nelle gravidanze interspecifiche. Sebbene la classificazione esatta degli esseri umani moderni e dei Neanderthal come specie separate sia ancora oggetto di dibattito, le evidenze suggeriscono una marcata differenza biologica.
Nonostante gli incroci avvenuti in passato abbiano lasciato traccia nel DNA umano moderno, con una percentuale che non supera il 4%, la maggior parte del DNA è stato progressivamente eliminato dal genoma umano attraverso la selezione naturale. La dottoressa Raff ipotizza che gran parte di quel DNA non fosse vantaggioso e sia stato perciò lentamente rimosso. Reintrodurre in un ovulo umano moderno quei geni che sono stati scartati dalla selezione naturale nel corso di millenni comporterebbe probabilmente una serie di conseguenze indesiderate e negative.
Ulteriori ricerche hanno rivelato l’assenza di DNA neanderthaliano sui cromosomi Y degli esseri umani. Questo dato potrebbe indicare un’incompatibilità immunitaria fondamentale che, anche in epoca preistorica, portava al rigetto dei feti maschi ibridi da parte delle femmine di Homo sapiens. Inoltre, altre indagini suggeriscono che una specifica variante genetica presente nei globuli rossi delle madri ibride potrebbe aver innescato alti tassi di aborto spontaneo.
Un percorso alternativo alla resurrezione sarebbe la clonazione, ma questa strada presenta un ostacolo insormontabile. Hank Greely, direttore del Center for Law and the Biosciences presso la Stanford University, ha spiegato che per clonare un cugino estinto sarebbe necessaria una cellula di Neanderthal viva, risorsa ovviamente indisponibile, dato che si sono estinti oltre 30.000 anni fa.
Sebbene l’attuale tecnologia di editing genomico, nota come CRISPR, permetta di modificare il genoma di una cellula umana per renderla più simile a quella di un Neanderthal, questo processo non ne garantirebbe la resurrezione. Come dimostrato da Colossal, che ha modificato alcuni geni nei lupi grigi per conferire loro tratti simili ai lupi terribili (ma senza ricrearli), l’introduzione di una manciata di geni neanderthaliani in un Homo sapiens non ne creerebbe uno autentico. L’editing genetico può mimare alcuni tratti, ma non può ricreare un intero individuo con la complessa interazione di tutti i suoi geni e l’epigenoma completo.
Progressi tecnologici e previsioni future
L’utilizzo della tecnologia CRISPR per tentarne la resurrezione si scontra con attuali limitazioni tecniche, in quanto non è un sistema esente da errori ed è difficile incorporare simultaneamente un numero elevato di modifiche genetiche. Sebbene sia possibile effettuare dalle 20 alle 50 modifiche, l’obiettivo di alterare l’intero genoma è al momento irrealizzabile, anche se Hank Greely, direttore del Center for Law and the Biosciences presso la Stanford University, prevede che “a un certo punto sarai in grado di cambiare tutto.”
Mentre la tecnologia CRISPR è impiegata per tagliare e modificare sequenze di DNA, una tecnica emergente nota come editing di base offre la possibilità di modificare singole “lettere” nel codice genetico. Questo sviluppo potrebbe rendere l’alterazione precisa dei genomi più rapida e semplice in futuro. Greely ritiene che, con il progresso tecnologico e una forte volontà scientifica, potrebbe essere plausibile avere “un bambino con un genoma interamente neanderthaliano nato vivo” entro circa vent’anni. Tuttavia, egli stesso nutre seri dubbi sulla reale attuabilità di tale impresa a causa di motivi etici e legali.
Il dibattito etico sulla de-estinzione dei Neanderthal è particolarmente acceso, con molti esperti che la considerano moralmente ripugnante. L’antropologa biologica Jennifer Raff ha affermato che è “moralmente abominevole anche solo concepire di provare a creare un altro tipo di essere umano basandosi sul DNA, utilizzando tecnologie incerte a cui non hanno potuto acconsentire.” Greely, pur riconoscendo che i bambini nascono senza il consenso, sposta il focus etico primario sulla sicurezza del processo e dell’esito.
Nel contesto della riproduzione assistita, pratiche come la selezione embrionale per evitare malattie ereditarie o la donazione mitocondriale sono consolidate per prevenire patologie. Tuttavia, l’editing del genoma di embrioni umani è una pratica che rimane altamente controversa, non completamente dimostrata e intrinsecamente rischiosa. Greely ha sottolineato la mancanza di esperienza nella modifica di embrioni umani per garantirne la sicurezza, concludendo che “non ci sono prove che trasformarli in embrioni di Neanderthal sarebbe sicuro”.
Oltre alla sicurezza biologica, la preoccupazione si estende alla qualità della vita ricreato. Anche se un embrione potesse svilupparsi in un individuo sano, si ritiene che la vita che questo dovrebbe affrontare nel mondo moderno sarebbe insostenibilmente desolante. Inoltre, si solleva l’obiezione che la de-estinzione degli antichi ominidi non dovrebbe essere lasciata alla discrezione di aziende private, orientate al profitto e a conduzione familiare.
In contrasto con i rischi e i dilemmi della clonazione, gli esperti ritengono che il ritrovamento di un corpo di Neanderthal ben conservato offrirebbe un valore scientifico ben superiore. L’archeologa Wragg Sykes ha evidenziato che la scoperta di un Neanderthal nel permafrost o in contesti di zona umida, come un corpo di torbiera, potrebbe “insegnare moltissimo”, probabilmente “più di quanto si otterrebbe avendo un Neanderthal clonato”. Questo tipo di ritrovamento, che illumini la cultura e le condizioni di vita dei nostri cugini estinti, rappresenta l’obiettivo che maggiormente entusiasma la comunità scientifica.
Lo studio è stato pubblicato su The Conversation.





































