Nel millenovecentottantaquattro, i radioastronomi segnalarono per la prima volta un anello di emissione che apparentemente si innalzava direttamente dal centro della Via Lattea. La sua particolare collocazione spaziale rendeva l’eruzione del buco nero centrale della galassia, noto come Sagittarius A*, una spiegazione affascinante e plausibile per gli studiosi dell’epoca.

Via Lattea: dalla scoperta iniziale alle ipotesi sul nucleo galattico
Yoshiaki Sofue e Toshihiro Handa descrissero dettagliatamente questo lobo radio dopo averlo scoperto durante un’indagine approfondita condotta a dieci gigahertz. Questa struttura si trova a nord del piano galattico e si estende per quasi un intero grado di cielo, catturando fin da subito l’attenzione della comunità astronomica internazionale.
Osservando il cielo dalla Terra, quella specifica direzione appare estremamente affollata da nuvole vicine, dense regioni di formazione stellare e strutture prossime al nucleo. Il lobo ha così accumulato nel corso degli anni spiegazioni complesse che tiravano in ballo tubi magnetici, venti galattici e l’attività passata del nucleo galattico. Anche secondo la vecchia interpretazione, l’anello avrebbe avuto un’altezza di centinaia di anni luce, giustificando la sua presunta importanza con un evento energetico originato nel cuore della galassia.
Nuove misurazioni e la verifica trigonometrica della distanza
Kathryn Kreckel e i suoi colleghi hanno recentemente utilizzato il Local Volume Mapper dello Sloan Digital Sky Survey per esaminare a fondo il lobo attraverso la spettroscopia ottica a campo integrale. Questo articolo mappa lo spettro del gas attraverso l’intera struttura, analizzando una riga di emissione di zolfo a novantacinque virgola due nanometri che risulta meno ostruita dalla polvere cosmica.
Le misurazioni accurate delle linee di azoto hanno inoltre mostrato un modello di velocità relativamente uniforme attraverso l’oggetto, supportando fermamente la conclusione che i suoi archi apparentemente separati appartengono in realtà a un’unica bolla coerente. Il test decisivo per il team riguardava tuttavia la determinazione della distanza esatta. Confrontando l’arrossamento della luce causato dalla polvere con mappe tridimensionali dettagliate, i ricercatori hanno collocato il lobo a circa seimila cinquecento venti anni luce dalla Terra.
A questa distanza in primo piano, la sua estensione di circa un grado corrisponde a circa centoquindici anni luce reali. Si tratta di una dimensione notevole per gli standard di una bolla stellare, ma comunque immensamente lontana dal diametro complessivo di centomila anni luce della Via Lattea, ridimensionando drasticamente la portata della struttura.
Natura fisica e prospettive future dell’oggetto
La correzione di scala geometrica concorda perfettamente con uno studio condotto da un altro gruppo di ricerca, il quale ha scoperto che le proprietà radio e nel medio infrarosso dell’oggetto assomigliano in tutto e per tutto a quelle delle normali regioni H II galattiche. I rapporti delle righe ottiche sono pienamente coerenti con la fotoionizzazione prodotta da stelle calde, piuttosto che con l’eccitazione da shock generata da un violento deflusso nucleare.
Gli autori della ricerca propongono ora di mantenere le iniziali GCL, cambiandone però ironicamente il significato da Lobo del Centro Galattico a Anello Grandemente Confuso. Questa battuta rappresenta un’utile scorciatoia per la correzione scientifica: dopo quattro decenni, l’oggetto è diventato più piccolo, più vicino e decisamente più ordinario.
Spostare questo anello in primo piano non cancella affatto le prove del fatto che il nucleo della Via Lattea abbia subito in passato episodi altamente energetici, come dimostrano le enormi bolle di Fermi. Piuttosto, questo risultato illustra una difficoltà fondamentale nell’osservare la nostra galassia dall’interno, dove strutture non correlate si sovrappongono in modo così preciso da ingannare gli osservatori.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Nature.





































