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Declino cognitivo: parlare lento, un campanello d’allarme

L'incapacità temporanea di richiamare alla memoria una parola familiare, comunemente definita 'avere la parola sulla punta della lingua', costituisce un'evenienza comune nel quotidiano. Nondimeno, la sua progressiva intensificazione nel corso degli anni può configurarsi quale indice di declino cognitivo, segnalando potenziali alterazioni delle funzioni cerebrali

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L’esperienza di avere “la parola sulla punta della lingua“, un momento di frustrazione in cui un termine familiare sembra svanire nel nulla, è un fenomeno universale. Questa difficoltà nel recuperare le parole, nota come “letologica“, è comune a tutte le età, ma tende ad aumentare con l’avanzare degli anni. In alcuni casi, un incremento nella frequenza di questi episodi può essere un segnale di declino cognitivo, indicando possibili cambiamenti nelle funzioni cerebrali legati all’invecchiamento.

Declino cognitivo: parlare lento, un campanello d'allarme
Declino cognitivo: parlare lento, un campanello d’allarme

Letologica e invecchiamento: un legame complesso e multifattoriale

Se da un lato la difficoltà occasionale nel trovare le parole è considerata un normale aspetto dell’invecchiamento, dall’altro la sua frequenza e intensità possono destare preoccupazione, poiché talvolta associate a cambiamenti cerebrali precoci, come quelli legati al morbo di Alzheimer e ad altre forme di declino cognitivo. È importante sottolineare che la letologica non è sempre un segnale di allarme.

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La difficoltà nel recuperare le parole, un’esperienza comune a molti, è influenzata da una varietà di fattori. La stanchezza mentale e lo stress, ad esempio, possono temporaneamente compromettere la capacità di accedere al lessico mentale. Allo stesso modo, un sonno insufficiente può avere un impatto negativo sulla memoria e sulle funzioni cognitive, rendendo più difficile trovare le parole giuste. Alcuni farmaci possono causare difficoltà di linguaggio come effetto collaterale, un aspetto da considerare soprattutto in caso di terapie prolungate.

Le variazioni ormonali, in particolare durante la menopausa, possono influenzare la memoria e la capacità di trovare le parole, un’esperienza comune per molte donne. Infine, con l’avanzare dell’età, si verifica un rallentamento generale dell’elaborazione delle informazioni nel cervello, un processo fisiologico che può influire sulla velocità di recupero delle parole. Pertanto, la letologica non è sempre un segnale di allarme dell’incombere del declino cognitivo, ma un fenomeno complesso influenzato da molteplici fattori.

Un recente studio condotto dall’Università di Toronto ha però gettato nuova luce sulla relazione tra linguaggio e salute cerebrale, proponendo una prospettiva innovativa. I ricercatori hanno scoperto che la velocità del linguaggio, più che la semplice difficoltà a trovare le parole, potrebbe essere un indicatore più accurato del declino cognitivo negli anziani.

Lo studio ha coinvolto 125 adulti di età compresa tra i 18 e i 90 anni, un campione eterogeneo che ha permesso di esaminare l’influenza dell’età sulle abilità linguistiche e cognitive. Ai partecipanti è stato richiesto di descrivere in modo dettagliato una scena complessa, un compito che ha necessitato l’uso di un ampio vocabolario e la capacità di organizzare i pensieri in maniera coerente.

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Le registrazioni delle loro descrizioni sono state analizzate attraverso un sofisticato software di intelligenza artificiale (IA), capace di estrarre una vasta gamma di parametri linguistici. Tra questi parametri si annoverano la velocità del parlato, misurata in parole al minuto, la durata delle pause tra le parole, la varietà lessicale, ovvero il numero di parole differenti usate, e la complessità sintattica, riguardante la struttura delle frasi.

I risultati hanno evidenziato una stretta correlazione tra il declino cognitivo e delle funzioni esecutive e il rallentamento del ritmo del discorso quotidiano. In altre parole, gli anziani con funzioni esecutive più compromesse tendevano a parlare più lentamente e a fare pause più lunghe durante il discorso.

Un aspetto particolarmente interessante dello studio è stato l’impiego di un “compito di interferenza immagine-parola“, un paradigma sperimentale ingegnoso. Questo compito è stato concepito per isolare le due fasi principali che compongono il processo di denominazione. Da un lato, il recupero della parola, ovvero l’accesso al lessico mentale, e dall’altro, l’articolazione della parola, ovvero la programmazione dei movimenti muscolari necessari per la pronuncia. Tale distinzione permetteva di analizzare separatamente i meccanismi coinvolti nel processo di denominazione.

