Il metotrexato, farmaco pilastro nella cura dell’artrite reumatoide da oltre quarant’anni, è comunemente apprezzato per la sua efficacia nel modulare un sistema immunitario iperattivo e nel lenire le infiammazioni articolari più debilitanti. Tuttavia, recenti evidenze scientifiche suggeriscono che questo composto possa offrire un vantaggio clinico che trascende la salute delle articolazioni, agendo direttamente sulla riduzione della pressione sanguigna. Tale effetto secondario potrebbe rappresentare una protezione cruciale contro eventi critici come infarti e ictus, migliorando sensibilmente la prognosi dei pazienti.

Un beneficio inaspettato del metotrexato
Uno studio condotto dai team della Flinders University e del Southern Adelaide Local Health Network ha messo in luce dati significativi confrontando diverse opzioni terapeutiche. I pazienti con diagnosi recente che hanno iniziato il trattamento con metotrexato hanno mostrato un calo della pressione arteriosa decisamente più marcato rispetto a coloro ai quali era stata prescritta la sulfasalazina, un altro farmaco standard per il controllo della malattia. Poiché l’ipertensione rimane uno dei principali fattori predittivi per le patologie cardiovascolari, anche una diminuzione contenuta dei valori pressori può tradursi in benefici sostanziali e duraturi per la salute generale del soggetto.
L’artrite reumatoide non è una condizione limitata al dolore e al gonfiore articolare, ma una patologia che coinvolge l’intero organismo, colpendo circa una persona su cento. L’infiammazione cronica e persistente tipica di questa malattia può danneggiare i vasi sanguigni e il muscolo cardiaco, rendendo le complicanze cardiovascolari una delle principali cause di morbilità tra i pazienti. In questo scenario, l’individuazione di un trattamento capace di agire simultaneamente sul controllo dell’infiammazione e sulla riduzione del rischio cardiaco rappresenta un traguardo di estremo interesse per la medicina moderna.
Metodologia della ricerca e monitoraggio dei pazienti
Per determinare l’influenza del metotrexato sulla pressione arteriosa nelle prime fasi dell’artrite reumatoide, un team internazionale di ricercatori provenienti da Australia Meridionale e Italia ha condotto uno studio su 62 pazienti adulti. I partecipanti, che avevano appena ricevuto la diagnosi e non avevano ancora intrapreso alcun percorso terapeutico, sono stati suddivisi in due gruppi: la metà ha ricevuto il metotrexato, mentre il gruppo di controllo è stato trattato con sulfasalazina.
I ricercatori hanno effettuato rilievi pressori all’inizio dell’indagine, ripetendoli a distanza di uno e sei mesi dall’avvio della terapia. Oltre alla pressione sanguigna, lo studio ha monitorato costantemente l’infiammazione delle articolazioni e la rigidità arteriosa. L’obiettivo era chiarire se le eventuali variazioni pressorie fossero un effetto diretto del farmaco o se, al contrario, derivassero indirettamente dal miglioramento delle condizioni articolari o di una maggiore elasticità delle arterie.
Il professor Arduino Mangoni, coordinatore dello studio e docente presso la Flinders University, ha spiegato che l’analisi si è focalizzata sulla pressione sistolica, ovvero la forza esercitata dal sangue contro le pareti arteriose durante la contrazione cardiaca. I dati raccolti hanno evidenziato che il metotrexato ha ridotto la pressione sistolica di una media di 7,4 mmHg rispetto ai pazienti trattati con sulfasalazina. Questa riduzione è considerata clinicamente rilevante, poiché anche diminuzioni di piccola entità possono ridurre drasticamente il rischio di complicazioni fatali come ictus e infarti.
Un aspetto particolarmente sorprendente emerso dalla ricerca è che il calo della pressione non è risultato correlato né alla diminuzione dei sintomi dolorosi alle articolazioni né a cambiamenti nella rigidità delle arterie. Questo dato suggerisce che il metotrexato agisca sul sistema cardiovascolare attraverso percorsi biologici distinti e indipendenti, probabilmente legati alla riduzione dell’infiammazione sistemica o a un miglioramento funzionale del rivestimento interno dei vasi sanguigni.
L’influenza delle varianti genetiche sulla risposta pressoria
Il professor Arduino Mangoni, afferente alla Flinders University e al Dipartimento di Farmacologia Clinica del SALHN, sottolinea come queste evidenze suggeriscano un ruolo molto più ampio del metotrexato nella gestione clinica dei pazienti. La capacità del farmaco di agire simultaneamente contro l’infiammazione e contro l’ipertensione rappresenta un progresso significativo, poiché la pressione alta costituisce uno dei principali fattori di rischio cardiovascolare. Questo duplice effetto potrebbe trasformare radicalmente l’approccio assistenziale per chi soffre di artrite reumatoide, offrendo una protezione sistemica che va oltre la semplice cura delle articolazioni.
Un aspetto cruciale dello studio riguarda l’analisi della predisposizione genetica dei pazienti, condotta per verificare se determinati profili biologici possano influenzare l’efficacia del farmaco. I ricercatori hanno effettivamente riscontrato che la presenza di specifiche varianti genetiche è direttamente collegata a una maggiore probabilità di ottenere un calo della pressione sanguigna. In questi soggetti, il metotrexato non si limita a svolgere la sua funzione abituale, ma aggiunge un valore protettivo fondamentale per la salute del cuore, rendendo il trattamento eccezionalmente efficace su più fronti.
Queste scoperte aprono la strada a una gestione terapeutica altamente personalizzata, in cui i test genetici potrebbero diventare uno strumento diagnostico standard per prevedere quali pazienti beneficeranno maggiormente degli effetti cardiocitoprotettivi del metotrexato.
La dottoressa Sara Tommasi, coordinatrice dello studio, pur ribadendo la necessità di ulteriori indagini per chiarire i meccanismi biochimici esatti che inducono l’abbassamento della pressione, definisce i risultati estremamente promettenti. L’obiettivo futuro è consolidare l’uso di questo farmaco come presidio per la salute del cuore, specialmente in quegli individui che presentano un rischio cardiovascolare elevato a causa del carico infiammatorio della malattia.
Lo studio è stato pubblicato su Annals of Medicine.





