Durante questo compito, ai partecipanti venivano mostrate immagini di oggetti comuni (ad esempio, una scopa) mentre ascoltavano una parola che poteva essere semanticamente (ad esempio, “mop”) o foneticamente (ad esempio, “groom”) simile al nome dell’immagine. Questo tipo di interferenza ha permesso ai ricercatori di valutare la velocità e l’accuratezza del recupero della parola, indipendentemente dalla velocità di articolazione.

I risultati hanno mostrato che la velocità naturale del linguaggio degli anziani era correlata alla loro rapidità nel denominare le immagini durante il compito di interferenza. Questo suggerisce che un rallentamento generale dell’elaborazione delle informazioni nel cervello, piuttosto che un deficit specifico nel recupero mnestico, possa essere alla base dei cambiamenti linguistici osservati con il declino cognitivo.

Fluidità verbale e declino cognitivo: un indicatore sensibile

Pur riconoscendo l’importanza dei risultati ottenuti dall’innovativo studio dell’Università di Toronto, che ha evidenziato un legame tra la velocità del linguaggio e la salute cerebrale, è essenziale considerare le limitazioni del metodo impiegato. La denominazione di immagini, sebbene utile per valutare la velocità di elaborazione e il declino cognitivo, potrebbe non riflettere pienamente la complessità del vocabolario e dei processi linguistici che si manifestano nelle conversazioni quotidiane. In altre parole, la capacità di nominare oggetti presentati visivamente potrebbe non corrispondere alla capacità di utilizzare un linguaggio ricco e articolato in contesti comunicativi reali.

Per catturare in modo più accurato il fenomeno del “sentire sulla punta della lingua” e per valutare la capacità di recupero delle parole in contesti più simili al linguaggio naturale, i compiti di fluidità verbale rappresentano un’alternativa preziosa. Questi compiti richiedono ai partecipanti di generare il maggior numero possibile di parole appartenenti a una determinata categoria (ad esempio, animali, frutti) o che iniziano con una lettera specifica entro un limite di tempo.

A differenza del compito di interferenza immagine-parola, che si basa sulla denominazione di stimoli visivi, i compiti di fluidità verbale implicano il recupero attivo e la produzione di parole dal proprio vocabolario, simulando i processi cognitivi coinvolti nel linguaggio spontaneo.

Sebbene la fluidità verbale non diminuisca significativamente con il normale invecchiamento, prestazioni scadenti in questi compiti possono indicare la presenza di declino cognitivo come l’Alzheimer. Questi test sono particolarmente utili perché tengono conto delle variazioni fisiologiche nella capacità di recupero delle parole legate all’età, consentendo ai medici di individuare alterazioni che vanno oltre le aspettative e di rilevare precocemente condizioni di declino cognitivo.

Il test di fluidità verbale coinvolge diverse regioni cerebrali implicate nel linguaggio, nella memoria e nelle funzioni esecutive. Pertanto, può fornire informazioni preziose sulle aree del cervello colpite dal declino cognitivo. Gli autori dello studio dell’Università di Toronto avrebbero potuto arricchire la loro ricerca integrando misure oggettive, come le pause nel discorso, con i resoconti soggettivi dei partecipanti riguardo alle loro difficoltà nel trovare le parole. Questo approccio combinato avrebbe fornito una comprensione più completa dei processi cognitivi coinvolti.

I resoconti personali sulla “sensazione” di avere difficoltà a ricordare le parole potrebbero offrire spunti preziosi, complementari ai dati comportamentali, e contribuire allo sviluppo di strumenti più efficaci per la quantificazione e la rilevazione precoce del declino cognitivo.

Conclusioni

Nonostante i limiti, lo studio dell’Università di Toronto ha aperto nuove ed entusiasmanti prospettive per la ricerca futura. La dimostrazione che la velocità del linguaggio, oltre al contenuto, può rivelare declino cognitivo rappresenta un passo avanti significativo.

L’integrazione di tecnologie di elaborazione del linguaggio naturale (PLN), che impiegano tecniche computazionali per analizzare e comprendere i dati linguistici umani, consentirà di automatizzare la rilevazione di cambiamenti sottili nel linguaggio, come il rallentamento della velocità del parlato.

Questo approccio basato sui dati e orientato al futuro, contrariamente alle analisi retrospettive di casi singoli, come quelle condotte su personaggi pubblici con diagnosi di declino cognitivo, offre un metodo più sistematico e affidabile per la diagnosi precoce. La velocità del linguaggio emerge come un indicatore significativo ma sottile della salute cognitiva, con il potenziale di identificare individui a rischio prima della comparsa di sintomi più gravi.

Lo studio è stato pubblicato su Taylor&Francis.

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